Ilaria Alpi? Voleva raccontare ciò che non si voleva sapere.

Intervista a Roberto Scardova.   Già vice caporedattore del Tg3 ed ex inviato speciale in Afghanistan,  Scardova è un veterano dell’informazione televisiva. Incrociava spesso Ilaria Alpi nei corridoi della Rai. Cenò insieme a Ilaria proprio la sera prima che partisse per la Somalia. Sul caso Alpi Scardova ha anche scritto un libro, Carte false. L’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Quindici anni senza verità. Nel ricordare quei giorni non usa mezzi termini: fu assassinio.

Essere un interprete del caso Alpi o avere scritto di lei e della sua vicenda ha avuto delle conseguenze sulla sua vita o sulla sua attività professionale?

Mi sono occupato del caso Alpi con grande passione perché era una mia collega. Peraltro avevo cenato con lei la sera prima della sua partenza, nella mensa della Rai. Ho riversato sul caso Alpi la stessa passione che ho dedicato a tutti i temi di cui mi sono occupato, in particolare la questione del terrorismo da Piazza Fontana in poi. Nel caso di Ilaria si trattava di dare una mano al collega Maurizio Torrealta. Quando Maurizio andò a lavorare a Rai News 24 rimase praticamente da solo titolare dell’inchiesta. Era il momento in cui iniziarono i processi.

Che ricordo lei ha di Ilaria o, se non l’ha conosciuta, dell’episodio della sua morte?

Era una bella ragazza. Non avevamo molti rapporti perché eravamo in redazioni diverse, lei agli esteri e io alla cronaca. Guardava alle cose del mondo con grande apertura mentale. Quello che mi è spiaciuto è che non volle mai condividere i temi su cui stava lavorando, in particolare sui miliardi buttati dal governo italiano al regime somalo.

Ha avuto rapporti con la famiglia, con i genitori di Ilaria?

Sì, sia Luciana che Giorgio sono due persone adorabili, entrambi di un’intelligenza straordinaria. È stata anche la loro forza che ci ha aiutato a tenere duro. Loro sono sempre stati al nostro fianco con grande forza e questo ci incoraggiava a non mollare mai perché intuivano la verità e pretendevano che emergesse.

Quali sono i valori dell’operato e della professionalità della Alpi che lei sente anche suoi?

Fondamentalmente uno: penso che Ilaria abbia insegnato a tutti che il nostro mestiere è quello di raccontare i problemi della gente. Oggi i giornalisti che vanno in zone di guerra riferiscono di cose come le riunioni dei gabinetti degli stati maggiori ma la gente non c’è quasi mai, tranne i morti. Ilaria invece si preoccupava soprattutto della gente. Lei era già stata in Somalia sei o sette volte e aveva stabilito rapporti in particolare con le donne. Furono proprio loro le sue prime informatrici, raccontandole che si stavano diffondendo malattie che nessuno riusciva a curare e non si sapeva da dove venissero. In Somalia c’erano la guerriglia, la fame, la siccità e in più il fatto che seminavamo veleni e morte a un popolo già agonizzante: un’infamia che Ilaria non sopportava.

Perché, a suo avviso, è ancora importante fare luce sulla vicenda di Ilaria e sostenere le attività dell’associazione e del premio? Perché è importante in Italia tenere viva la sua memoria?

Per Ilaria e per tutti i giornalisti che sono morti nello stesso modo. Lei è stata volutamente assassinata, come Maria Grazia Cutuli, Enzo Baldoni, Raffaele Ciriello e con lui i colleghi che sono morti in Israele cercando di documentare l’aggressione al popolo palestinese. Sono morti che ci insegnano che non si è mai detto abbastanza e che per raggiungere davvero la verità bisogna lavorare e rischiare anche la vita. Il vero messaggio della nostra professione è raccontare ciò che non si vuole venga raccontato. Questo Ilaria l’ha fatto e l’ha fatto bene.

Federico Durante

Questa intervista è stata realizzata grazie agli studenti della Scuola di giornalismo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano