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1995

Giorgio Alpi
(nel commentare la difficoltà delle indagini):
“Esistono interessi che vanno occultati, ragioni di Stato… Così come per tanti altri delitti italiani rimasti impuniti, da Piazza Fontana a Ustica. Ci si trova di fronte ad un muro di gomma”.

Luciana Alpi:
“Le indagini sono difficili. Sappiamo che a Mogadiscio è difficile fare rogatorie perché non c’è un governo costituito, ma sappiamo con sicurezza che ci sono responsabilità esclusivamente italiane”.


1996

Italo Moretti:
“La Rai, anche se con dignità diversa rispetto alle tv private, è stata costretta a ascendere sul terreno della concorrenza. Gli spazi dell’inchiesta, quindi, sono stati tagliati e relegati alla tarda serata. Un esempio: un servizio di mezz’ora sul caso di Ustica, con grosse novità, andrà in onda alle 23.30, solo per motivi di palinsesto”.

Claudio Santini:
“Per fare una buona televisione per i giovani bisogna prima fare una televisione di qualità per tutti. La televisione indirizzata ai giovani migliorerà solo quando anche quella per tutti avrà raggiunto una certa qualità. Se i telegiornali saranno come quelli di oggi, per lo più incomprensibili, la tv per i ragazzi non sarà certo migliore”.






1997

Christiane Amanpour:
“Nessuno di noi vuole morire. E’ solo che siamo molto coinvolti in questo lavoro. Siamo consapevoli dei nostri rischi, ma abbiamo anche la missione di diffondere informazioni”.

Robert Ménard:
“Il fatto che in dieci anni siano morti 600 giornalisti non è solo un problema che riguarda l’informazione: nei paesi dove manaca la libertà di stampa c’è anche un problema di mancanza di democrazia. Non vengono rispettati i principali diritti dell’uomo. Non c’è libertà, per il pubblico, di ricevere informazioni”.


1998

Salima Ghezali:
“Schiacciano la verità perché la verità è che l’Algeria affonda nella paura. Dunque silenzio, perché abbiamo paura. Silenzio, perché qui si uccide. Certo soffriamo i limiti legati alla libertà di stampa, ma è anche vero che l’Occidente non ci aiuta: è avido di notizie, ma troppo sintetiche, insufficienti a far comprendere la complessa situazione politica e sociale dell’Africa”.

Kizito Sesana:
“Africa News è un’agenzia di articoli e notizie gestita da giornalisti africani. Si occupa di cultura, pace, giustizia, ecologia, religione, emarginazione, sviluppo sostenibile. Tutti gli argomenti sono presentati dalla prospettiva della gente comune. Il nostro obiettivo principale è raccontare l’Africa. La nostra edizione Web ospita le home page di altri media africani che noi consideriamo particolarmente importanti per le informazioni originali ed alternative che offrono”.






1999

Ennio Remondino:
“Noi inviati già due anni fa abbiamo provato a dire: ‘Guardate che il Kosovo sarà la nuova Bosnia’, ma vi assicuro che le rispostacce – anche da parte dei caporedattori esteri che magari la pensavano come noi ma restavano condizionati dalla logica economica – erano prevalentemente: ‘Ma il Kosovo non tira!’. Ogni volta veniva dato più spazio alle notizie di politica interna”.

Andrea Purgatori:
“Il processo Marta Russo, l’evento in sé, cosa orrenda, ha avuto una fase iniziale ricca di misteri, zone d’ombra, tentativi di depistaggio, che poi sono continuati anche in aula. In quel caso, però, la catena delle complicità non portava più di tanto in alto. Nel caso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin andiamo a toccare questioni che hanno a che fare direttamente con importanti responsabilità, che possono arrivare anche al governo. Com’è sempre accaduto in queste vicende, come le stragi Ustica, piazza Fontana…


2000

Veran Matic:
“Ora siamo in diretta 24 ore su 24 sul sito www.freeb92.net. La Rete è diventata un prezioso rifugio per tutte le voci libere della Serbia. Anche Radio Index, che è l’emittente degli studenti, è stata chiusa e costretta ad emigrare sul Web. Allo stesso modo Studio B, l’emittente televisiva che diede rifugio alla nostra radio dopo la cacciata dei nostri redattori storici decisa da Milosevic. Insomma, l’informazione libera in Serbia si fa solo su Internet”.

Julie Flint:
“L’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è stata una vera e propria esecuzione. E’ avvenuto con una modalità troppo strana all’interno del contesto africano: in Somalia nessuno viene ucciso con un colpo di pistola alla nuca. Le bande sparano a raffica perché spesso i soldati sono drogati."

Michele Santoro:
“La televisione è diventata un prolungamento del nostro sistema nervoso: ne siamo assuefati al punto di non riuscire più a vedere i cambiamenti della società. Da cittadini partecipi siamo diventati consumatori indistinti. Quello che manca in tv è un’intenzione editoriale forte e chiara. L’informazione dovrebbe essere ricca di cultura, di novità, di idee e, invece, è diventata più normale del paese normale."






2001

Laura Boldrini, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati:
“Purtroppo i media che hanno il potere di rendere noti i conflitti spesso sono più interessati alle frivolezze, agli scoop, e molte guerre per questo vengono dimenticate. Cade l’ombra così sulla pulizia etnica che è stata effettuata al di là del Mediterraneo, sui campi di concentramento in Bosnia o sullo Sri Lanka e la Sierra Leone. La stampa, insomma, fa la differenza. Se l’allarme e le emergenze umanitarie non sono gridate dai giornalisti è tutto inutile. Servono immagini, documentari, testimonianze dirette senza di cui i governi e le istituzioni non intervengono. C’è bisogno che qualcuno dia voce a chi non ce l’ha”.

Carmen Gurruchaga nel commentare l’attentato sventato:
“Da quel giorno mi sono trasferita a Madrid, ma la situazione è diventata ormai insopportabile: l’Eta da anni oltre ai poliziotti, ai professori universitari, ha preso di mira anche i giornalisti per ottenere negoziati con lo Stato. Siamo al punto che dobbiamo andare a lavorare con la scorta. In questo momento scrivere per un giornale può significare una condanna a morte”.


2002

Ibrahim Helal:
“Noi facciamo semplicemente informazione. La rivoluzione di Al Jazeera è stata proprio quella di una rete televisiva in lingua araba che per prima ha dato le notizie invece di fare propaganda: parole semplici, chiare, niente slogan. La maggior parte di noi viene dalla Bbc, è quella la nostra scuola. Gli israeliani ci accusano di mandare in onda stragi che riprendono però fatti realmente accaduti. Dall’altra parte gli arabi non ci perdonano perché diamo la parola anche ai loro nemici. Penso che con i video di Bin Laden siamo serviti anche a Washington per capire meglio con chi avevano a che fare”.

Nizar Nayyouf:
“L’America è in prima linea nella guerra al terrorismo, cerca Bin Laden, vuole fare la guerra a Saddam Hussein a causa delle armi biologiche, ma rimane zitta nei confronti della Siria che, pure, tortura i suoi figli. Lo fa perché ha bisogno di questo paese per ingraziarsi un alleato in più in Medio Oriente”.






2003

Adriano Sofri:
“Andare in Cecenia oggi significa scommettere al 98% sulla propria morte in meno di dieci giorni. Cifre come quelle relative alla crisi cecena non sono oggi rinvenibili in nessun altro paese, neanche in Iraq. Altro che decimazione: in Cecenia c’è un quasi dimezzamento della popolazione. (…) La questione cecena fino ad oggi è stata trascurata dall’Unione Europea: visto che si vogliono allacciare i rapporti con la Russia si fa finta di non vedere quello che succede”.

Orlando Fondevila nell’illustrare la drammatica situazione cubana:
“Fino allo scorso 18 marzo erano quattro i giornalisti imprigionati dal regime. In poco più di una settimana il numero è arrivato a 28, sono stati celebrati processi sommari e gli imputati, accusati di tradimento, non hanno avuto la possibilità di godere di alcuna difesa e hanno dovuto sopportare, anzi, condanne pesantissime, dai 6 ai 27 anni di reclusione. Un sistema staliniano e dittatoriale che è passato in secondo piano dopo lo scoppio della guerra in Iraq ma che deve essere denunciato”.

Giovanna Botteri:
“L’attacco al Palestine aspetta ancora una risposta. ‘Reporter sans Frontieres’ ha chiesto l’apertura di un processo. I desk delle agenzie di stampa americane presenti a Doha ci avevano avvisati che un attacco all’albergo poteva essere imminente. Poi sono iniziati i combattimenti attorno al Ponte della Repubblica, proprio sotto di noi…"


2004








  ilaria alpi. premio giornalistico televisivo 1995-2003