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Riaprite il caso Ilaria Alpi!
31 MARZO 2003
ROMA - «Io so... perché sono uno che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero, coerente quadro che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero». Queste parole di Pier Paolo Pasolini - scritte nel famoso articolo "Io so" - ispirano l'intera struttura e la stessa volontà degli autori del film "Ilaria Alpi. il più crudele dei giorni" (in sala dal 28 marzo per l'Istituto Luce), non a caso citate didatticamente quasi all'inizio del film. E le stesse parole segnano l'avventura dalla fine tragica della giornalista Ilaria Alpi.
Il film è prima di tutto un omaggio a lei e a Miran Hrovatin, due persone morte per il semplice fatto di aver tentato di fare nessi e scoprire verità. La morte è il prezzo che hanno pagato per voler esercitare fino in fondo la loro professione, la loro passione, la loro intelligenza che chiedeva di essere soddisfatta nel cercare risposte. Per questo, solo per questo, Alpi e Hrovatin sono stati uccisi.
Il film firmato da Ferdinando Vicentini Orgnani, scritto assieme a Marcello Fois e liberamente ispirato al libro "L'esecuzione" (scritto da Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta Grainer e Maurizio Torrealta, Kaos edizioni) segue lo stesso principio: azzarda nessi ma senza fantasia. Tutte le ipotesi sono basate su atti giudiziari precisi, gli autori non hanno fatto altro che mettere insieme i pezzi e tentare di farli combaciare. Ci troviamo così di fronte a una tesi precisa: Ilaria e Miran furono uccisi perché avevano scoperto troppo di un incrocio di traffici di scorie radioattive e di armi che partivano dai paesi industrializzati e andavano ad inquinare le terre e le guerre di paesi poveri come la Somalia. A muovere i fili servizi segreti, servizi deviati, eserciti e faccendieri. Italiani e somali in primo piano. Il film fa nomi e cognomi veri, scelta che gli è costata non poca resistenza. Parla di Giancarlo Marocchino, l'"uomo" dell'Italia in Somalia, colui che gestiva e aiutava i giornalisti italiani in missione, fornito allo scopo di esercito personale, parla dell'assenza dell'esercito italiano sul luogo dell'omicidio, parla del generale Loi e del suo successore a Mogadiscio, Fiore («quello che ha sostituito Loi - dice Alpi-Mezzogiorno nel film - dopo gli attriti con gli americani... Lui non è certo il tipo da creare problemi»), parla dell'imprenditore Omar Mugne, dell'ambasciatore Marcello Costa, dell'impresa navale Shifco che gestisce pescherecci che fanno strane spole nel Mediterraneo.
E ci meraviglia molto che qualcuno, in conferenza stampa, abbia trovato nel film delle "reticenze", delle difficoltà a dire le cose come stanno. Un'accusa a dir poco ingiusta. La scelta degli autori è stata piuttosto quella di far comunque uscire il film senza rischiare censure preventive o querele. «Abbiamo subìto diverse pressioni - conferma il regista - ma siamo andati avanti comunque. Nel film non abbiamo detto tutto, ma solo tutto il legittimamente dicibile. La cosa più importante era per noi fare un omaggio a Ilaria, a Miran, al loro lavoro e permettere che la loro storia arrivasse a un pubblico il più vasto possibile». Farlo bloccare dalla censura per dire una parola in più non confermata dagli atti giudiziari non avrebbe avuto senso.
Del resto, lo scandalo e la tensione si era già sollevata alta ai tempi dell'uscita del libro "L'esecuzione" che altro non è che la pubblicazione scientifica e coordinata di atti processuali. «In questo film non c'è nulla che un cittadino qualsiasi non possa trovarsi da solo negli atti giudiziari - ci dice lo scrittore Marcello Fois -. Il caso di Ilaria Alpi è come Ustica, l'Italicus, il treno di Bologna. E' di una semplicità quasi avvilente, ma il nostro sistema si è operato per confondere, complicare mortalmente in modo da rimandare all'infinito la scoperta della verità».
Ci auguriamo che "Il più crudele dei giorni" (film di cui parleremo ancora, perché bello oltre che importante. Ma non possiamo non citare almeno la bravissima Giovanna Mezzogiorno, la fotografia di Giovanni Cavallini, le musiche di Paolo Fresu) se non a trovare la verità - non è il suo compito - aiuti con la forza del suo urlo a riaprire il caso Alpi nelle stanze della giustizia italiana. Sarebbe il più grande dei successi, il più bell'omaggio a Ilaria e a Hrovatin.
Roberta Ronconi
(Liberazione 20/03/2003)
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