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Mozambico: un sito per Ilaria
24 FEBBRAIO 2005
Un attivista ambientalista del Mozambico, Josè Lopes (nella foto) ha dedicato ad Ilaria Alpi un sito web, “Te confesso te Ilaria”, in cui ha tentato di ricostruire le piste di rifiuti tossici e armi che Ilaria stava seguendo in Somalia insieme al suo cameraman Miran, quando vennero uccisi. Grazie a Roberto di Nunzio, giornalista freelance e direttore di Reporter Associati, che ha scoperto e “lanciato” il sito, il mondo dell’informazione è venuto a conoscenza del lavoro del giornalista mozambicano.
Il dossier sulle ecomafie e il caso di Ilaria che Josè Lopes ha realizzato, visibile sul sito, era stato comunque già spedito al giornalista Maurizio Torrealta nel marzo del 2003. Tradotto dalla fondazione "Lelio Basso”, era stato consegnato ai genitori di Ilaria, Giorgio e Luciana Alpi, che hanno potuto così leggere l’inchiesta dedicata ad Ilaria e al suo lavoro, già nel 2003.
Visto l’impegno e l’interesse che hanno spinto Josè Lopes nella realizzazione del suo lavoro, ne riportiamo la versione italiana integrale.
Ecomafie sulle rotte dell’Oceano Indiano
Un tributo a Ilaria Alpi, una giornalista italiana assassinata il 20 marzo del 1994 quando in Somalia investigava sul traffico di rifiuti tossici, di armi e di denaro sporco, un traffico le cui rotte si sono estese all’Oceano Indiano… e al Mozambico.
In memoriam
questo è un segnale di allarme contro le ecomafie
Hasta siempre Ilaria
Indice :
Ecomafie sulle rotte dell’Oceano Indiano
La relazione Massimo Scalia e Mozambico
Battaglia della Matoia
Ultimo tango a Boane?
Ti confesso Ilaria
Ecomafie sulle rotte dell’Oceano Indiano
Il 20 marzo 2003 si completano i nove anni dalla scomparsa di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – due giornalisti crudelmente assassinati da una gang di Somali. A Mogadiscio e su ordine di coloro che trafficano con tutto ciò che si può immaginare di criminale – rifiuti tossici, scorie radioattive, armi, denaro sporco.
Ilaria Alpi, italiana che aveva 32 anni alla data del suo assassinio, lavorava per la TV Rai Tre dove era entrata dopo aver vinto il primo posto nel concorso di ammissione.
E al di là della bellezza di Ilaria i colleghi ricordano il rigore e la tenacia della giornalista – e che il microfono era la sua arma.
Parlava fluentemente l’arabo, Ilaria Alpi aveva costruito la sua reputazione di giornalista camminando per le strade, straducole e deserti della Somalia – e molti corridoi in Italia.
Per confermare fonti, per indagare su tracce rotte, per conoscere le comunità di cui si occupava il suo reportage – inclusa l’organizzazione delle bande armate.
Ilaria era reporter in Somalia dal 1992, paese che lei visitò 4 volte, e quando il 12 marzo 1994 sbarcò a Mogadiscio, fu Miran Hrovatin che si unì a lei come cameraman. Per Miran, - un freelance
di Trieste- questo era il primo lavoro in Somalia.
Ufficialmente in questo reportage per Rai Tre avrebbe coperto la ritirata dei berretti azzurri italiani che in Somalia partecipavano all’operazione UNISOM. E oltre a lei un' immensa ciurma di giornalisti e postazioni di televisioni già avevano la bava alla bocca per lo scandalo mediatico dell’epoca – la violenza barbara di alcuni militari italiani denunciati dalla popolazione somala.
Così come gli altri, Ilaria copriva il notiziario del giorno da Mogadiscio. Ma lei poteva andare più lontano, perché già allora seguiva le tracce di serpenti criminali e di fatto un torrente di prove dalle molte code avrebbe stabilito che Ilaria seguiva la pista di un traffico vergognoso: scambio di armi con rifiuti.
Un traffico che già alla fine del ’92 la stampa internazionale aveva cominciato a riferire e da cui risaltavano oscure imprese e istituzioni europee. Un traffico che contrabbandava armi dell’ex Patto di Varsavia scambiandoli con rifiuti tossici e scorie radioattive.
E nel caso della Somalia i signori della guerra avevano accettato di vendere un paese.
Per un pugno di colts e 10 pali di noccioline americane, i padroni della terra la trasformavano in un gigantesco deposito di rifiuti internazionali. Rifatti che dovevano essere depositati in terra, o scaricati sulla costa somala dell’Oceano Indiano.
Alcuni giorni dopo l’arrivo a Mogadiscio, e contro la corrente del giornalismo Grand Hotel, Ilaria e Miran decisero di partire per Bosaso – una piccola cittadina portuale nel nord della Somalia - dove si sapeva che, tra i casi di varie piraterie, le milizie locali avevano arrestato una nave molto particolare: la Farax Oomar.
Una nave offerta dalla cooperazione italiana che ufficialmente si sarebbe occupata di pesca e trasporto di pesce. Ma per Ilaria, invece di pesce la flotta italo-somala Shifco aveva odore di armi e rifiuti tossici.
A Bosaso Ilaria intervista la ciurma della nave (compresi ufficiali italiani e marinai somali) e, benché la cassetta dell’intervista agli ufficiali registri evidenti cancellature, si capisce che Ilaria si interessava moltissimo al contenuto del carico.
Ilaria e Miran intervistano anche Ali Mussa Boqor - “King Kong”- dal suo nome di guerra. E affinché questo ras si rilassasse il più possibile durante l’intervista, Ilaria chiede a Miran di deviare l’obiettivo, sicura che Miran avrebbe saputo cosa fare.
Ed è in questa intervista che King Kong conferma loro che, secondo dichiarazioni dei suoi pirati, invece di pesca, Faaraz Oomar era una delle maggiori navi del traffico internazionale di rifiuti – armi, rifiuti tossici, scorie radioattive.
Il 20 marzo 1994 Ilaria e Miran tornano a Mogadiscio dove sbarcano intorno alle 12.30. Ilaria telefona immediatamente a Roma chiedendo tempo di satellite perché, intorno alle 19, voleva inviare materiale televisivo – un materiale interessante sul quale avrebbero parlato in seguito.
Secondo quanto racconta il suo produttore di Rai Tre, in quel momento Ilaria sarebbe stata urgentemente ansiosa alla ricerca di una conferma. E per questo era urgente che lei si dislocasse immediatamente nella zona nord di Mogadiscio – una zona controllata dal contingente italiano UNISOM.
Affettuosa, Ilaria seppe ancora trovar tempo per telefonare alla madre… per l’ultima volta.
Accompagnati da due somali – un guarda spalle e un autista – Ilaria e Miran escono dal loro hotel, il Sahafi, intorno alle 14.45 dirigendosi al Aman Hotel dove rimangono pochi minuti.
Tornati alla macchina, avevano appena cominciato a scendere la discesa del Amana, che vengono presi in un imboscata da 7 gangsters che già da tempo avevano fatto sosta con una Land Rover dall’altra parte della strada. Bloccati e senza protezione, Ilaria e Miran Hrovatin furono codardamente assassinati. Erano poco più delle 3 del pomeriggio del 20 marzo 1994.
Messi in allarme dai colpi degli spari, due freelance cameraman corrono sul luogo e registrano i momenti finali dell’imboscata – notando che l’autista e il guardaspalle non hanno subito neppure un graffio.
Ed è Michael Maren, un americano che lavora per l’USAID, a riferire di aver visto la cassetta integrale dell’operatore della ABC News – alcune ore dopo l’imboscata, nell’ Hotel Sahafi e su invito di Carlos Mavroleon, l’operatore greco di immagine.
Oltre il trasferimento dei corpi di Ilaria e Miran su una Toyota Land Cruiser che fu immediatamente identificata, Michael Maren riporta il risultato di due walkie-talkies della vettura che seguivano i giornalisti – ed anche l’appropriazione del blocco con gli appunti di Ilaria.
Incidentalmente, pochi mesi dopo il freelance greco della ABC News fu trovato morto durante una tappa di riposo a Kabul.
Vittorio Lenzi, l’altro cameraman, sarebbe stato vittima di un inspiegabile incidente di viaggio vicino a Lugano. Nel frattempo, le due cassette di video integrale scomparivano misteriosamente.
Ma se erano certamente somali i 7 esecutori, come rivelano i minuti di immagini TVS, immediatamente si sollevò una immensa comunità gridando:
e i mandanti chi sono?
Due giorni dopo il duplice assassinio a Mogadiscio la Procura di Roma decideva di aprire un’inchiesta e già il 4 luglio 1994 Giorgio e Luciana Alpi, genitori di Ilaria, parlavano di esecuzione sommaria.
A questo punto, il padre fa ricordare l’intervista del ras di Bosaso, e fa riferimento alla scomparsa del blocco di appunti della giornalista.
E’ nel gennaio 1995, quando da un’inchiesta sui pasticci sporchi della cooperazione italiana con i paesi sottosviluppati, che la Camera dei Deputati solleva il caso Ilaria Alpi a proposito di una presumibile relazione tra vari traffici e la flotta peschereccia italo-somala Shifco.
Un coraggioso gesto di protagonismo di questo alto potere dello Stato perché infine - come sembra sia abitudine in Italia - il potere giudiziario continuava a perdersi in labirinti insidiosi, tra i quali il più grossolano sarebbe il modo in cui Ilaria e Miran furono assassinati. Di fatto e al contrario di ciò che gli ufficiali forensi pretendevano mostrare , Ilaria e Miran non erano stati ammassati in un fuoco incrociato di AKMS – in una volgare imboscata del Mogadiscio di allora.
Questo perché il 25 giugno ’96 la Procura di Roma aveva ordinato una seconda perizia balistica e i risultati già inducevano che si trattava di pallottole sparate a corta distanza.
Una conclusione a cui arriverà anche un’altra perizia medica del 18 novembre ’97 effettuata da una equipe di tre medici scelti dai familiari di Ilaria e altri nominati dalle autorità italiane.
Ed è così che dopo due penose esumazioni, si poté concludere inequivocabilmente che alla fine Ilaria Alpi era stata crudelmente assassinata con una pallottola alla nuca.
Ma gli anni intanto passavano e la giustizia italiana non andava avanti. Avvolta nei trucchi processuali, la giustizia ufficiale preferiva il labirinto di prescrizioni. Finché, quattro anni dopo l’assassinio di Ilaria e Miran, e già nel bollire di pressioni inconfutabili che non potevano essere escluse, i servizi segreti italiani montano un teatro che permette di catturare Hashi Omar Hassan – uno dei 7 esecutori che sono stati visti nei servizi della TV.
Era il gennaio del ’98, e a proposito di aberrazioni praticate da alcuni soldati italiani durante l’operazione UNISOM, il somalo Hashi Hassan arrivava a Roma per deporre – su invito di inchiesta parlamentare.
Mentalmente caduto e propenso a esibizionismi rasca, il gangster somalo facilmente ingoia l’esca dei servizi segreti e il 12 gennaio ’98 è arrestato a Roma dove in Tribunale, è positivamente identificato per l’autista somalo di Ilaria.
Soltanto un anno dopo sarebbe cominciato il processo Hashi Omar Hassan, e il 9 giugno ’99 il Procuratore di Roma esige l’ergastolo – una pena che il tribunale avrebbe sentenziato cinque mesi dopo.
Poco più tardi, e con lo spavento generale, la prima sezione penale della Cassazioni appare e annulla la sentenza con base in un riscorso che riferiva di una supposta esagerazione di aggravanti e sottostima di circostanze genericamente attenuanti. In maniera controversa, il ricorso è deferito e il criminale è assolto.
Sette mesi più tardi, nel Tribunale di appello di Roma, il Procuratore Cantaro insiste sulla prigione perpetua, ma il tribunale, adesso presieduto da Enzo Rivellese, delibera di trasformare la pena perpetua in 26 anni di prigione.
Questo accadeva nel giugno 2002.
La relazione Scalia e il Mozambico
E mentre il potere giudiziario italiano si prestava a manovre di corridoio machiavelliche, la Camera dei Deputati si preoccupava di migliorare le difese legali contro i vari crimini che desolavano l’Italia. E con immensa consonanza, il parlamento si decideva a smontare il puzzle dei rifiuti tossici. Per questo nell’aprile ’97 creava una commissione d’inchiesta con l’obiettivo di investigare il ciclo di residui.
Tra i suoi vari propositi, questa commissione avrebbe dovuto investigare sull’organizzazione che parte dall’ecomafia delle rotte dei rifiuti tossici, includendo i possibili legami con l’assassinio di Ilaria e Miran.
Durante gli anni la Commissione parlamentare italiana ha lavorato investigando su questo caso dai mille tentacoli; erano molti infatti le reazioni intermedie che durante lo svolgersi dei lavori furono pubblicati nel sito web della Camera dei Deputati .
Finchè, già saturato di traffici, l’On. Massimo Scalia presenta le conclusioni della Commissione d’inchiesta che egli presiedeva. E di fronte a un’Italia nauseata con l’ecomafia, passa a leggere una relazione chiarificatrice di 84 pagine lavorando di scalpello sulle rotte internazionali dei vari rifiuti.
Munita di un torrente di evidenze, la commissione Scalia smontava meticolosamente le varie tele del traffico di rifiuti tossici, scorie radioattive, droghe, armi, denaro sporco.
Questo era il 25 ottobre.
Ed è nella sezione 7,3 che la relazione Scalia si applica a studiare le nuove rotte di questo vergognoso traffico.
Per vergogna mia, Mozambico è indicato come nuovo destino dei trafficanti di tossici a partire dal 1997.
C’è una relazione che indica rotte e tecniche per camuffare il traffico, da cui emergono imprese di copertura dei rifiuti tossici- allegando autorizzazioni ministeriali del governo mozambicano.
Come nel caso di Boane, dopo l’analisi di fotografie aeree i parlamentari italiani conclusero, e con mediterranea chiarezza, che a 35 km da Maputo una concessione di 150 ettari starebbe al servizio di commercianti di rifiuti internazionali- a cielo aperto e senza punizione- una rete di trafficanti scaricava residui tossici.
Il pretesto tecnico sarebbe la ricostituzione del paesaggio in un antica zona estrattiva.
E come suggeriva la documentazione resa disponibile alla commissione Scalia, invece di una presumibile tappa di trattamento di rifiuti, in Boane ciò che emergeva era un accordo schifoso – un accordo sottoscritto tra un’impresa che aveva sede a Maputo (alleata a un gruppo argentino dal 1996) e un impresa italiana.
Nel caso specifico, la Commissione italiana concludeva che in questo accordo, e in forma tale da prendere le dovute precauzioni di fronte a un’ispezione-sorpresa, i trafficanti avrebbero servito una insalata di rifiuti- dove si includevano residui di elevata tossicità.
E in una nota di rigore, la relazione Scalia si riferisce alla falsificazione di documenti di commercio e navigazione – benché ci sia chi dice che questo era un ‘tanga’ per sostenere alla meno peggio i mascalzoni delle noccioline americane.
Indegnata, e molto preoccupata, alla commissione parlamentare italiana solo restava protestare perché si prestasse più attenzione alla connessione di questi traffici con altre attività criminali-lavaggio di denaro sporco, armi, droghe… you name it!
Ma si noti nel frattempo che, alla data di questa relazione , la commissione Scalia non poté concludere se, si o no, i primi rifiuti scaricati in Boane fossero originari dall’Italia. Per la semplice ragione di che, in occasione della raccolta di evidenze, già in Boane aumentava il deposito di merda – venuta dalla Corea, da Taiwan e dagli Stati Uniti.
Nel frattempo, e nonostante il polipo che si camuffasse, l’inchiesta Scalia poteva concludere che nel caso Boane, il più tossico dei tentacoli indicava una connessione argentina – nella circostanza associata a due noti wheeler-dealers del traffico e del crimine internazionale.
Nel frattempo in Italia
…ombre tenebrose insistevano per eclissare il caso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
E secondo l’Ordine Italiano dei Giornalisti, il processo continuava gravemente ferito da manipolazioni, incluso il fatto che i testimoni cambiavano ed erano negati, sottratti e segreti da parte dei servizi segreti. E secondo il Consiglio lombardo dell’Ordine, così come per gli abitanti della terra in generale, la questione dei mandanti rimaneva oscuramente incompleta.
Ma la Camera dei Deputati non aveva timore delle eclissi e decideva di continuare le ricerche – come fecero anche giornali affidabili. Come per esempio il settimanale cattolico italiano Famiglia Cristiana che dal 1998 veniva presentando nuove e importanti rivelazioni sul caso Ilaria e Miran – specificamente un’intervista con un pentito del traffico di rifiuti tossici , che nel dicembre 2000 rivelava nuovi nomi e metodi della ecomafia internazionale.
Più tardi, e certamente in seguito a pesanti ponderazioni delle ricerche dei giornali, in una conferenza stampa del marzo 2001 Massimo Scalia chiariva la seguente cosa: “Abbiamo ottenuto in particolare una nuova informazione a rispetto dei rifiuti italiani pericolosi finiti in Somalia, oltre al fatto che segni esistono che indicano il Mozambico come nuova la destinazione del traffico illecito di rifiuti, non solo italiani.
…e per quanto in particolare si riferisce alla Somalia, nelle prossime settimane continueremo la nostra attività per provare come tale traffico possa essere in rapporto con l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin”.
Importante mettere in rilievo che, a questo momento, la commissione Scalia non aveva ancora potuto accedere a documenti di importanza cruciale del processo sotto il pretesto della Sicurezza di stato – i servizi segreti insistevano nel nascondere documenti e anche alcuni nomi famosi.
Ma nulla tratteneva la solidarietà con Ilaria e Miran – e con ciò che restava della democrazia in Italia. E la pressione fu tale che , il 23 settembre 2002, Franco Frattini, il Ministro per la tutela dei servizi segreti e la sicurezza pubblica, finalmente ordinò la consegna alla Procura di Roma di tutti i documenti SISMI relativi al caso.
Giorgio e Luciana Alpi, i genitori di Ilaria, immediatamente ringraziarono il gesto del governo e ammisero che con queste nuove evidenze forse la giustizia avrebbe potuto fare un altro salto.
E con l’angoscia dei criminali, il caso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin rimaneva aperto.
Come d’altronde anche il caso dei rifiuti tossici.
Battaglia della Matola
Nel frattempo vale la pena ricordare che in questa tappa della storia un’altra dura battaglia aveva luogo per la protezione dell’ambiente.
Il palco era adesso a Matola, e lo script del film metteva a fuoco un tentativo di incenerire i pesticidi nei forni dei Cementi.
Il governo mozambicano, la Danida e i residenti di Matola erano gli attori principali.
Le riprese del film durarono 3 duri anni, e le immagini finali suggerivano un happy-end.
In verità, il 29 settembre 2000 la scena finale mostrava il governo e la Danida che facevano marcia indietro inciampando di fronte alle masse della Matola – e l’immensa pressione di solidarietà, specialmente della Livaningo con connessioni internazionali.
Il progetto crematorio CIM – Matola era finalmente abbandonato, includendo il rifiuto dell’opzione Danida – una opzione che suggeriva investimenti in una tappa di “cura” usando i forni cementizi.
Una opzione che come dimostravano documenti rivelati nel 1998 non si sarebbe rifiutata né ritirata di fronte all’idea di importare i rifiuti sotto il pretesto di economie di scala – e in svergognata contravvenzione di tutte le convenzioni civili – Basilea, Bamako, Lomè IV (art.39)…e dei fondamenti principi eco-etici.
Ma importa notare che, stranamente, il film della Matola cominciava con immagini di governi e Danida occupati a nascondere agende. E la trama si addensava su misteri perché queste “starlettes”, nonostante fossero pagate principescamente, apparivano solo per balbettare parole imbrogliate – oppure sprofondavano in un mutismo che sollevava dubbi.
Come se il segreto fosse l’anima di loro affari.
E al terzo attore sembrava destinato il ruolo di idiota del film. Questo perché agli abitanti di Matola/Maputo nessuno diceva nulla relativamente ai pericoli delle incinerazioni nei forni di cemento. Nessuno diceva loro nulla circa i più tossici inquinanti organici persistenti (POPs)- che dal processo sarebbero poi risultati - alcune inevitabili diossine e “furani” che certamente avrebbero incontrato riparo nei polmoni delle polvere e nel cimento prodotto.
Tragicamente, tutto indicava che la Danida non aveva imparato la lezione di un altro suo film di esportazione - di inceneritori che invecchiano, e di nuovo verso i paesi poveri.
L’anno era il 1986 e il film si svolgeva nei sobborghi nord di Nuova Dheli.
Avvolta da incompetenze e interessi privati nella produzione, la Danida aveva contrattato un brutto pezzo dell’ingegneria della Danimarca per installare un inceneritore di residui in India. Per bizzarra perversione, i famosi consulenti finirono per dare alla luce un aborto – il che anche così non impedì che la Danida lo finanziasse con un prestito molto soft di 10 milioni di dollari.
Conclusa l’opera di ingegneria tossica, i forni lavorarono ancora durante una settimana – 7 giorni.
Per due ragioni: prima perché i rifiuti che avanzavano dalla povertà erano naturalmente bagnati – cioè pieni di lacrime. Successivamente perché, nonostante l’inceneritore Danida gridasse per ricevere rifiuti migliori, l’India non voleva violare trattati ed etiche – soprattutto quanto alla importazione di rifiuti.
Ma per un minuto torniamo adesso al film Matola, dove le immagini dell’ottobre 1998 ci danno il piacere di ricordare Carlos Cardoso.
Severamente indegnato, lui questionava il governo mozambicano quanto all’import / export di rifiuti - e a proposito di autorizzazioni governamentali che concedevano una oscura concessione dell’International Waste Group (IWG).
Alcune settimane prima, Greenpeace aveva pubblicato copie delle autorizzazioni di traffico emesse dal governo – con uno svergognato golpe di carattere bio-etico, e contro molteplici trattati internazionali.
Le autorizzazioni ministeriali erano state emesse nel febbraio ’96, e non erano passati neppure 3 mesi quando Greenpeace ne venne informata. Curiosamente tutto accadde ad un cocktail di ambientalisti nella RSA.
In ambiente workshop SADC, incidentalmente dedicato alla messa al bando del traffico dei residui tossici, un senior mozambicano lasciava capire che il governo preparava un progetto di inceneritore in Mozambico. Un progetto che, dovuto a economie di scala, oltre la “merda” locale avrebbe fatto ugualmente ricorso alla importazione dei rifiuti internazionali.
In questo senso del resto sarebbero stati già ufficialmente contattati 4 Paesi.
Accade che due anni dopo il cocktail nell’Africa del Sud e in piena battaglia Matola, Greenpeace si sentì in obbligo di pubblicare le autorizzazioni del ’96.
Per loro, e anche se queste autorizzazioni non dicevano nulla rispetto al film, o per lo meno immediatamente, le autorizzazioni ministeriali costituivano una buona prova dell’ufficialità di una odiosa ipotesi: quella del traffico dei tossici. E per “una vecchia puttana” come Greenpeace, la pressione pubblica aveva pochi misteri – soprattutto quando affrontavano assurde intransigenze come quelle che furono esibite nella battaglia di Matola. Curiosamente, e come si verrebbe poi a dimostrare, il sapere le cose prima- così come la zuppa di gallina- non ha mai fatto male a nessuno.
Con copie delle autorizzazioni in mano, nel settembre 1998 i giornalisti e il mondo attento al traffico di rifiuti tossici mettevano al muro il governo e Danida per l’affare dei Cementi Matola – e dall’altra parte, ciò che le immagini registravano erano smentite, imbarazzate e indignazioni patetiche.
Poche settimane dopo, il film incineraçao @ Matola era interrotto da uno slide dell’ottobre ’98 che, con un sottofondo di requiem, proiettava la revoca dell’autorizzazione MICOA. Ma, in nota allo slide, la produzione si interrgava?
E per le altre autorizzazioni che cosa è accaduto?
Ultimo tango a Boane?
Ma come negli altri film ambientali, una vittoria di Pirro potrà essere stata questa vittoria di Matola.
E immaginando un altro tango a Parigi, a Matola si danzava con molto burro di noccioline americane.
Infatti sono molte le evidenze che nel frattempo sorsero –dal relatorio Scalia e altri – a indicare che durante gli anni in cui si verificava questa battaglia, una rete di eco-impresari usava i sotterranei del corridoio Maputo-Boane per effettuare scariche di tossici a cielo aperto – particolarmente a partire dal 1997.
Tanto che nell’ottobre 2000, e pochi giorni dopo l’annuncio mozambicano di una marcia indietro nel caso Matola, il giornale argentino El Diario (Moron) si accingeva a rivelare nuovi particolari su la International Waste Group – e la rotta Maputo-Boane.
El Diario pubblicava allora i termini di un accordo stabilito tra la sussidiaria a Dublino dell’impresa argentina Waste Group con la Eco Group Management SRL – in una ricerca che era confermata, quasi in simultanea, dal settimanale italiano Famiglia Cristiana.
Secondo il contratto a cui si è alluso, l’impresa argentina International Waste Group (IWG) si proponeva di rovesciare in Mozambico, e in alleanza con la mozambicana AMODEL Lda, qualcosa come 25.000 tonnellate di rifiuti tossici al mese – per il periodo di almeno un anno. Nella operazione una tonnellata di rifiuti era quotata 300 dollari, e se fossero stati 12 i mesi fiscali questa avrebbe significato un colpo grosso da 90 milioni di dollari all’anno. E secondo quello che dicono i trafficanti, in ogni partita di rifiuti i lucri sarebbero arrivati a 5 milioni di dollari. Come si può notare facilmente, l’esagerazione del contratto rivela l’avidità dei trafficanti.
Si ricordi adesso che nel febbraio 1996, questa era proprio la Waste Group (IWG) che aveva ottenuto in Mozambico autorizzazioni del MICOA (Ministero della Coordinazione Ambientale) MPF (Ministero della Pianificazione e Finanze) e CPI (Centro di Promozione dell’Investimento) per un progetto detto di Recupero dei Rifiuti. E furono certamente queste autorizzazioni che permisero alla IWG di ottenere rapidamente un permesso argentino – come magazziniere e esportatore di residui pericolosi. E in tempo record.
Una volta aperti i corridoi e della Segreteria per l’Ambiente in Argentin dal figlio di Carlos Meném, il 25 settembre 1996 l’architetto Antonio Aguirre otteneva la licenza a procedere della IWG con una circolare confidenziale 1898/96. E nel processo di transazione, nella via Almirante Brown 927, l’Argentina era indicata come sede dell’IWG, una vera sede di affari condivisa con crematori privati della stessa rete. Ufficialmente, l’attribuzione dell’affare in Mozambico sarebbe stato la raccolta e la “ripulitura” dei rifiuti. E se la “merda” di qua non riuscisse a rendere profitti ai forni di incinerazione, quello che c’era da fare era impostarle.
E per una coincidenza che destava sospetti, nel 10 maggio 1996, cominciava fino a ora in Mozambico, una frenetica e globalizzante campagna di marketing in vista della celebrazione di accordi bilaterali per l’importazione di rifiuti – includendo contatti ufficiali con rappresentanti locali dell’Italia, dell’Argentina e della Spagna.
Nel frattempo, d’accordo con Scalia e altri, al progetto di recupero dei rifiuti era attribuita una concessione di 150 ettari a Boane, vicina a una antica zona di estrazione di minerali. Secondo i trafficanti, la natura rocciosa del suolo rendeva possibile l’istallazione di un inceneritore e il rispettivo mega-rifiuti.
Le ricerche sui traffici di rifiuti continuarono da tutte le parti e nell’ottobre 2001 l’argentino Canal 13 (Telenoche Investiga) rivelava nuovi dettagli del puzzle delle ecomafie.
Davanti a una camera occulta della “Telenoche Investiga”, tre moschettieri del crimine argentino confessavano la loro partecipazione a diversi colpi grossi, includendo il traffico di rifiuti internazionali. E uno degli intervistati non era altro se non l’arci-trafficante Antonio Aguirre, della International Isidro, oltre le imprese CETRA e Ecolink. Senza accorgersi che stava per essere filmato, questo architetto della International Waste Group ammetteva che a Boane non si prevedeva nulla di straordinario – appena una piccola riforma delle terre, delle aeree e anche dei contadini locali affinché si abituassero ai costumi indigeni – diceva lui, il trafficante.
Le immagini del Canale 13 sono tuttavia piene di pepe con riferimento a Adam Kashoggi (uno degli Irangate) e ai baccanali a Marbella promossi da un non bene identificato trafficante siriano – Monser Al Kassar. E per bizzarra ironia, persino un tale Bin Laden è da loro menzionato come partecipante agli affari dei rifiuti.
In questa transazione, il trafficante siriano si sarebbe incaricato di fare la gestione delle navi che, attraversando i porti del mondo, avrebbero sbarcato a Maputo residui tossici e scorie radioattive con destino a Boane.
Stranamente, il Malati cominciava a essere citato nei corridoi della malavita come un’altra potenziale destinazione.
Ma a parte le bizzarrie del destino, l’importante era che le immagini permettevano di percepire meglio il modus operandi di un traffico odioso – armi, droghe, denaro sporco e rifiuti tossici. E nel caso dei puzzle dei tossici, la International Waste Management (IWG) appariva come il pivot di tutta l’operazione.
Più tardi e con la credibilità che meriteranno le sue parole, l’arci trafficante Aguirre ammise di non aver mai sborsato i 3 milioni di dollari previsti dal contratto che la IWG aveva stabilito con il partner mozambicano – e che per questo sarebbe sfumato il contratto.
Però ci sono dei cinici che presumono che probabilmente, questa ECOMAFIA si giudicava in diritto di trarre beneficio dai fondi di aiuto internazionale in Mozambico – affinché si desse una grande scala ed efficienza all’incinerazione.
E per qualche ragione non li ottenne.
Ma forse Boane non sarebbe stato l’unico caso di commercio di pericolosi rifiuti tossici. Perché i marzo 1998, e a proposito dei crimini della dittatura militare argentina, il giornale spagnolo El Pais riportava una richiesta della centrale sindacale CTA al procuratore spagnolo Baltazar Garzon – in un articolo che avrebbe motivato nuove ricerche sulle dittature e vari altri incubi tossici in Mozambico. Come per esempio quello che l’onnipresente Greenpeace cominciava a denunciare.
Secondo Greenpeace, il governo mozambicano, in una sollecitazione del 1998 (che io certamente sottoscriverei) aveva ottenuto l’assistenza dell’Italia affinché si mettessero al sicuro alcuni residui radioattivi abbandonati dai sovietici nell’occasione di ricerche sulle miniere a Nampula e Tete.
Fin qui, per me tutto Ok – la cosa sarebbe appena un volgare e ambiguo investimento. Per quanto si sa, il riscatto e l’immagazzinaggio di questi residui sembra essersi svolto in maniera soddisfacente.
Ma il problema è che, secondo Greenpeace, in questo stesso 1998 il governo mozambicano avrebbe aumentato le bizzarrie – e passava a sollecitare una assistenza addizionale italiana per costruire un deposito di materiale radioattivo destinato a raccogliere scorie internazionali.
Il deposito sarebbe dello stesso tipo del caso anteriore, ma adesso in un luogo – diverso e sotterraneo. Tutto questo in un Mozambico che non produce tali residui, ma li riceve da fuori .
E oltre ai riferimenti ai mentori del progetto di rifiuti, Greenpeace allegava che , nel ’99, la venerabile ENEA (Italia) avrebbe già contrattato la sua partecipazione all’impresa di costruzione di questo deposito di scorie radioattive. ( Nucleo S.p.a).
Ti confesso Ilaria
che tutto questo mi faceva raddrizzare i capelli – e quel poco che mi restava del midollo spinale.
Perché se l’accusa deposta da Greenpeace fosse un fatto oppure una fiction radioattiva, la questione poco mi interessava. A me, ciò che da subito mi inquietava era il … - una nuova importazione di “merda”. Come se la nostra già non bastasse.
E da queste fosse, soltanto un profumo di amore mi potrebbe riscattare .
Fu quando per caso ti ho conosciuto, Ilaria. E per frivolo che possa essere stato il pretesto, ciò che è sicuro è che la passione diventò grande come il mondo – una passione che cresceva, non con rose e in giardini, ma nelle sudice rotte dei rifiuti.
In verità ti confesso che tutto accadde mentre analizzavo la questione nucleare ESKOM. Ma propriamente le rotte del reattore radioattivo PBMR, le rotte dell’uranio arricchito importato dalla Russia via Durban, il N1 e N4 per Pelindaba e Koeberg, al dilà di tutte le altre che loro potessero immaginare. E mi si prospettava la terrificante possibilità di proliferazione insidiose includendo i colpi grossi di abitudini di sbarco e “hijacks” di autostrada.
E fu nelle pagine web di un atlante della proliferazione che subitaneamente tu mi sei sorta come una martire, non direi della fisica, ma dell’igiene della terra. Un martire che di poco avrà servito ai trafficanti.
Perché in questo millennio demenzialmente intossicato, io so che tu sai che la difesa della terra continua – nonostante i trafficanti, nonostante la pestilenza e la miseria. E soprattutto nonostante la salute dei Saddamocs e babyBushs di ufficio.
Confesso che non so se lassù voi volete notizie di queste miserie, ma in questo caso non resisto. Perché alcuni mesi fa, la gang dei rifiuti tossici istruiva il babyBush affinché strappasse più strati possibili- Kyoto, Basel…quale sarà il prossimo?
Vi parlo della recente moratoria imposta dal babyBush e da un congresso USA. Una moratoria che non solo annulla le ultime determinazioni Clinton, come in più si permette di finanziare un progetto pilota sui generis – affondare navi cariche di pericolosi rifiuti nucleari ( asbestos e Pcbs (bifenilos policloridratos).
Piccole barche come alcune che navigano nelle coste del nostro Oceano Indiano – una costa alla mercé di pirati che buttano fuori rifiuti tossici nel mare e in terra. E soltanto ieri c’erano gli allarmi contro 50 navi che vanno alla ricerca di questi rifiuti in questi luoghi.
E babyBush in uno di quegli spari di brillanteria cui ci ha abituati passava adesso ad architettare nuove isole e scogliere artificiali negli oceani.
Giocando con le barchette nella bagnarola globale, e certamente nel risucchio di una caduta della poltrona, Bush junior voleva affondare più di 300 vecchie navi contaminate nell’Oceano Indiano e nel Pacifico dei poveri.
Si ricordi che secondo il BAN( Basel Action Network), è stata la pressione dei paesi del Sud, dell’Africa in particolare, che la convenzione di Basilea (Basel) introdusse una emenda al trattato del 1989 – che proibiva tutte le esportazioni di rifiuti pericolosi dei paesi dell’OCDE verso altri , soprattutto verso i paesi poveri.
L’emenda è stata adottata nel 1998 e la sua ratifica continua ancora.
Oltre agli specifici rifiuti tossici, la lista di prodotti proibiti include l’arsenico (altamente tossico e cancerogeno), il cadmio (che devasta polmoni e altri organi), e il mercurio che rovina il cervello, i reni e lo sviluppo del feto. La lista include ugualmente i rifiuti degli ospedali, come siringhe, imballaggi medici e altri materiali che possono infettare e spargere germi patogeni e altri micro-organismi pericolosi.
E più recentemente la Basel ha bandito e ha deciso di dedicare una doppia attenzione a un altro tipo di residui – rifiuti come vecchi telefonini cellulari e vecchi computers.
Il mondo è di fatto pericoloso, e pertanto bisogna stare con gli occhi ben aperti.
Ed è per tutto questo, Ilaria, che ti scrivo la mia passione – e se grido forte è perché tutti lo sappiano.
Hasta siempre Ilaria
José Lopes
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