Emergenza cronica tra guerre e carestie

«In 9 anni che siamo in Somalia, non avevamo mai subito un attacco»,
spiegavano ieri i portavoce di Msf da Nairobi. Presenti in 4 aree diverse del paese, gli operatori di Medici senza Frontiere, rappresentano uno dei gruppi più folti della presenza umanitaria nell’ex colonia italiana. Sono 12 gli “espatriati” – ovvero il personale internazionale – coadiuvati da un personale locale composto da 30 persone; i progetti di Msf vanno dalle regioni indipendenti del nord (Somaliland e Puntaland, più organizzate e pacificate) a quelle dell’estremo sud (come il porto di Chisimaio, dove maggiori sono le tensioni tribali).
Accanto, e talvolta assieme, a loro opera una vasta e varia schiera di organizzazioni non governative e delle Nazioni Unite che seguono numerosi progetti, in gran parte d’emergenza. Il ciclico insorgere di epidemie e di emergenze alimentari, innescate dalle carestie che si ripresentano con regolarità stagionale – alternate a inondazioni altrettanto devastanti soprattutto nelle aree al confine con il Kenya fa della Somalia uno dei paesi dove maggiore e più capillare è divenuto l’aiuto internazionale.
Il monitoraggio delle organizzazioni umanitarie sulla Somalia è ormai collaudatissimo, benché i rapporti con i “signori della guerra” sia spesso conflittuale (sono decine i casi di rapimenti di personale occidentale, anche italiano, nella storia recente dell’assistenza umanitaria in Somalia dalla fine dell’intervento Onu, nel ‘95) e le garanzie di sicurezza e incolumità siano sempre state relative, tanto è vero che molte organizzazioni hanno dovuto abbandonare il campo per periodi più o meno lunghi.
L’attacco di ieri avviene a due settimane dall’appello lanciato dal primo ministro del governo di transizione Ali Khalif Ghalayr alle Nazioni Unite affinché aprissero un ufficio a Mogadiscio, definendo la capitale «città aperta», dopo 10 anni di conflitti. La dichiarazione non è piaciuta ai tanti oppositori del fragile esecutivo i cui 25 ministri dovrebbero rappresentare i vari gruppi etnici e clan del paese; tra i maggiori nemici del governo del presidente Hassan reputato come un islamico moderato e che ha diffusamente reinserito la sharia, la legge islamica c’è appunto Yalahow, che teme una limitazione della sua influenza a scapito delle strutture statali.
Virulenti furono gli attacchi di vari “signori della guerra” nell’autunno scorso contro il nascente governo di transizione e contro l’annuncio della formazione di un corpo di polizia; Yalahow sarebbe anche il mandante dell’assassinio di Hassan Ahmed Elmi, uno dei 245 membri del Parlamento somalo, anch’esso emanazione del frazionamento etnico dei circa 7 milioni di abitanti dell’ex colonia italiana e protettorato britannico.
Perciò l’arrivo un paio di giorni fa dell’equipe di valutazione dell’Onu – i cui membri dovevano rimanere a Mogadiscio solo 3 giorni – per fare il punto sui programmi delle vaccinazioni antipolio e della lotta contro il colera, è sembrata da parte dei “signori della guerra” una buona occasione per far fallire gli appelli del governo e mostrare la legge del più forte.