Chi ha ucciso ilaria e miran?

Presentato
il libro “L’esecuzione”, un’esclusiva inchiesta sul delitto in Somalia
dei due giornalisti
Chi
ha ucciso Ilaria e Miran?

Roma.
Domenica 20 marzo 1994. È la giornata che precede il rientro della Somalia
del Contingente italiano. Per Giorgio e Luciana Alpi genitori della
giornalista della Rai, Ilaria è una domenica importante: termina il
viaggio della loro figlia, inviata del Tg3 in Somalia. Intorno alle
12,30 in casa Alpi squilla il telefono. Luciana si precipita a rispondere.
È Ilaria, da Mogadiscio. (…) La telefonata (…) tranquillizza i coniugi
Alpi. (…) Verso le ore 15 il telefono di casa Alpi squilla di nuovo,
risponde ancora Luciana. In linea c’è una collega di Ilaria, la giornalista
del Tg3 Bianca Berlinguer, che le dice: «Luciana, devo darti una brutta
notizia… Ilaria è morta». La notizia è già stata diffusa dal Tg di
Italia-1 Studio Aperto e dall’Agenzia Ansa. (…) Da questo momento
comincia la lunga battaglia solitaria di Giorgio e Luciana Alpi per
capire come e perché è stata uccisa la loro figlia. Cioè, i due elementi
che mancano nella notizia diffusa dall’Ansa e dalla televisione». Così
comincia il libro “L’esecuzione, inchiesta sull’uccisione di Ilaria
Alpi e Miran Hrovatin” di Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta
Grainer – ex membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla
Cooperazione – e Maurizio Torrealta – giornalista Rai -, edizioni Kaos,
presentato ieri nella sala stampa estera di via della Mercede, a Roma. Insieme
ad Ilaria, quel 20 marzo di cinque anni fa, venne assassinato anche
Miran Hrovatin, operatore della Videoest di Trieste, che aveva conosciuto
la giornalista del Tg3 in Bosnia ed in Slovenia. Prima di allora non
era mai stato in Somalia, ma non era nuovo a situazioni difficili: il
suo primo servizio di guerra lo aveva realizzato nelle zone del deserto
sahariano, dove i guerriglieri del Fronte del Polisario combattevano
l’esercito del Marocco. Il libro ricostruisce tutti i contorni del delitto
di Mogadiscio e attraverso notizie inedite arriva nei “pressi” della
verità. Una pubblicazione che pone interrogativi inquietanti, partendo
– come ha detto Giorgio, il papà di Ilaria – da «fatti realmente accertati
come veri». Chi
ha ucciso Ilaria e Miran? E perché? Le prime prove di depistaggio tentarono
di accreditare la versione dell’incidente, fino a raggiungere il grottesco:
«Escludo che siano stati sparati colpi a bruciapelo – così il 22 marzo
’95 risponde alla Commissione parlamentare il colonnello Fulvio Vezzalini,
presente a Mogadiscio il giorno del duplice delitto. Posso azzardare
l’ipotesi – continua – che ritengo veritiera, che vi sia stato un colpo
di Ak che ha colpito la persona che stava sul davanti della macchina,
il cineoperatore, ha passato il suo corpo e ha preso in testa la ragazza
(Ilaria, ndr) che era accucciata dietro». Una testimonianza che fa a
pugni con l’evidenza: le perizie accertano che nel capo di Ilaria è
stata trovata l’anima della pallottola che l’ha uccisa, e che una seconda
pallottola è stata trovata nel capo di Miran. Quelle due morti, dunque,
non furono affatto accidentali. Trova conferma la ricostruzione effettuata
dall’Ansa subito dopo l’agguato mortale: l’agenzia aveva parlato dell’autista
e della scorta fatti allontanare prima di procedere alla spietata esecuzione
di Alpi e Hrovatin. «E che dire – dichiara sgomenta Luciana Alpi – del
generale Luca Rajola Pescarini, colonnello del Sismi a Mogadiscio, che
cercò di convincerci che Ilaria e Marin erano stati uccisi dai fondamentalisti
islamici? Cosa ha fatto Rajola per prevenire quegli omicidi?»

Le
“menzogne” di Rajola sono le menzogne di un sistema che ha operato senza
scrupoli, passando dal traffico di armi a quello di rifiuti tossici,
utilizzando a fini niente affatto umanitari i soldi della Cooperazione.
Proprio attraverso le navi della Cooperazione pare che avvenissero scambi
illeciti fra esponenti dei servizi segreti militari, funzionari del
nostro ministero degli Esteri e mercanti Internazionali. Intercettazioni
telefoniche della Procura di Asti si stanno rivelando preziose ai fini
dell’inchiesta sulla morte della giornalista e del cineoperatore. In
una telefonata tra Faduma, figlia del generale Mohamed Farah Hassan
Aidid, e un tale Ahada – sta scritto nel libro – la donna fa riferimento
ad alcuni nomi, tra cui quelli di due italiani, affermando che «hanno
ucciso la ragazza e il vecchio (Aidid, ucciso in circostanze mal chiarite).
La ragazza morta e il vecchio sono stati eliminati da loro. Adesso io
li ho coperti. Non ci conviene accusarli, lo faremo una volta che il
nostro governo sarà riconosciuto. Non è conveniente, sono più forti
di noi».«Il
caso Alpi-Hrovatin come Ustica – ha detto ieri il segretario dei Ds
Walter Veltroni -. Che fine hanno fatto gli appunti di Ilaria?» È lo
stesso interrogativo che si pongono gli autori del libro. E cosa contenevano?
L’ipotesi oggi più accreditata vuole che Ilaria e Miran fossero venuti
a conoscenza di verità scottanti, come le prove documentali delle sovrafatturazioni
che hanno finanziato i diversi traffici nascosti dietro la Cooperazione.
«Perché – si è domandato ieri Gianni Minà, curatore il 23 luglio ’98
di una trasmissione-chiave dedicata al caso Alpi – le valigie di Ilaria
sono partite da Luxor sigillate e giunte a Roma aperte?» Anche quelle,
cosa contenevano? Le
indagini hanno accertato che Ilaria sia rimasta viva per almeno un’ora
ed un quarto (Miran morì sul colpo) e che Giancarlo Marocchino, il faccendiere-autotrasportatore
italiano a Mogadiscio, con il quale i nostri vertici concludevano rilevanti
affari, con il suo radio-telefono chiamò il comando militare per chiedere
aiuto. Il colonnello Giorgio Cannarsa lasciò correre. In una videocassetta-shock
si sente Marocchino che dice: «Maledetti, non mandano nessuno perché
hanno paura». Il
23 luglio ’98, il giorno della trasmissione di Minà, Giovanni Montana,
cappellano militare della nave Garibaldi in Somalia, ora cappellano
del Quirinale, confessa di aver amministrato ad Ilaria l’estrema unzione.
La giornalista, quindi, era viva. Ed era trascorsa oltre un’ora dall’attentato.
Perché si è saputo solo a distanza di 4 anni e 4 mesi? C’è di più: nelle
ore del delitto – e questo si legge nei registri di bordo della Garibaldi,
dove poi fu trasportato il corpo di Ilaria – i soldati praticavano gare
di pesca. Possibile che il comando militare non abbia ritenuto opportuno
inviare immediatamente un medico a soccorrere Ilaria? «Quando
il corpo di mia figlia – è ancora Luciana Alpi a parlare – è giunto
a Ciampino, non era avvolto neppure da un lenzuolo. Era tanta l’urgenza
di chiudere il caso. Ricordo ancora quel pomeriggio del 20 marzo del
’94 passato in compagnia di Walter Veltroni e Sandro Curzi»