Ilaria, amica mia, io ti ricordo così

Giorgio,
il papà di Ilaria, ci tiene solo a una cosa: che sua figlia sia ricordata
senza retorica. Ma lei stessa si sarebbe seccata degli
aggettivi inutili e delle belle parole fini a se stesse. Odiava l’ipocrisia
e gli ipocriti, quelli che ti sorridono davanti e ti pugnalano alle
spalle. Ed è per questo che “la mia sorellina di Mogadiscio” (così la
chiamavo per l’affetto che ci legava) va raccontata attraverso alcuni
episodi della sua vita professionale che ne fanno comprendere appieno
il carattere schietto e generoso.
Ci
conoscemmo nel dicembre 1992. Pucci Bonavolontà aveva seguito per Il
Tg3 l’arrivo delle truppe americane, il 9, e prima di Natale aveva deciso
di lasciare il posto ad Ilaria. “Arriva. una giovane collega – mi disse
– E’ ancora praticante. Dalle una mano per piacere” – Legammo subito
per la sua spontaneità e la sua affabilità. Allora non c’erano alberghi
e la maggior parte dei giornalisti Italiani era accampata nella villa
della nostra Cooperazione. Noi alloggiavamo con qualche americano, una
tedesca e altri di passaggio nel villaggio dell’organizzazione non governativa
Sos Kinderdorf International gestito da Willy Huber (italiano nonostante
Il nome), l’unico occidentale a non aver mai abbandonato la Somalia
durante la guerra civile.
Ilaria
fece subito capire di che pasta era fatta. Invece di passare Il Natale
a Mogadiscio, in ambasciata o da Giancarlo Marocchino, che prometteva
per quell’occasione aragoste e champagne decise di partire per Merca.
Due giorni nell’inferno dei cronicario di Annalena Tonelli. “Non sono
venuta per divertirmi – confidò – Sono qui e voglio vedere e capire,
ma soprattutto imparare a fare questo mestiere”. Mandava le prime corrispondenze
timorosa di sbagliare. Chiedeva sempre consigli, ma in realtà non aveva
bisogno di nulla. Parlava arabo ed era affascinata dalla cultura islamica.
Quando seppe che da una decina di giorni ero alla ricerca del capo dell’Ittihat
al Islani, il movimento fondamentalista più agguerrito in Somalia, mi
chiese di poter partecipare all’intervista. Era felice quando finalmente
arrivammo al cospetto di Shek Abdulla Mohammed Ali (shek vuoi dire santone)
un uomo importante, con la barba brizzolata “immerso” in un larghissimo
camicione grigio. Il nostro interlocutore non parlava né inglese né
italiano. Lei si mise a conversare in arabo, traducendomi
ogni cosa senza mostrare il benché minimo fastidio. Era l’unico che
in dicembre ‘92 aveva minacciato: “Spareremo contro tutti gli stranieri”.
Ogni
sera nel lunghi mesi di guerra passati a Mogadiscio, parlavamo dei
progetti e dell’indomani, dei servizi da fare, delle menzogne da
sbugiardare e cercavamo di analizzare il baratro in cui era caduta
la Somalia. Con noi, in luglio, agosto e settembre all’hotel Saafi
c’erano Reid Mi Iler, dell’Associated Press, David Chazan, della
France Press, Ingrid Formanak, Mike Hanna, Cindie Strand, Robert
Weiner, Maria Fleet della Cnn. Andy Hill della Reuters e poi tutti
gli stranieri che passavano da quell’albergo: mi vengono in mente
Paul Watson dei Toronto Star, Donatella Lorch del New York Times, Keith Richbor del Washington
Post, Mark Housband del Guardian, Sam Kailley del Times, Scott Peterson
del Daily Telegraph. Eravamo gli unici Italiani ad alloggiare lì. No, non è vero. Con noi c’erano
anche i fotografi free-lance quelli sempre senza soldi cui Ilaria
offriva passaggi sulla sua macchina. “Bisogna aiutarli sono squattrinati.
Ma il loro lavoro è essenziale per mostrare al mondo il dolore e
la disperazione di questa guerra”. Poi, per una ventina di giorni,
al Saafi presero alloggio anche Gian Micalessin e Fausto Biloslavo,
anche loro free-lance e cronisti d’assalto.
Ilaria
conosceva perfettamente le difficoltà di lavorare In Somalia. No, non
solo per i rischi che si correvano quotidianamente. Quelli non la impensierivano
più di tanto (“e poi – scherzava – il mio bisnonno è già stato ammazzato
qui. E’ difficile che capiti anche a me). Lei era irritata, piuttosto,
per l’inaffidabilità delle fonti. Nessuno laggiù dice la verità. Né
i somali, né gli addetti stampa dell’Onu, né quelli dei vari contingenti.
Da qui la necessità di lavorare in strada per essere testimoni oculari
di quello che sta accadendo, verificare le notizie, cercarle per poi
sbatterle in faccia agli interlocutori che mentono. Sapeva
che alle fonti non ci si può legare, pena la soggezione. Era un principio
cui teneva molto e non voleva disattenderlo neppure nel momenti difficili.
Così quel 12 luglio, quando gli elicotteri americani bombardarono una
villa massacrando una quarantina di sostenitori dei generale “ribelle”
Aidid, lei corse a vedere per filmare l’edificio attaccato. Fu una giornata
tragica. I somali assalivano qualunque bianco osasse farsi vedere giro.
Lei uscì, con il suo cameramen di allora, Alberto Calvi, e si trovò
in mezzo a quella sommossa in cui furono trucidati quattro colleghi,
Dan Eldon,, Hansi Krauss,, Anthony Macharia e Hos Maina. La sua macchina,
in fuga, non rientrò all’albergo Saafi e ognuno di noi mandò la propria
auto con l’autista e la scorta somala in giro per la città per procurare
sue notizie. Fu cercata anche per radio nell’albergo Amana (di fronte
al comando dei parà. Luogo sicuro, ben protetto ma isolato, lontano
dalle fonti di informazione) dove alloggiavano i giornalisti italiani. 
Un’agenzia la diede anche per morta. Quando fu rintracciata,
a casa di amici dai quali cercava informazioni fresche, tirammo tutti
un sospiro di sollievo. Quel
pomeriggio, intorno alle tre, i somali portarono davanti ai cancelli
dell’albergo Saafi un camion, carico dei loro cadaveri. Ilaria uscì.
Voleva vedere, voleva documentare. Fu Ali il mio autista, quello che
poi avrebbe guidato la sua auto il tragico 20 marzo, giorno del fatale
agguato, che con uno spintone la ricacciò oltre il cancello, all’interno
dei cortile dell’hotel. Si era accorto che un uomo voleva accoltellarla.
Fu una giornata sconvolgente. Eravamo tutti addolorati e choccati. La
tensione in città si tagliava con il coltello. Si temeva che i somali
attaccassero da un momento all’altro. Noi allora dovevamo rientrare
all’albergo Amana (dove abitavamo, ma sarebbe stata l’ultima notte.
La mattina successiva ci saremmo stabiliti al Saafi). Ilaria non poteva muoversi fino alle 18 (e a Mogadiscio a quell’ora
è già buio) perché doveva mandare Il suo servizio con il satellite. Aspettai
con lei per non lasciarla sola e pochi minuti prima di uscire ricevemmo
una chiamata via radio. “Vi mandiamo una scorta militare”, offrì un
ufficiale Italiano. Ci guardammo con lo sguardo interrogativo e poi
senza un attimo di esitazione: “No grazie. Siete gentili, ma preferiamo
venire da soli. Abbiamo rafforzato la nostra guardia”. Ilaria
non ha mai chiesto di essere scortata dal militari. D’altro canto sapeva
che a Mogadiscio tutti i corrispondenti stranieri ironizzavano su quei
colleghi Italiani (ed erano parecchi) che si muovevano solo (o quasi)
sul camion dei parà. (Ironizzavano, comunque, anche sul soldati che
giravano con il codazzo di reporter). “I ruoli dei militari e dei giornalisti
sono diversi ed è bene che restino separati”, sosteneva invece lei caparbiamente. Ma
per capire a pieno la sua sensibilità è bene ricordare cosa fece il
15 settembre, quando due soldati italiani che facevano jogging furono
uccisi da cecchini al porto. L’attacco avvenne esattamente alle 18.25
ora italiana e lei doveva andare in onda alle 19. Seguimmo tutto per
radio: dall’ “Aiuto ci sparano addosso”, alla richiesta di un’ambulanza,
all’arrivo dei soccorsi, alla morte dei due ragazzi. Riuscimmo a captare
persino i loro nomi. Poteva essere la prima a dare la notizia nel suo
telegiornale. Invece rinunciò: “Non voglio che le famiglie siano informate
dalla televisione – mi disse tesa ma convinta – Non me la sento”. Purtroppo il giorno dei suo assassinio
alcuni colleghi non hanno riservato alla sua famiglia lo stesso riguardo.
Per
questo suo atteggiamento eticamente integro e alieno ai compromessi,
per la sua serietà professionale e la sua innata allegria era amata
da tutti al Saafi. Montammo
un casino, assieme a Ingrid Formanak della Gnu, quando i responsabili
dell’Onu decisero che i giornalisti, al momento di passare i check point,
avrebbero dovuto imbracciare le armi togliendole alle loro guardie del
corpo. “Per la convenzione di Ginevra i reporter non possono portare
armi”, protestò in piena conferenza stampa. E il maggiore David Stockwell,
capo ufficio stampa del’Onu, dovette rinunciare a questa curiosa trovata.

Purtroppo
non ho conosciuto Miran. L’avevo sentito al telefono di Mogadiscio,
quando ogni sera chiamavo Ilaria. L’apparecchio satellitare era stato
installato in camera sua e ogni volta che la collega tardava a venire
ci scambiavamo poche parole sulla situazione. Ilaria, prima di partire,
mi aveva detto che andava “con uno in gamba”. “Sai ho trovato un free-lance.
Qui alla Rai nessuno vuol venire. E’ bravissimo. Ha lavorato parecchio in Bosnia”.
Già
un free-lance, cui toccano spesso i compiti più ingrati. Che rischia
di morire per documentare al mondo tragedie e sventure e poi nel nostro
Paese non è riconosciuto neanche come giornalista. Erano free-lance
Dan, Anthony, Hansi e Hos, giornalisti a pieno titolo perché non erano
Italiani. Chi ha difeso le speranze e la aspettative di queste persone
(e Ilaria le aveva a cuore) non ha potuto non pensare con rammarico
a Miran e a quanto le sue cronache filmate dalla Bosnia e dalla Somalia
ed il suo estremo sacrificio abbiano rappresentato per il giornalismo.
Già ma lui, per la legge, non era neppure un giornalista.