Porta a porta e Ilaria Alpi.
Deontologia e Etica non sono optional

Il 15 settembre 1993 a Mogadiscio furono uccisi due soldati italiani che facevano joggin nella base dell’ONU al porto. Ilaria Alpi seppe la notizia, compresi i nomi dei morti, immediatamente, pochi minuti prima di andare in onda sul TG3 delle 19, ma si rifiutò di darla perché non riteneva eticamente corretto che i parenti dei due soldati assassinati apprendessero della morte dei loro cari dalla televisione. Diverso stile, diversa cultura, diversa classe giornalistica da quella di chi non ha avuto gli stessi scrupoli nella triste vicenda dell’ostaggio italiano Fabrizio Quattrocchi, ammazzato in Iraq. Ecco il racconto di quel 15 settembre

…..Alla sera torniamo al Sahafi (l’albergo dove alloggiavano i giornalisti ndr) e ci mettiamo a scrivere i nostri articoli.

Io sono alla camera 315 al secondo e ultimo piano. Il condizionatore è al massimo e la porta, come al solito, aperta. Ilaria nella stanza accanto, la 314. Nella mia ho organizzato un piccolo ufficio con computer, stampante, telefono (il terminale satellitare della Reuters, l’agenzia che mi ha chiesto di tenere aperto il loro ufficio dopo la morte di quattro giornalisti il 12 luglio precedente) e un archivio di documenti.

Sul tetto ho piazzato un’antenna cui collegare la radio ricetrasmittente con la quale monitorare tutte le trasmissioni in una lingua comprensibile: quelle dell’UNOSOM e delle agenzie non governative, in inglese, e quelle dei militari italiani.

La radio è in posizione scanner, cambia cioè velocemente canale e si ferma su quello che trasmette qualcosa. Ore 19,25 (le 18,25 in Italia) dall’altoparlante arriva una voce concitata: “Aiuto ci stanno sparando addosso… Due dei nostri sono qui in una pozza di sangue”. “Chi vi ha sparato?”, chiedono dall’altra parte. “Non lo sappiamo”.

Urlo ad Ilaria di correre e ascoltare la conversazione. 1a voce: “Presto, presto, mandate un medico e un’ambulanza”. 2a voce: “Come stanno, come stanno? Chi sono, chi sono?”. Mezzo minuto di silenzio poi tra le raffiche di mitra la voce risponde: “Uno è qui vicino a me, non ce l’ha fatta, è Giorgio Righetti. Rossano Visioli respira ancora, serve un medico e un’ambulanza”. Poi dopo un attimo di silenzio: “Quei figli di puttana ci sparano contro”. 2a voce: “Chi vi spara contro”. 1a voce: “I nostri, i nostri. Gli americani o gli arabi. Chiamate un’ambulanza”. Si inserisce una terza voce che, a me pare evidente, vuole parlare con la prima. “Sto telefonando a Italeli (il comando degli elicotteristi italiani, ndr), ma quagli stronzi non rispondono al telefono”.

1a voce (alla 3a): “Prova ancora, prova ancora”. E poi alla 2a “Stiamo attivando le ambulanze americane”. Silenzio di qualche secondo. 2a voce: “E’ morto, è morto anche Visoli”. Tutto il Sahafi è in agitazione. La mia stanza è piena di gente: c’è David Chazanne della France Presse, Paul Watson del Toronto Star, Reid Miller dell’Associated Press, Ingrid Formanek e Robert Wiener della Cnn, Sam Kiley del Times e tanti altri che entrano, captano qualcosa, poi escono. Vogliono sapere da noi, che siamo italiani a capiamo, quello che sta succedendo.

Intanto a Roma stanno per scoccare le 19 e Ilaria deve andare in onda. Sarebbe la prima a dare la notizia, in anticipo addirittura sulle agenzie che ancora non l’hanno battuta. E’ agitata non sa che fare: se racconta dell’agguato fa uno scoop, ma il suo carattere e la sua generosità, la sua classe giornalistica oltre alla deontologia professionale, le impongono di avere riguardo per le famiglie dei due ragazzi uccisi.

“Massimo – mi annuncia amareggiata ma decisa -, non voglio che lo sappiano dalla televisione. Non è giusto”. Poi corre a chiamare al telefono il suo caporedattore al TG3, Massimo Loche, gli racconta quanto abbiamo sentito e conclude: “La notizia della morte di due ragazzi datela voi quando vi arriva dalle agenzie. Io non me la sento”. Loche, altro stile anche lui, le dà ragione.

Quindi Ilaria registra il suo servizio come l’aveva preparato prima del duplice omicidio.

Massimo A. Alberizzi