Uranio e scorie, i misteri della somalia

Milano
La Somalia torna a far parlare di sé.
E, purtroppo, sempre per motivi
che non fanno onore né ai governanti di quel paese né all’Europa.È di
mercoledì, e Libero vi ha dedicato ampio spazio, la notizia dei
decesso di un militare reduce dalla missione Ibis in Somalia nel ‘93,
stroncato da un tumore al polmone. Così come sono riemerse nebbie attorno
al caso Ilaria Alpi, la giornalista Rai uccisa a Mogadiscio il 20 marzo
1994: le motivazioni della sentenza che condannò all’ergastolo il somalo
Hashi Omar Hassan parlano chiaramente di un omicidio finalizzato a tacitare
la giornalista, venuta a conoscenza di verità troppo scomode sul traffico
di armi e scorie radioattive con il Paese africano. E in effetti, le
coincidenze attorno alla connection tra società di smaltimento e governo
somalo sono molte.

Il
caso Mandolini
Troppe, forse. Così come troppe appaiono le morti di chiunque sapesse
o potesse sapere. Ad esempio quella del paracadutista Marco Mandolini,
massacrato a coltellate sulle scogliere di Livorno nel 1995. Strana
storia, la stia. Una storia attorno alla quale ruotano i sospetti sull’uso
di uranio impoverito in Somalia e la quasi certezza che i militari italiani
furono posti di guardia di siti predisposti allo stoccaggio di sostanze
tossiche senza le necessario proiezioni. Ma chi era Marco Mandolini’?
Le cronache di guerra si ricordano di lui come caposcorta del generale
Bruno Loi durante la missione “Restor hope” in Somalia dei 1993. Quelle
del crimine, invece, parlano di lui, per l’ultima volta, il 13 giugno
1995, quando venne ucciso con 40 coltellate e un macigno da 25 chili
sulla testa sulle scogliere del Romito a Livorno. Una morte che ancora
oggi non ha un colpevole né un mandante. Ma molti sospetti sul movente.
Sospetti resi ancora più insistenti da una denuncia presentata poco
tempo da Falco Accame, presidente dell’associazione nazionale delle
vittime delle forze armate ed ex presidente della Commissione Difesa,
che cita un documento americano del l993 nel quale si disponevano test
clinici accurati ai soldati statunitensi esposti al rischio di contagio.
La nota americana è indirizzata ai comandi statunitensi e reca la data
dell’8 ottobre 1993 e come oggetto c’è scritto “contaminazione da uranio
impoverito”. Ora lo stesso Accame afferma che se nel comando interforze
di quella missione tutto funzionò a dovere anche l’Italia ne doveva
essere informata e aggiunge che un sospetto di contaminazione
“sorse anche nel nostro Paese in seguito alla morte di Marco Mandolini.
Il quale si ammalò nel 1994 e sulla stia malattia si fecero varie ipotesi:
vaccino sbagliato, emoderivato scaduto, Aids”, conclude Accame.
Uranio?
Forse, ma non solo…
Marco – ha dichiarato il fratello Flaviano – non ci parlava mai
del suo lavoro, tanto meno di quanto accadeva durante le missioni. Sulla
sua malattia ci hanno raccontato di tutto, compreso il sospetto della
sieropositività alla quale non abbiamo mai creduto. So solo che mio
fratello stava indagando sulla morte, che lui giudicava strana, di due
militari che parteciparono a quella missione e ora, alla luce di quanto
è uscito anche sui giornali, posso pensare che si tratti proprio di
questo. Anche perché pure mio fratello si ammalò nel 1994″. Ma non solo.
Se non c’è da dubitare riguardo la denuncia di Accame, altrettanto credibile
appare la tesi di chi, come l’Unep e il funzionario italiano per la
cooperazione Franco Oliva, sembra limitarne l’incidenza. Per tutti l’uranio
fu usato pochissimo in Somalia, quasi esclusivamente nel bombardamento
dell’aeroporto di Mogadiscio e nell’attacco alla residenza del generale
Aidid (blitz Usa che mise in pericolo la vita di alcuni soldati italiani).
Cosa c’è allora? Dovremmo saperlo, almeno avrebbero dovuto dircelo con
grande chiarezza i nostri governanti, visto che sul caso Somalia fu
istituita una commissione d’inchiesta parlamentare, che nella relazione
conclusiva del marzo 1996 ha denunciato á tentativi di convincere i
leader somali ad accettare l’utilizzo di siti in mare per lo smaltimento
dei rifiuti”. In particolare la Commissione ha segnalato “l’esistenza
documentalmente provata di intensa attività di intermediazione fra i
titolari di attività di smaltimento in mare di rifiuti e la Somalia”.
Che, all’epoca, era alle soglie della bancarotta e con un’enorme necessità
di liquidi per acquistare armi. Scorie
subacquee
Il contesto è in riferimento all’attività dall’Odm, una società
gestita da un italiano con sede nell’isola di Guernesay (Gran Bretagna)
che mirava a racchiudere scorie radioattive in appositi siluri da inabissare
nei fondali marini. Spulciando la relazione del 1996, a pagina 459 scopriamo
che “la Commissione ha potuto accertare l’esistenza di attività di trivellazione
e successivo inabissamento in mare di containers attualmente in corso
al largo delle coste nord-orientali somale”. A questo punto entrò in
campo l’Unep, l’agenzia per l’ambiente dell’Onu, pressata anche dalle
molte denunce di medici riguardo il vertiginoso aumento di strane forme
tumorali nella zona. La missione ricognitiva del 1997 portò a un dossier
in cui si evidenziava la presenza di un sospetto container spiaggiato
lungo la costa fra Ige e Mareeg e la morte istantanea di un pescatore
avvenuta dopo l’apertura di una sacca trovata sulla spiaggia di Brava.
Dubbi, sospetti e qualche certezza: come la presenza a Mogadiscio, fin
dal 1986, di personaggi che ruotavano attorno al progetto Urano, ovvero,
l’esportazione nelle depressioni del Sahara di rifiuti tossici provenienti
dall’Europa. Ma l’accordo per l’utilizzo dei territorio saltò e la Somalia
divenne subito terra di conquista.