Un’altra Ustica. Una inchiesta di Famiglia Cristiana

Prove
e documenti misteriosamente scomparsi, errori nelle versioni ufficiali
dell’episodio, tentativi di depistaggio, un testimone ignorato per lungo
tempo: un’inchiesta difficile. Anche troppo.

Dopo sei anni e mezzo di indagini,
nessuno degli interrogativi che ruotano attorno all’assassinio
dei due giornalisti italiani ha trovato risposta. Fin dall’inizio
è stata un’inchiesta molto difficile. Ma anche “sfortunata”.
Ecco perché. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
vengono uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Sul posto nessuno
si preoccupa di fare i rilievi, sparisce un rapporto della
Polizia somala e ne compare un altro. Sull’aereo militare che riporta
le salme dei due e i loro oggetti personali in Italia, vengono
rotti i sigilli dei bagagli e vengono sottratti alcuni taccuini
e la macchina fotografica di Ilaria.
Il magistrato di turno, Andrea
De Gasperis, non dispone l’autopsia sul corpo della giornalista
al suo arrivo a Roma. Il generale Fiore, capo della
missione militare italiana in Somalia, dà una versione errata
dell’intervento dei soccorritori. Diversi sono, negli anni, gli
episodi di depistaggio tentati da sedicenti testimoni oculari
o persone “bene informate” sui fatti. Dopo numerose perizie e analisi
tecniche che hanno riempito centinaia di pagine, non si sa
ancora se la giornalista è stata uccisa da un colpo a bruciapelo
o sparato da lontano. Solo il 23 aprile scorso emerge
un nuovo, sconcertante elemento. Famiglia Cristiana rintraccia
un operatore (autore delle prime immagini girate dopo il delitto),
mai sentito prima dagli inquirenti: Francesco Chiesa, che
rivela che il frammento del proiettile rinvenuto nell’auto
dei giornalisti non fu trovato sul sedile posteriore (accanto
alla Alpi), ma su quello anteriore, dove si trovava Hrovatin.
Sono da rifare anche le perizie?


Una parte delle carte “dimenticate” nell’inchiesta

«Dopo
anni di indagini, la Procura di Roma torna al punto di partenza, con
una sola differenza: allora si parlava di omicidio compiuto da integralisti
islamici, oggi si tratta di una vendetta contro gli italiani. La verità
sulla morte di nostra figlia ci sembra ancora lontana». Giorgio e Luciana
Alpi commentano amaramente l’ultimo capitolo di questa vicenda. Il
15 ottobre, poco prima del processo d’appello contro Omar Hashi Hassan,
accusato di essere uno dei killer ma assolto in primo grado, il Corriere
della Sera
rivela quella che sarebbe la pista seguita dagli inquirenti
nell’inchiesta, ancora in corso, per individuare i mandanti dell’omicidio:
una vendetta dei somali contro gli italiani per l’attacco al check-point
Pasta, il 2 luglio 1993. Secondo
il quotidiano, alla base di questa ipotesi ci sarebbe un rapporto segreto,
trovato dalla Digos di Roma al ministero della Difesa, a firma del generale
Bruno Loi. L’allora comandante del contingente italiano in Somalia,
in aula, smentisce: il rapporto è vecchio, non è segreto ed è inverosimile
che i somali cercassero vendetta per quei fatti. «Ci sembra che la dichiarazione
di Loi sia tranciante: la vendetta somala non ha senso», dichiarano
i coniugi Alpi. Molto
lavoro per nulla, dunque. Sei anni di indagini, condotte da tre diversi
magistrati; un processo contro uno dei presunti killer finito con un’assoluzione
(l’appello, richiesto dal pubblico ministero, è in corso proprio in
questi giorni e sta dimostrando la debolezza dell’impianto accusatorio);
un’inchiesta bis per individuare i mandanti che sembra ancora brancolare
nel buio: perché?

Non
esiste risposta. Vi sono, però, molte “sfortunate coincidenze”. Nei
primi due anni, per esempio, l’inchiesta va a rilento. Solo il 20 marzo
1996, quando passa a Giuseppe Pititto, cambia velocità. Il nuovo magistrato
chiede la riesumazione del corpo e l’autopsia. Nel giugno ’96, si reca
nello Yemen per interrogare il sultano di Bosaso (intervistato dalla
Alpi su un sospetto traffico d’armi fatto dalle navi della Shifco),
che iscrive nel registro degli indagati. Interroga anche l’ingegner
Mugne, potente uomo d’affari amico di Siad Barre e Bettino Craxi, cui
nulla sfuggiva della Cooperazione, a capo della Shifco. Pititto
sembra essere su una pista precisa, in parte tracciata dalle informative
della Digos di Udine, che utilizza una rete di fonti confidenziali.
In collaborazione con gli inquirenti friulani, Pititto organizza l’arrivo
in Italia di due testimoni oculari, ma due giorni prima dell’interrogatorio
l’inchiesta viene avocata dal procuratore capo di Roma Vecchione, che
l’affida al sostituto Franco Ionta.
L’esonero
di Pititto non è indolore: il magistrato accusa il suo capo di aver
utilizzato un pretesto. Un ispettore del ministero di Grazia e Giustizia
gli dà sostanzialmente ragione e la questione finisce all’esame del
Consiglio superiore della magistratura che, a metà novembre, dovrebbe
decidere in merito a un’eventuale incompatibilità ambientale di Pititto
a Roma. Ma anche la Procura di Perugia sta valutando la vicenda, per
appurare se ci siano aspetti penalmente rilevanti. I giudici Ionta e Vecchione. «Invece
che su Pititto, i riflettori andrebbero puntati su Salvatore Vecchione»,
dichiara l’onorevole Vincenzo Fragalà di Alleanza nazionale, già autore
di un’interpellanza parlamentare con un centinaio di colleghi di tutte
le forze politiche. «Ho sollecitato il ministro della Giustizia perché
esamini la posizione della Procura di Roma, alla luce anche del caso
Alpi-Hrovatin». Tra
una polemica e l’altra l’inchiesta va avanti. Siamo nel luglio del 1997.
Il sostituto procuratore Ionta decide di avvalersi della Digos di Roma
e non rinnova il mandato a quella di Udine. Nell’ottobre
del 1997 arriva in Italia Ali Rage, detto Jelle, un autista somalo che
dichiara di essere testimone oculare del delitto e di conoscere i nomi
degli assassini. La deposizione è irta di contraddizioni, ma l’uomo
viene preso sul serio, prima di tutto dall’ambasciatore Cassini, che
è in Somalia per occuparsi delle presunte violenze commesse dai militari
italiani. Il
12 gennaio 1998, sull’aereo che porta in Italia le vittime delle violenze,
ci sono anche Jelle, l’autista della Alpi, e Omar Hashi Hassan, detto
Faudo. Hashi viene in Italia per denunciare una violenza subìta, e si
trova invece indicato come killer del duplice omicidio. La testimonianza
dei due somali, però (e quello principale, Jelle, si rende addirittura
irreperibile, non presentandosi al processo), verrà giudicata contraddittoria
dalla giuria che, il 20 luglio 1999, assolverà Hashi.

Nel
corso del processo di primo grado emergono elementi nuovi. Giancarlo
Marocchino (il chiacchierato imprenditore che prestò i primi e unici
soccorsi a Ilaria e Miran) dice di aver parlato con uno dei killer,
ma nessuno lo costringe a rivelarne l’identità. Un’altra teste, Faduma
Mamud, figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio, amica di Ilaria Alpi, rivela
che la giornalista, nei giorni precedenti alla morte, aveva parlato
con lei di traffici di rifiuti tossici che avrebbero avvelenato la Somalia.
La cosa finisce lì. Anche
le intercettazioni della Procura di Asti, che stava indagando su Marocchino,
vengono forse sottovalutate: in quelle telefonate, Faduma Aidid, figlia
del generale a capo di una delle più potenti fazioni somale, fa nomi
e cognomi di presunti mandanti, chiamando in causa anche alcuni uomini
del Sismi. La donna rifiuta l’interrogatorio in aula, ma pochi giorni
fa, su richiesta dell’avvocato della famiglia Alpi, Domenico D’Amati,
è stata ascoltata nel corso di un incidente probatorio, finito tra gli
atti del nuovo processo. Faduma conferma le sue affermazioni, che –
dice – sono frutto di un suo convincimento. Ammette, invece, l’esistenza
di un traffico di rifiuti radioattivi e armi. Perché non approfondire
queste piste? Gli
inquirenti, secondo quanto riferito dal Corriere della Sera,
accreditano invece la pista della vendetta contro gli italiani.Proprio
quella che l’avvocato D’Amati definisce un «depistaggio».