Tra rifiuti e ‘divertimento': la mafia transnazionale, dall’Italia all’Africa

“Lavoriamo su documenti, li pubblichiamo ma nessuno dice che sono veri, non veniamo smentiti. Questo è quello su cui dobbiamo vigilare. Dovrebbe esserci una sensibilità come stampa molto più forte”. Le parole di Luciano Scalettari, giornalista e scrittore, sono rivolte alle istituzioni e vengono pronunciate al Palazzo del Turismo di Riccione in occasione della conferenza “Gli affari delle mafie tra le due sponde del Mediterraneo”, curata da Libera Informazione e moderata da Lorenzo Frigerio, coordinatore della Fondazione Libera Informazione. Quello di Scalettari è l’invito alle istituzioni affinché facciano luce sulla delicata e complessa questione della desecretazione degli atti, discussa in questi giorni in occasione del Premio Alpi: “Dobbiamo sapere i documenti che costituiscono l’operato interno della Commissione Alpi – continua Scalettari – e se la desecretazione riguarda anche l’area Gladio”. A tal proposito il giornalista si esprime anche sul caso Rostagno e sugli intrecci che vedrebbero coinvolti la mafia e gli affari della Saman, l’organizzazione fondata dallo stesso Rostagno e dopo la sua morte passata nelle mani di quel Cardella spuntato fuori anche nel caso Alpi-Hrovatin: “C’è un carteggio, nell’archivio della Saman, su progetti medico sanitari da sviluppare in Somalia, ma si tratta di progetti fantasma. Rostagno filma una spedizione di armi a Trapani, gli aiuti alimentari erano sostituiti da armamenti destinati in Somalia. Rostagno combatteva mafia e illecito. Filma ai margini di una pista militare in uso a Gladio”. La questione è intricata, ma Scalettari lascia intendere che traffico di rifiuti, servizi segreti e giornalisti uccisi tra Trapani e Mogadiscio rientrano in uno stesso preciso disegno.

La mafia di Cosa nostra che supera i confini nazionali è anche la ‘ndrangheta che, sempre dalle parole di Scalettari, dal 1984 riceve “l’input politico per portare via i rifiuti”: i capoclan calabresi diventano mediatori dello smaltimento dei rifiuti in un triangolo che vede l’Unione Sovietica, l’Italia e il continente nero protagonisti di un crimine di cui l’Africa sta ancora pagando le conseguenze. Parlare di mafie tra le sponde del Mediterraneo – come afferma Lorenzo Frigerio – significa parlare dei rapporti dell’Italia non solo con le organizzazioni criminali dell’Africa, ma anche dei Balcani e della Spagna: “La centralità dell’Italia rispetto ai traffici planetari delle mafie è una centralità storica”. Parlare di mafia significa parlare di mafie: “Quando parliamo di mafia dobbiamo pensare in grande – dice il procuratore della Repubblica di Modena Lucia Musti –, la mafia è grande, dobbiamo adeguarci alle mafie e lavorare insieme. Dobbiamo pensare non solo alla nostra mafia, ma a qualcosa di più grande e spostarci nel nord Italia, nel centro e nel nord Europa. Dobbiamo riconoscere il concetto transnazionale della mafia”. Il procuratore insiste sul bisogno di concentrarsi sulla realtà di una mafia che non agisce da sola, ma che si serve del supporto di organizzazioni malavitose estere: “nuove mafie sono venute a ‘lavorare’ da noi”: alcune organizzazioni dell’est gestiscono il traffico in Italia, non solo di stupefacenti, ma anche di organi e prostitute. Il business di queste mafie – secondo le parole di Stefania Pellegrini, docente di sociologia del diritto all’Università di Bologna – si intreccia con gli interessi delle organizzazioni autoctone: è la Sacra Corona Unita – a torto sottovalutata rispetto alle altre realtà mafiose nostrane – ad intessere una serie di rapporti criminosi con le mafie dei Balcani. Gli affari si concentrano attorno allo “smuggling, cioè il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, il traffico di donne e quello della manodopera”, oltre al traffico di stupefacenti, il più proficuo tra i business messi in piedi. Non solo Balcani e Africa, ma anche la Spagna diventa terreno fertile per la criminalità organizzata, quella campana che vede nell’industria del divertimento la maggiore fonte di guadagno. La Catalogna come la Riviera romagnola, secondo il procuratore Musti: “Alberghi, bar, ristoranti e discoteche sono il vero affare che paga. L’industria del divertimento verrà sempre ricercata. Le mafie cercano di fare business in modo più pulito possibile”. In Italia come in qualsiasi posto si presti ad accogliere i suoi soldi sporchi.

Cristiana Mastronicola