Sul caso Alpi in Governo ha detto il falso

Pititto:
Sul caso Alpi il Governo ha detto il falso in Parlamento

Un ministro
un procuratore e un suo sostituto. Tra gli ultimi due, il capo della
Procura di Roma Salvatore Vecchione e il PM Giuseppe Pititto, notoriamente
non corre buon sangue. Ed è proprio sui loro continui conflitti che
martedì scorso il Consiglio superiore della magistratura ha ascoltato
il magistrato. Tra le mille vicende di questa querelle è accaduto che
anche il ministro Oliviero Diliberto abbia dovuto rendere conto al Parlamento
– tramite il suo vice, il sottosegretario Marianna Li Calzi – dell’operato
di Vecchione, recentemente preso di mira da una serie di interrogazioni.
Oggetto del contendere: l’inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran
Hrovatin e la decisione del procuratore di togliere il fascicolo a Pititto.
Allora, era il giugno 1997, il capo della Procura motivò il provvedimento
di revoca sostenendo che ci fosse una disparità di vedute sul modo di
condurre le indagini con Andrea De Gasperis, Pm che inizialmente affiancava
Pititto. Questo Vecchione ha sostenuto davanti al Csm e questo Li Calzi
ha ripetuto lo scorso 2 febbraio rispondendo ad una interrogazione firmata
da 33 deputati. Peccato che questa versione faccia a pugni con le conclusioni
dell’ispettore del ministero, Vitaliano Calabria. Lo «007» inviati in
Procura dallo stesso Diliberto, infatti nella sua relazione dice chiaramente
che nessuna censura può essere mossa a Pititto – «che legittimamente
riteneva di essere l’unico designato alla conduzione del procedimento»
– sul modo in cui ha lavorato finché Vecchione gli ha tolto l’inchiesta.
Un’«assoluzione» piena, che viene dimenticata quando arriva il momento
di Rispondere al Parlamento. «E’ evidente – sostiene Pititto – che il
sottosegretario, per conto del ministro, ha detto il falso ». È un’affermazione
grave. Sicuro di quel che dice? «E’ tutto documentato. La circostanza
che io fossi l’unico designato alla trattazione dell’inchiesta risulta
dalla relazione degli ispettori, il cui destinatario finale era Diliberto.
E se l’unico designato ero io, non poteva profilarsi una situazione
di conflitto tra me alcun altro magistrato. Invece il ministro ha dichiarato
che la revoca trovava la sua causa in una “situazione di incompatibilità
tra i due magistrati all’epoca titolari dell’indagine”. Dunque, dal
momento che il guardasigilli, salvo volerlo ritenere un inetto, deve
aver letto la relazione, ha affermato il falso attraverso il suo sottosegretario».
Perché il ministro avrebbe dovuto mentire? «Non lo so. Tocca a Diliberto
spiegare il perché al Parlamento. Ma c’è un altro aspetto sorprendente
in questa vicenda: per Diliberto ha risposto la Li Calzi, la stessa
che il 12 marzo 1998 è stata cofirmataria di un interrogazione in cui
si poneva in rilievo che la motivazione adottata da Vecchione alla revoca
dell’inchiesta “sembrava pretestuosa essendo notorio che, fin dal momento
in cui l’allora procuratore Coiro lo aveva designato, Pititto aveva
portato avanti le indagini da solo in quanto De Gasperis non se n’era
più interessato”. Insomma, tutto il contrario di quanto sosterrà poi,
quando toccherà a lei rispondere». Quanto ha pesato questa vicenda sull’esito
del processo Alpi? «A mio parere l’anomalia di questa inchiesta è data
proprio da questo provvedimento: potrebbe aver pregiudicato in maniera
definitiva l’accertamento della verità». Prima della revoca lei aveva
iscritto nel registro degli indagati Abhulhi Moussa Bogor, il sultano
di Bosaso. Forse la sua indagine aveva dato fastidio a qualcuno? «Non
faccio dietrologie. Mi attengo ai fatti e dico che l’inchiesta mi è
stata sottratta senza che vi fosse alcune valida ragione e se un domani
dovesse venir fuori che dietro questa vicenda c’erano dei grossi interessi,
dovranno spiegare il perché della revoca».