20 marzo 2000 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, sei anni senza verità

20
Marzo 1994 – 20 Marzo 2000
. Ilaria
Alpi e Mira Hrovatin
I genitori di Ilaria all’opinione pubblica

Dottor Carlo Azeglio Ciampi, Presidente
della Repubblica Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura
Eccellenza,
siamo i genitori di Ilaria Alpi, giornalista del TG3 assassinata, assieme
all’operatore Mira Hrovatin, a Mogadiscio il 20 marzo 1994.Ci
rivogliamo a Lei, e al Consiglio che Lei presidente, perché dopo quasi
sei anni da quell’orrendo delitto che ha stroncato due giovani vite
privandoci di tutto quello che avevamo, non è stata accertata la verità
né si è fatta giustizia. Ci
rivolgiamo a Lei soltanto adesso perché abbiamo atteso di conoscere
le motivazioni della sentenza della seconda Corte di Assise di Roma
che il 20 Luglio u.s. aveva assolto il cittadino somalo Hashi Omar Assan
dall’accusa di concorso in omicidio e per il quale il p.m. Dottor Franco
Jonta aveva chiesto la condanna all’ergastolo. In
questi lunghissimi anni abbiamo dedicato tutta la nostra esistenza alla
ricerca della verità come genitori e come cittadini convinti come siamo
che verità e giustizia siano dei diritti inalienabili. Fin
dai primi giorni successivi al 20 Marzo 1994 ci siamo accorti che questa
nostra ricerca era difficile non soltanto perché l’assassinio era avvenuto
in Somalia, paese attraversato da conflitti, e mentre il contingente
italiano stava lasciando il Paese dopo il fallimento della missione
internazionale “restore hope”, ma anche perché appariva sempre più evidente
che non si voleva arrivare alla verità proprio da parte di chi, istituzionalmente,
ha questo dovere.Sarebbe
troppo lungo raccontare, anche sinteticamente, questa nostra Via Crucis
(raccolta in un libro inchiesta che ha avuto il premio Saint Vincent,
con l’alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica, nella primavera
scorsa e che alleghiamo). D’altra
parte, la motivazione della sentenza conferma in modo inequivocabile
che anche il processo, conclusosi il 20 luglio, non ha accertato (perché
non ha cercato) nessuna verità. Anzi
la sentenza sancisce non solo che non c’erano prove per condannare Hashi
Omar Assan ma addirittura che si era trattato di un processo in cui
l’imputato era un capro espiatorio; un processo per chiudere il caso.
A proposito dell’unico testimone oculare che ha deposto al processo
identificando l’imputato si legge nelle motivazione:…il
riconoscimento, inoltre appare anche sospetto sia perché può essere
stato influenzato dal fatto che Abdi aveva sentito dire che Hashi Omar
Assn detto Faujdo aveva fatto parte del commando….. sia perché Abdi
ha parlato della persona vista in aereo soltanto dopo una lunga sospensione
dell’esame, disposta dal Commissario capo della Polizia di Stato Lamberto
Giannini… Il riconoscimento sembra quindi non immune dall’intervento
degli inquirenti, perché l’improvviso atteggiamento collaborativo assunto
da Abdi dopo la sospensione dell’esame, si giustifica soltanto ipotizzando
che Abdi si sia convinto, in esito alla pausa, dell’identità tra il
passeggero e l’autore del reato, convinzione che non può non derivare
da una comunicazione circa l’esito del riconoscimento operato dall’ambasciatore
Cassini, e perché il viaggio di Abdi in Italia, su richiesta della commissione
Gallo, non era giustificato, dal momento che egli era estraneo alle
violenze sui somali: sembra perciò fatto apposta per creare una situazione
di contatto tra Abdi e Hashi…”. Pag. 78-79.
E
ancora: “… in conclusione e Gelle dice il vero, nel senso che effettivamente
vide Hashi a bordo della Land Rover dalla quale scesero le persone che
spararono a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, o dice volutamente il falso,
accusando Hashi Omar Assan di aver fatto parte del gruppo degli assalitori. Il
dubbio risulta sostenuto dai seguenti elementi di sospetto. Innanzitutto
la Corte non ha avuto la possibilità di sentire Gelle nel corso del
dibattimento ;dalle dichiarazioni di Giannini è emerso che egli si è
reso irreperibile e la circostanza non può non destare perplessità essendo
egli il principale teste di accusa nei confronti di Hashi…..Sembra
poi incredibile che Hashi, avendo partecipato
all’assassinio di Alpi e Hrovatin, sia venuto in Italia sottraendosi
alla protezione locale e clanica e si sia così esposto ad un
rischio enorme al solo fine di un risarcimento tutt’altro che certo
per l’episodio di violenza ad opera dei militari italiani……..”. Pag.81. All’epoca
della missione dell’ambasciatore Cassini (incaricato nel luglio 1997
di ricostruire i rapporti con la Somalia l’ambasciatore
ricevette altresì dal Vicepresidente del Consiglio e dal segretario
della Farnesina il compito di svolgere indagini sull’assassinio di Ilaria
Alpi e Miran Hrovatin, di cui riferirà anche al Procuratore capo della
procura di Roma; come l’ambasciatore stesso preciserà nell’udienza del
13 maggio; n.d.r.) il caso Alpi pesava come un macigno nei rapporti
tra Somalia e Italia; ….così come plausibile doveva ritenersi la sussistenza di interesse di
Ali Mahadi, autorevole capo somalo, a contribuire ad una normalizzazione
dei rapporti tra Italia e Somalia……Vi può quindi essere il sospetto
che, per risolvere il problema e per essere ritenuti credibili l’unica
soluzione praticabile sia apparsa non solo quella di fornire il nome
di un appartenente al proprio clan, tanto meglio se già pregiudicato,
ma anche quello di consegnare tale persona alle autorità italiane, perché
potessero procedere. Ed il sospetto sorge ed è avvalorato per il fatto
che l’ambasciatore Cassini ha cercato testi oculari, che Gelle ha cercato
il contatto con Cassini…..Il
sospetto è ulteriormente avvalorato dal fatto che Hashi “spinto” in
Italia….Il
sospetto che da parte somala si sia inteso offrire un capro espiatorio
per la soluzione del problema rappresentato dall’accertamento delle
responsabilità del duplice omicidio appare non del tutto infondato e
comunque sufficiente a dubitare della effettiva presenza di Hashi a
bordo della Land Rover degli aggressori il 20 marzo 1994. Hashi d’altra
parte è il migliore capro espiatorio immaginabile, perché soprannominato
Faudo (cioè mafioso, malavitoso ), è stato denunciato per violenza da
una donna…, e forse è ricercato per l’omicidio di una donna presso un
fiume….Non
sembra, infatti, dubitabile che Abdi sia stato fatto partire per l’Italia
al solo fine di effettuare il riconoscimento di Hashi….il
sospetto è ancora più aggravato dal fatto che alcune piste potrebbero
portare a ritenere che la Alpi sia stata uccisa, a causa di quello che
aveva scoperto, per ordine di Ali Mahdi e di Mugne (presidente della
Shifco, società a cui appartenevano i pescherecci, compresa la Fara
Omar sequestrata a Bosaso e su cui Ilaria stava indagando; n.d.r.)….
appare quindi lecito il dubbio che Ali Mahdi possa avere avuto tutto
l’interesse a chiudere le indagini offrendo come capro espiatorio una
persona del suo stesso clan”. Pag. 82-83-84-85

L’inchiesta
giudiziaria sull’assassinio di nostra figlia Ilaria e di e Miran Hrovatin
ha visto il succedersi di ben tre magistrati. Il
primo ad occuparsene fu il dottor Andrea De Gasperis. Come
viene rilevato anche dalla sentenza della Corte d’Assise non solo non
fu disposta l’autopsia al rientro della salma dalla Somalia ma addirittura
si stava procedendo alla tumulazione senza il riconoscimento del cadavere
e senza la presenza del magistrato: si doveva chiudere il caso il più
presto possibile. Quando
le risultanze dell’esame esterno del corpo di Ilaria (colpo
d’arma corta sparato a contatto con il capo) vennero contraddette dalla
perizia balistica il dottor De Gasperis dispose altri accertamenti,
le indagini trascinarono per due anni. Il
dottor Michele Coiro nel marzo 1996 (dopo aver ricevuto materiali importanti
della Commissione bicamerale d’inchiesta sulla cooperazione con i paesi
in via di sviluppo che si occupava del duplice omicidio da oltre un
anno e dopo che una delegazione della Commissione stessa si era recata
a Mogadiscio) incaricò delle indagini il dottor Giuseppe Pititto, affiancandolo
al dottor De Gasperis.Il
dottor Pititto dispose la riesumazione del cadavere di Ilaria nel maggio
1996 l’autopsia; si recò nello Yemen ad interrogare testi importanti,
iscrisse nel registro degli indagati il sultano di Bosaso (che Ilaria
aveva intervistato pochi giorni prima dell’agguato mortale) dispose
consulenze mediche e balistiche e, attraverso il lavoro della Digos
di Udine, arrivò a rintracciare l’autista e l’uomo di scorta di Ilaria
al momento dell’agguato. Due testimoni oculari importanti dei quali
dispose il trasferimento in Italia per l’interrogatorio. L’arrivo
in Italia dei due testi era previsto per il giorno 17 luglio
1997. Inspiegabilmente due giorni prima, il 15 luglio 1997, il Procuratore
capo della procura di Roma dott. Vecchione avocò a sé l’inchiesta Alpi,
facendosi affiancare dal dott. Franco Jonta. La
motivazione della sentenza di assoluzione di Hashi Omar Assan, precedentemente
citata, colloca nel luglio 1997 l’inizio della costruzione del capro
espiatorio. Chiediamo
a Lei e al Consiglio che presiede di intervenire su questa vicenda giudiziaria
che presenta non pochi elementi di allarme. In
particolare solleviamo alcuni precisi quesiti: Perché sia stato possibile che un magistrato abbia omesso di
deporre l’autopsia sul corpo di nostra figlia (sul corpo di Miran Hrovatin
è stata eseguita a Trieste, sua città di residenza) morta di morte violenta
senza che nessun provvedimento sia stato preso.
Per quali ragioni l’inchiesta è stata tolta al dottor Pititto
e avocata a sé dal Procuratore capo affiancato dal dottor Jonta e proprio
alla vigilia di due interrogatori decisivi ai fini dell’accertamento
della verità.
Chi , tra le autorità italiane, abbia consentito o collaborato
o addirittura disposto di costruire un capro espiatorio stante il fatto
che non è credibile ciò che sia avvenuto ad opera delle sole autorità
somale.
Se non sembri a voi di una eccezionale gravità che addirittura
un commissario capo della Polizia di Stato abbia agito in modo da influenzare
un teste nel riconoscimento dell’imputato e che tale fatto con ogni
evidenza non poteva verificarsi senza la consapevolezza della procura
di Roma, almeno di chi stava conducendo l’inchiesta.
Chiediamo
a Lei e al Consiglio, inoltre, di operare perché si possa istituire
un autentico processo teso a individuare movente, mandanti ed esecutori
del duplice assassinio. Esiste già uno stralcio, un fascicolo in questo
senso: vorremmo che si evitasse di farlo finire come il processo che
si è appena concluso. Abbiamo
seguito tutte le fasi del processo e abbiamo atteso la motivazione della
sentenza con trepidazione e anche speranza poiché il processo nel suo
insieme, era parso a noi, genitori e cittadino, scandaloso perché era
evidente la volontà di arrivare non alla verità ma a tutti i costi alla
condanna dell’imputato senza prove; più volte abbiamo pensato a un imputato
capro espiatorio. Per queste ragioni, infatti, l’avvocato Guido Calvi,
che ci rappresentava e su nostra richiesta, con queste parole motivò
la scelta di non presentare conclusioni:…Abbiamo
il sospetto che si sia eretto un muro invalicabile, una lunga serie
di silenzi per la irriferibilità di quanto doveva essere portato a conoscenza
anche di questa corte… di fronte a questo duplice delitto sappiamo che
non c’è stato alcun soccorso…c’è stata una dissipazione sconfortante
di indizi, una dispersione di corpi del reato al limite dell’illecito
penale…Non concludiamo per dare un senso della nostra volontà che il
processo sia ancore aperto; il senso non processuale della nostra scelta
è quella di lasciare aperta una via di speranza, di una ulteriore verità”. Oggi
queste nostre convinzioni non sono più solo nostre ma sono sancite in
una sentenza della Corte D’Assise: questo riapre in noi un filo di speranza
e di fiducia nella giustizia, fiducia che sinceramente avevamo perduto.
Confidiamo sull’alta funzione che Lei e tutto il Consiglio rappresentate.
Siamo a disposizione per ogni informazione. In
attesa di una risposta porgiamo distinti saluti, Luciana e Giorgio Alpi, Via
Napoleone Colajanni 19 – 00191 Roma – Tel. 06-3293665

Carissimi signori Alpi , posso assicurare che la tragica vicenda
relativa all’omicidio di Vostra figlia è stata da me sempre seguita
con la massima attenzione, nel rispetto dei limiti connessi alle mie
attribuzioni istituzionali.
Sono stato al riguardo più volte
investito da atti di sindacato ispettivo e di recente, tra le altre,
ho dato risposta all’interrogazione n.426817 presentata dall’on. Fragalà,
che allego, in quanto attiene ad alcune delle principali problematiche
sollevate nella Vostra lettera. Aggiungo, con riferimento al primo
interrogativo sollevato e, sulla base delle notizie acquisite, che effettivamente
il Pubblico Ministero dott. De Gasperis, quale magistrato di turno il
22.3.1994, si attivò subito per disporre l’esame autoptico sul corpo
di Vostra figlia. In seguito, di intesa con il consigliere
Coiro, all’epoca dei fatti Procuratore della Repubblica presso il Tribunale
di Roma, l’ufficio requirente decise di limitare l’indagine medico legale
all’esame esterno in quanto la causa del decesso era da attribuire ad
evidenti lesioni da proiettili di arma da fuoco. La sentenza emessa nei confronti
di Hashi Omar Assan è stata poi impugnata e il Procuratore della Repubblica
di Roma ha fatto presente che vi sono indagini in corso tese ad individuare
responsabilità di altri soggetti. Continuerò, comunque, a seguire la
vicenda con la massima attenzione.
Oliviero Diliberto

Abbiamo
deciso di pubblicare la lettera inviata al Presidente del C.S.M. dott.
Carlo Azeglio Ciampi e al Ministro di Grazia e Giustizia on. Oliviero
Diliberto, dopo che è stata depositata la motivazione della sentenza
di assoluzione del cittadino somalo Hashi Omar Assan accusato, in concorso
con altri, dell’assassinio di nostra figlia Ilaria e di Miran Hrovatin
avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Si
tratta di una scelta inusuale e sofferta che trova la sua origine :
nella storia dolorosa di questi sei anni, del nostro costante
impegno spesso solitario per avere verità e giustizia.