LE NAVI. L’inchiesta sul Caso Alpi-Hrovatin della Scuola di Giornalismo Lelio Basso

Pubblichiamo una inchiesta realizzata dagli studenti della Scuola di Giornalismo Lelio Basso di Roma diretta da Maurizio Torrealta. Autori dell’inchiesta sul Caso Alpi sono: Leonardo Filippi, Flavia Gianpetruzzi e Chiara Carrus, Natascia Grbic, Antonio Migliore,Valentina Gentile, Elena Adorni, Anna Martini, Federico Duma, Maurizio Franco, Valentina Giorgio, Mirinda A. Karshan, Maria Panariello, Francesco Rizzi, Cristiana Mastronicola e Giorgia De Angelis.toxic somaliaGiulia Pozzi e Giulia Ugazio, Caterina Gaeta e Beatrice Gelsi,Cristiana Mastronicola e Giorgia De Angelis

LE NAVI

Introduzione di Leonardo Filippi

Non si può parlare del caso Alpi senza parlare di navi. Le navi sono il tema cardine dell’ultima intervista fatta da Ilaria, a Bosaso, ad Abdullahi Mussa Bogor, meglio conosciuto come il “sultano di Bosaso”. Nell’intervista si parla del presunto scandalo legato a Mugne, un somalo con passaporto italiano che userebbe navi di proprietà dello stato per uso privato. Sette navi, per la precisione. Le gestirebbe attraverso la ditta Shifco, società legata ad una proprietà italiana, su cui Bogor preferisce tacere. Durante il processo a Hashi Omar Hassan, presunto assassino di Ilaria e Miran, e nei lavori delle commissioni parlamentari di inchiesta istituite sul caso, alcuni arrivarono a dire che i due giornalisti si trovassero a Bosaso per caso. Così non fu. Come attestano gli appunti di Ilaria recuperati nella redazione del Tg3 e come conferma anche Massimo Loche, all’epoca caporedattore della testata, «sin dalla partenza da Roma Ilaria aveva intenzione di recarsi a Bosaso». La giornalista, dunque, aveva una pista. Abbiamo provato a ripercorrerla rintracciando le navi. Ne abbiamo ritrovate sei.

Le quattro imbarcazioni chiamate 21 Oktoobar (come la data di inizio della dittatura di Siad Barre, giorno conosciuto dai somali come “la morte della Somalia”) numerate con cifre da 1 a 4, la Farax Oomar e la Cusmaan Geedi Rache. Attraverso il sito “Maritime Connector” siamo stati in grado di individuare la tipologia di imbarcazione, il tonnellaggio, l’anno di costruzione, il numero di riconoscimento Imo, la bandiera che “battono” e, soprattutto, i proprietari attuali ed alcuni degli ultimi porti raggiunti. Delle 6 navi, due sono in vendita, una è stata rottamata, una appartiene alla ditta spagnola Urgora, mentre la 21 Oktoobar III risulta intestata all’italiana Panapesca e la Geedi Rache tuttora alla somalo-italiana Shifco.

Queste ultime due società sembrano aver gestito le navi sin dai primi anni ’90, all’epoca delle indagini di Ilaria. Pur non essendo riscontrabili evidenze inequivocabili circa la loro complicità nell’attività di commercio illegale di armi verso la Somalia, ipotesi su cui con tutta probabilità stava lavorando e per cui è stata uccisa, diversi indizi sembrano avvalorare quell’ipotesi.

In primis il report dell’Onu del 2003 sul traffico d’armi, che racconta la vicenda della nave “Nadia” e del suo utilizzo per il trasferimento illecito di una partita d’armi, in parte con destinazione Croazia, in parte Somalia, con la complicità della Shifco. Ma anche sulla Panapesca restano molte ombre. Vito Panati, proprietario dell’azienda che opera nel commercio del pesce surgelato, è stato rinviato a giudizio nel 2008 per detenzione e commercio di alimenti nocivi per la pubblica salute dal tribunale di Viareggio. Inoltre, secondo la Tribuna de Periodistas, magazine indipendente argentino, Panati sarebbe vicino agli ambienti della mafia del pesce del paese sudamericano. Lo stesso Panati che, alla fine del 2013, minaccia inspiegabilmente di licenziare numerosi dipendenti dei suoi stabilimenti in Toscana, anche se questi ultimi affermano che la ditta avrebbe commesse per almeno tutto il 2014. Ma questo mistero è soltanto l’ultimo nodo da sciogliere di una lunga storia ancora insoluta.

Le Navi. 

di Flavia Gianpetruzzi e Chiara Carrus

Le navi su cui Ilaria stava indagando sono sei navi frigorifere (si parla anche di una settima non ancora identificata), tutte costruite nel cantiere di Viareggio durante il decennio ’80-’90 e successivamente donate Dipartimento della cooperazione del ministero degli esteri al Governo della Somalia per incentivare l’attività peschiera. Dopo la caduta di Siad Barre furono consegnate da Ali Mahdi in cambio di 500 mila dollari, ma subito sequestrate da Mugne. Queste navi erano in grado di trasportare un massimo di 20 tonnellate di pesce surgelato, che sarebbe stato pescato in Somalia per poi passare per l’Italia e raggiungere la rotta dell’Arabia Saudita e della Giordania. Tuttavia un rapporto Onu sembra implicarle in diverse operazioni di traffico di armi e munizioni, uno dei motivi per cui si sospetta che avessero attirato l’attenzione della Alpi. [http://www.ilariaalpi.it/?p=2918 paragrafo 4]

E’ possibile rintracciare le navi in maniera univoca grazie al codice Imo, un identificativo internazionale permanente che rimane invariato al cambio di nome e bandiera di una nave. Ad oggi cinque navi su sei non sono più, apparentemente, sotto il controllo della società Shifco, e si presentano così:

• 21 OKTOOBAR (1981) imo 7928988, attualmente in vendita con il nome di RUECA 1, bandiera Belize, appartenente alla Fishering Indian Ocean Catching.

• 21 OKTOOBAR II (1989) imo 8810190 ha cambiato 4 volte nome, l’ultimo è URGULL nel 2006, di proprietà dell’Urgora con sede a Vigo, in Spagna. Bandiera Honduras.

• 21 OKTOOBAR III (1990) imo 8820341, oggi col nome ALBATROSS, proprietà di Panapesca, a Massa e Cozzile, Italia. Bandiera delle Seychelles.

• 21 OKTOOBAR IV (1990) imo 8820353, chiamata KORMORAN in seguito, oggi dismessa.

• FARAX OOMAR (1981) imo 7928990 oggi PARDELA 1, proprietà Fishering Indian Ocean Catching, in vendita con bandiera Somalia.

• CUSMAAN GEEDI RAAGE (1982) imo 7929009, proprietà Shifco Malit, bandiera Somalia.

In un documento parlamentare italiano nel quale viene trattata la questione si fa riferimento a un passaggio di gestione delle navi dalla Shifco alla Panapesca, società con sede a Massa e Cozzile, (Pistoia) di proprietà di Vito Panati. Tuttavia, come ha rivelato Repubblica, Panati ha dichiarato che, sebbene la Shifco avesse degli uffici all’interno dell’azienda di cui è proprietario, egli non ha mai instaurato alcun tipo di rapporto con quella compagnia.

La Shifco.

Di Natascia Grbic

La Shifco nacque nel 1983 come joint-venture di pesca industriale tra l’Italia e la Somalia. Le navi, infatti, vennero donate al paese africano dal Dipartimento per la Cooperazione e lo Sviluppo del Ministero degli Esteri, sotto l’allora governo Craxi. Negli anni successivi in varie istanze si è sospettato che la Shifco fosse dedita al traffico di armi. Il tutto con la connivenza del governo italiano che, secondo le testimonianze dell’epoca, avrebbe finanziato la guerra civile somala in cambio dello scarico sul suo territorio di rifiuti tossici e radioattivi.

La flotta della Shifco fu avvistata per la prima volta nel 1993 al porto di Livorno. Il capitano, sembrerebbe essere Omar Said Mugne, un ingegnere somalo residente da tempo in Italia.

Anche il rapporto S/2003/223 del Consiglio di Sicurezza Onu datato 25 marzo 2003, sembra confermare il traffico di armi della Shifco. Il 14 giugno 1992, specifica il rapporto, una nave Shifco caricò dalla M.V. Nadia, di proprietà della polacca Cenrex, circa 300 fucili d’assalto Ak-47 dell’Est Europa e 250mila proiettili di piccolo calibro. Il carico fu poi sbarcato ad Adale, in Somalia. Complice di Mugne e regista dell’intera operazione fu il “principe di Marbella” Monzer al-Kassar.

Oggi la proprietà delle sei navi della Shifco appartiene a compagnie diverse: la spagnola Urgora, la Fishering indian ocean catching, la Panapesca, e l’italo – somala SHIFCO. È a quest’ultima che appartiene ancora la Pelican 1, che però è tornata nel 2004 ad avere il suo vecchio nome, Cusman Geedi Raage. Per quanto riguarda la Fioc, ha sede negli uffici dell’azienda italiana Panapesca, di Vito Panati. Sull’azienda, infatti, ci sono molte ombre: sempre Panati, è stato rinviato a giudizio nel 2008 per “detenzione e commercio di alimenti nocivi per la pubblica salute dal tribunale di Viareggio”. Inoltre, secondo un magazine indipendente argentino, Tribuna de periodistas, l’imprenditore sarebbe vicino agli ambienti della mafia del pesce del paese sudamericano.

 

Vito Panati.

di Anna Martini

Come direbbe Stephen King, “a volte ritornano”, e il nome di Panati nella vicenda Alpi-Hrovatin torna spesso. Nel groviglio che è la vicenda delle morti di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin ci si può perdere alla ricerca delle sei (o sette, secondo alcune ipotesi) navi della Shifco.

Le connessioni tra i traffici su cui indagavano, la mafia e alcuni esponenti della politica e imprenditoria italiana sono sintetizzate in un rapporto dell’Onu del 2003, che dipinge un quadro preoccupante che e apre la via a percorsi di traffici d’armi che passano per Polonia e Croazia. Ci si può chiedere perché delle ex navi Shifco cinque solchino ancora i mari, e perché abbiano subito diversi cambi di proprietà, bandiera e nome. Nei vari passaggi di proprietà, secondo il Miramar Ship Index e confermato da Shipspotting.com, la Oktobaar III è stata acquistata dalla Panapesca di Vito Panati. Nel 1981, quando iniziarono a costruire le navi, Panati fu ideatore e promotore di un progetto di pesca d’altura che figurò tra i progetti della Cooperazione Internazionale in Somalia.

Un uomo, a suo stesso dire, perseguitato dalle illazioni sul suo presunto traffico di armi e rifiuti verso la Somalia. Panati, a capo di Panatrade, Panapesca, Panafin, Fioc e P.I.A. (Prodotti Ittici Alimentari) solo in Italia, per un breve periodo tra il 1992 e il 1993 ha rilevato la Shifco, a suo dire sotto richiesta del governo italiano. Eppure in un’interrogazione parlamentare nel 1996, Omar Said Mugne dichiarò che Panati riceveva ancora uno stipendio dalla Shifco. Nel 1999, la Shifco e la Panafin fecero causa alla Lloyd’s per il mancato pagamento di una polizza contro i “crimini di guerra” che secondo loro spettava alla Shifco in quanto contrente, e alla Panafin di Panati in quanto beneficiario, dimostrando che tra le due società i rapporti erano ancora ben saldi.

Il suo nome si è perso nell’oblio dei molti non detti e delle molte supposizioni finché, a sorpresa, è salito agli onori della cronaca in Argentina nel 2012. Secondo due articoli del 21 Febbraio e 5 Marzo 2012 del giornalista e ufficiale della Marina Mercantile Roberto Maturana, di Tribuna de Periodistas, l’imprenditore e il figlio, oggi co-proprietario delle sue società, stanno spostando tutti i suoi traffici in Sudamerica, dove ha aperto e liquidato le società “Il Sole”, “Kaleu Kaleu SA” e “Santa Elena”, ottenendo forti agevolazioni fiscali in Argentina e frodando il sistema fiscale italiano attraverso una triangolazione che coinvolgeva la Kaleu Kaleu SA, la Panapesca e la Malcrown, sempre sua proprietà. Ora Panati sta riproponendo lo stesso gioco in Italia, liquidando la Panapesca. Anche in Argentina si sospetta che le sue navi siano usate per trafficare illegalmente armi, e i fatti sono stati denunciati da dettagliate inchieste su Tribuna de Periodistas. Eppure l’imprenditore pare saper scegliere i suoi amici, e se in Italia era molto vicino a Craxi, in Argentina è stato amico intimo dell’ex Presidente Kirchner e lo è tuttora della moglie ed attuale Presidente Cristina Fernández de Kirchner. Operò anche in Spagna, in particolare a Vigo, dove si trova una delle sedi della Panapesca e la sede della Cabomar, sempre sua. Se si vuol credere alle coincidenze, è anche il porto principale in cui si può trovare la Urgull, la ex 21 Oktoobar II, la nave congelatore e la più grande tra le navi della Shifco, che in questo momento si trova ormeggiata a Sucre, Colombia ed è di proprietà della Urgora, che possiede solo questa nave.

Il report Onu del 2003.

di Antonio Migliore

Dopo anni dal delitto di Ilaria Alpi, un report realizzato dall’ONU nel 2003 e uno da Greenpeace nel 2010, denunciano un traffico internazionale di rifiuti tossici e di armi avvenuto tra Italia e Somalia già dai primi anni Novanta, che coinvolgeva aziende italiane, autorità somale e personaggi della criminalità organizzata.

Tra le righe del report dell’ONU sulla Somalia, spunta il nome di Munyah, lo stesso nome che apre l’ultima intervista dell’inviata del Tg3 al Sultano del Bosaso. Munyah (il cui nome era stato appuntato dalla Alpi prima come Mugne, poi corretto in Munye), cittadino somalo con passaporto italiano, era un dirigente della Shifco, società che gestiva alcune navi cargo che facevano la spola tra l’Italia e la Somalia, ufficialmente per commercio ittico. Eppure il rapporto dell’ONU del 2003 non parla proprio di commercio, ma di traffico d’armi. Dal paragrafo 41 al 48 nel «Report of the Panel of Experts on Somalia pursuant to Security Council resolution 1425(2002)» si legge di ipotetici accordi commerciali fatti da Monzer al-Kassar, trafficante d’armi siriano, e un certo Jerzy Dembrowski, direttore della Cenrex, una società polacca che commercia armi. Al-Kassar, violando l’embargo internazionale sulla Somalia, nel 1992 avrebbe fatto arrivare nello stato africano delle armi passando dalla Lettonia, attraverso la motonave M.V. Nadia, battente bandiera delle Honduras. Il passaggio finale, secondo il report, avrebbe però coinvolto anche una nave della Shifco, la quale, davanti alle coste somale, avrebbe imbarcato il carico della Nadia per portarlo a terra. Ovviamente all’epoca del report, nel 2003, Munyah, in un intervista fatta in Yemen, ha negato di aver trasportato a bordo della nave di proprietà della Shifco delle armi.

Il secondo report pubblicato nel 2010 da Greenpeace, dal titolo «The toxic ships» parla di un traffico illecito di rifiuti tossici che collegava Italia e Somalia. In particolare, si legge che “il 4 settembre 1992, Mostafa Tolba, rappresentante della UNEP (il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), in un seminario internazionale a Nairobi (Kenia) ha segnalato l’interesse della criminalità organizzata italiana sulla Somalia per trafficare rifiuti”. Le due società coinvolte negli accordi, si legge nel report, erano la Progresso s.r.l. con sede e Livorno e la Interservice S.r.l., quest’ultima accusata di aver firmato un accordo il 30 marzo 1992 a Roma con un ministro somalo, uomo di fiducia di Ali Mahdi, il signore della guerra che controllava Mogadiscio, per trasferire in Somalia circa due milioni di tonnellate di scarti di ferro e metallo. Un accordo da 76 milioni di dollari.

Nello stesso rapporto viene citato l’accordo “confidenziale” stipulato nel 1992 tra Giancarlo Marocchino, Guido Garelli e il “console onorario di Somalia” Ezio Scaglione per l’esportazione di rifiuti nel Corno d’Africa. Scaglione, inoltre, sarebbe stato autorizzato dallo stesso Ali Mahdi. Ma, in un’audizione fatta in Italia, davanti alla Commissione parlamentare che si è occupata del caso Alpi-Hrovatin, Mahdi ha dichiarato falso il documento che stabiliva l’accordo,

Chissà se Ilaria Alpi fosse su una di queste due piste. Un groviglio troppo complicato per rendere giustizia anche dopo anni e fare luce sulla verità.

 

Al-Kassar.

di Elena Adorni

Nel rapporto ONU del 2003 vengono denunciati i rapporti commerciali tra un trafficante d’armi siriano, Monzer al-Kassar e Omar Mugne. Nel 2008 è stato arrestato dalle autorità spagnole dopo che aveva offerto di vendere delle armi, comprese missili terra-aria, ad agenti della US Drug Enforcement Agency che si fingevano emissari delle FARC colombiane. Al-Kassar verrá poi condannato a 30 anni di prigione dal giudice federale di Manhattan. Di origini siriane, Al-Kassar inizia i suoi traffici di armi nel 1970, stringendo accordi con il dittatore cileno Augusto Pinochet.

Ma c’è molto di più: per l’Onu un carico di armi è stato commercializzato da Cenrex e Shifco nell’ambito di un colossale affare gestito da Monzer Al Kassar, utilizzando il medesimo canale strutturato nei traffici dello scandalo Cia-Iran-Contras. Un’informazione rimasta nascosta per molti anni, e che si ricollega al caso Alpi. Le navi di Omar Mugne, secondo le dichiarazioni del pentito Francesco Elmo, partivano dall’Irlanda con le derrate alimentari, arrivavano a Gaeta ove caricavano armi e ripartivano alla volta della Somalia, incrociando le rotte percorse dalle navi di Al-Kassar.

L’omicidio di Vincenzo Li Causi.

di Valentina Gentile

C’è un nome che torna quando si parla di Somalia e del caso Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Potrebbe chiarire ma al tempo stesso complicare tutto. È il nome di Vincenzo Li Causi, il sottufficiale del Sismi morto in Somalia qualche mese prima dei due inviati Rai. Li Causi era in Somalia dal 1991. Secondo testimonianze raccolte dagli inquirenti italiani dopo la sua morte, Li Causi era nel progetto Urano, operazione di smaltimento dei rifiuti di mezza Europa. Muore a Balad in un agguato ad opera di banditi locali. Le dinamiche non sono tuttora chiare. Le versioni sono diverse e contraddittorie. Li Causi era su un’autovettura con altri tre colleghi. Forse c’era un quarto uomo. Di fatto l’unico che muore è lui. È il 12 novembre 1993, pochi mesi prima dell’omicidio Alpi-Hrovatin.

Secondo alcune fonti, che però non hanno mai trovato un riscontro oggettivo, Li Causi e la Alpi si conoscevano. Sempre stando a queste fonti Li Causi avrebbe dato alla giornalista informazioni sui traffici di armi e rifiuti tra l’Italia e l’ex colonia.

Che la Alpi fosse in contatto con lo 007 e che quest’ultimo fosse un suo confidente è tutt’ora oggetto di discussioni, perché nessuna delle fonti che ne hanno riferito ha dato prove di credibilità oggettiva.

Sta di fatto però che la figura del sottufficiale è una tessera importante per cercare di capire qualcosa del folle mosaico che era la Somalia di quegli anni.

Dal 1987 al 1990 Li Causi aveva comandato a Trapani la loggia Scorpione, cellula siciliana di Gladio.

Trapani; qui entra in gioco un altro nome. Quello di Mauro Rostagno. Il giornalista, sociologo e fondatore della comunità Saman ucciso a Trapani nel settembre 1988. Secondo le dichiarazioni rilasciate dalla sorella Carla e confermate dal giornalista e amico Sergio Di Cori, Rostagno aveva scoperto e filmato nell’aeroporto militare di Chinisia – già utilizzato da Gladio, degli C130 dell’Aeronautica che scaricavano casse di medicinali e ripartivano con casse di armi. Lo stesso scambio sarebbe avvenuto nel porto della città siciliana, come confermato dalle recenti dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone. Le navi erano le stesse rintracciate da Ilaria Alpi.

Armi dell’Europa dell’Est inviate alla Somalia di Siad Barre. Si ipotizza che l’ex colonia italiana accogliesse tonnellate di rifiuti tossici e radioattivi. Era questo il segreto delle navi a cui “tanto nessuno faceva caso”.

Rostagno avrebbe confidato, secondo quanto dichiarato dalla sorella Carla agli inquirenti, la sua scoperta a Francesco Cardella, socio e co-fondatore della Saman. Ex editore porno, guru arancione passato dal fondamentalismo di sinistra ad influenti amicizie con il PSI, Cardella era amico personale di Bettino Craxi. Tanto da fuggire, quando sarà indagato nell’omicidio Rostagno, proprio ad Hammamet. Muore nel 2011 a Managua, dov’era accorso dopo la dipartita di Craxi e dov’era amico del sandinista Ortega e consulente di Arriba Nicaragua, partito locale dalle curiose assonanze italiche. Per l’omicidio Rostagno sono alle sbarre i boss Vito Mazzara e Vincenzo Virga. Ma probabilmente sulla sua morte sono confluiti interessi convergenti. Rostagno è morto per lo stesso motivo per cui sono morti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e per cui è stato fatto tacere per sempre Vincenzo Li Causi? La Somalia sembra una matrioska senza fine.

Le morti bianche: non solo Ilaria e Miran.

di Anna Martini

Per concludere questa prima parte, c’è una nota curiosa che ancora manca, una coincidenza che sembra confermare i timori dei complottisti e che non viene mai nominata quando si parla del caso Alpi (dimenticando che lì in Somalia è morto anche Miran Hrovatin).

Quando Ilaria e Miran sono stati uccisi, gli spari erano così forti che, come disse Gritta Grainer della Commissione Inchiesta sulla Cooperazione 1995-1996, «gli spari furono ben udibili dall’ambasciata italiana a 50 metri dal delitto ma nessuno intervenne. »

Sul posto infatti, molto prima dei militari, arrivarono Giancarlo Marocchino e due troupe televisive, quella dell’americana ABC e la svizzera RTSI.

L’unico sopravvissuto, l’autista di Ilaria, Ali Abdi, rinunciò al programma di protezione testimoni offerto dall’Italia e venne trovato morto pochi giorni dopo. Ancora non si sa se fu un avvelenamento o una overdose. Anche Starlin Arush, amica di Ilaria residente in Somalia, secondo un articolo del Guardian nel 2002 è stata uccisa in un agguato a Nairobi.

Le immagini dei corpi di Ilaria e Miran, accasciati nell’auto trivellata di colpi, sono state riprese da Carlos Mavroleon per l’emittente ABC. Ex Mujahideen, aveva combattuto contro l’armata Rossa in Afghanistan, ed era poi diventato freelance e cameraman. In missione per il telegiornale della CBS, è stato trovato morto in una stanza d’albergo a Peshawar nel 1998 in apparente overdose, secondo i funzionari pakistani. Vittorio Lenzi, operatore della troupe svizzera è rimasto vittima di un incidente stradale sul lungolago di Lugano (mai chiarito del tutto nella dinamica).

Il blogger Giuseppe Palena nel suo blog www.zonedombratv.it parla di altri due decessi misteriosi:«Il colonnello Awes: capo della sicurezza dell’albergo Amana, nei pressi del quale avviene l’agguato mortale, è deceduto non si sa in quali circostanze né in quale periodo preciso. E’ stato forse l’ultimo che ha visto Ilaria e Miran vivi. Vi è anche un uomo con la maglia gialla e grigio-azzurra che si vede durante il trasporto del corpo di Ilaria sulla macchina di Giancarlo Marocchino, mentre passa nelle mani dello stesso alcuni oggetti: un taccuino, una macchina fotografica, una radio trasmittente o un registratore. Di costui si sa che era un uomo della scorta di Marocchino, il quale ha riferito trattarsi di una persona (di cui non ha fornito il nome) deceduta sparandosi accidentalmente».

 

L’ITER GIUDIZIARIO

Ilaria e Miran: la giustizia che non ha potuto e voluto indagare.

di Federico Duma, Maurizio Franco, Valentina Giorgio, Mirinda A. Karshan, Maria Panariello, Francesco Rizzi

“Bosaso, Mugne, Shifco, 1400 miliardi di lire… dove è finita questa impressionante mole di denaro…”. Queste le parole scritte su un taccuino dalla giornalista Ilaria Alpi prima della sua partenza per la Somalia nel marzo 1994. Voleva scoprire quali fossero i reali interessi che legavano la Cooperazione italo-somala alla società Shifco -proprietaria delle navi donate alla Somalia dal Bel Paese – amministrata da Omar Said Mugne.

Secondo quanto la magistratura ha ricostruito, negli anni ’90 ben quattro sarebbero stati i protagonisti del losco traffico che riguardava i rapporti Italia-Somalia: Ezio Scaglione, nominato dal presidente di allora Ali Mahdi console onorario della Somalia; il presidente Ali Mahdi in persona; uno specialista di rifiuti tossici in Somalia Guido Garelli, e Giancarlo Marocchino, trasportatore e uomo di fiducia dell’esercito italiano. Scaglione intuisce che il traffico di rifiuti è un’attività molto remunerativa -da una nave poteva derivare un milione di dollari- ma per far questo, si rende conto che serve una nomina istituzionale che gli consenta di condurla, e ad aiutarlo interviene il presidente somalo. Per avviare la sua operazione Scaglione si reca in alcune aziende del nord Italia, proponendo prezzi ottimi per smaltire rifiuti, anche scorie, il cui smaltimento richiederebbe altrimenti costi molto più alti. All’epoca inoltre bastava trasportare i rifiuti senza alcun tipo di certificazione dell’autorità somala e in più Scaglione tranquillizzava tutti dicendo che l’operazione era approvata dal presidente in persona.

Ad avere parte attiva nel traffico Marocchino, casualmente il primo ad arrivare sul posto alla morte di Ilaria Alpi, che ha il controllo di un porto a nord di Mogadiscio. Questi vive in Somalia da ben dieci anni e stringe rapporti molto intensi con il governo di Ali Mahdi. Il presidente somalo infatti, secondo quanto emerso dalle indagini, viene ricompensato del 35% delle operazioni, per cui è disposto a fornire placet continui. Nel 1996 l’ufficio di Mahdi rilascia persino delle autorizzazioni a Scaglione, messe negli atti dei processi, per importare rifiuti tossici. Tuttavia ad un certo punto le operazioni subiscono un arresto. Il console ha paura che i suoi complici, Garelli e Marocchino, possano metterlo nei guai, così decide di denunciarli dichiarando che Marocchino abbia organizzato la parte più sporca della’ operazione, peraltro testimoniata attraverso delle foto, cioè il trasbordo dei rifiuti in alcuni container, che una volta giunti in Africa, sarebbero stati interrati in un porto a nord di Mogadiscio.

Il 17 marzo ‘94 Ilaria Alpi e il suo operatore Mirian Hrovatin hanno intervistato il Sultano di Bosaso. Tre giorni dopo, forse per le loro scoperte, vengono uccisi a Mogadiscio. L’ultima intervista di Ilaria e Miran presenta due punti di taglio, e l’oggetto della frase “…venivano da Roma, da Brescia, da Torino, dal Regno Sabaudo a maggioranza” non fa parte della registrazione. Rintracciando i fili logici interrotti dai punti di taglio, il giornalista Maurizio Torrealta ipotizza ciò che solo il Sultano potrebbe confermare: l’oggetto della frase pronunciata da Muse prima che la registrazione riprendesse era la parola armi. Nell’ottobre del ’94 si reca a Gibuti per intervistare il Sultano. “Queste navi trasportavano delle volte delle armi, l’ho sentito, avevo in mente che Brescia aveva le fabbriche di armi e munizioni, lo sapevo” dichiara Muse. “Lei diceva che le armi venivano da Torino, da Brescia?”, domanda Torrealta “Forse…forse”, risponde il Sultano.

Il dettaglio e le descrizioni particolareggiate, la disponibilità a collaborare con la giustizia, incarnata nella figura del PM Pittito e i nomi che ritornano, Mugne e Africa 70 – la ONG italiana da cui Ilaria Alpi avrebbe carpito informazioni rilevanti sui presunti traffici illegali di armi, stridono con le contraddizioni e le imprecisioni rilasciate alla Commissione di inchiesta istituita dalla Camera nel 2003 per l’omicidio dei due giornalisti e giustificate ad un Taormina inflessibile con la confusione dovuta al fatto che i due interrogatori avvengono a 10 anni di distanza. Nonostante la ricostruzione sommaria degli eventi, dei nodi nevralgici di un’intera storia che vede il coinvolgimento dei servizi segreti, della Shifco e delle organizzazioni criminali somale nel traffico di armi, ricalchi relativamente le dichiarazioni rilasciate in precedenza, Muse, davanti alla Commissione Parlamentare d’inchiesta, rimodula la propria deposizione, mettendo poi tutto in discussione e ritornando alle posizioni del primo interrogatorio. Nel giugno del 1996 il sultano dichiarava di conoscere la ONG italiana Africa 70, peraltro già citata nell’intervista di Torrealta; nel 2006 invece, alle incalzanti domande di Taormina, ritratta ogni parola, affermando di non conoscere l’organizzazione in questione.

Le domande sorgono spontanee, nonostante la gran parte della Commissione non sentisse l’esigenza di porre definitivamente in chiaro cavilli che avrebbero potuto aprire nuove strade. Il motivo che spinse il sultano di Bosaso a ricusare nel balbettio omertoso, potrebbe disvelare il ruolo della ONG Africa 70 nella vicenda? Se la risposta fosse si, le informazioni estorte potrebbero fare luce sulle relazioni che intercorrevano tra i membri della ONG, i trafficanti d’armi e l’inchiesta dei due giornalisti? Nell’interrogatorio del 1996 il sultano di Bosaso negava la presenza di altre persone durante l’ultima intervista di Ilaria Alpi, confermando la tesi, esplicitata a suo tempo all’inviato del Tg3 in Gibuti, dell’incontro fortuito e del tutto casuale con i due cronisti. Nell’audizione invece, il sultano introduce un personaggio misterioso, Beri Beri, che probabilmente avrebbe presenziato all’intervista con un seguito, il dottor Kamal, addirittura intermediario tra i due giornalisti e il sultano. Partendo da questo, ci si chiede se Muse possa aver avuto un ruolo nell’omicidio di Ilaria e Miran. Un’altra domanda che sgorga ineluttabile, la cui risposta potrebbe mostrare i legami tra le istituzioni politiche somale e l’SSDF, organizzazione paramilitare molto influente a Mogadiscio, implicata nel sequestro delle navi, con cui Bogor intesseva una fitta rete di rapporti.

A Ilaria e Miran è stata negata la dignità di un’inchiesta effettiva, volta a scoprire la verità. É l’onorevole Mauro Bulgarelli dei Verdi, membro della Commissione Parlamentare d’inchiesta sull’omicidio Alpi-Hrovatin a denunciare il fallimento dell’indagini della Commissione. In aperta polemica con la gestione da parte del Presidente Taormina, l’onorevole presenta un documento conclusivo alternativo a quello licenziato ufficialmente dalla Commissione. Episodio gravissimo, secondo Bulgarelli, è stato quello della completa stesura del documento da parte di Taormina, che avrebbe intenzionalmente modificato e manipolato alcune registrazioni, omettendo parti significative delle indagini. Inoltre nel documento ufficiale i giornalisti assassinati vengono presentati più come due in vacanza in Somalia con interessi nel sociale piuttosto che sul posto per poter fare un lavoro d’inchiesta, cosicché la loro morte sarebbe stata del tutto casuale in un contesto politicamente e militarmente caotico come quello somalo del 1994; invece la Commissione, sempre secondo Bulgarelli, avrebbe avuto accesso persino ai documenti conservati in casa del padre di Ilaria contenenti notizie e appunti sul traffico d’armi e rifiuti in Somalia.

Bulgarelli nel suo documento conclusivo ha elencato dettagliatamente, dalla partenza all’omicidio, il viaggio dei due giornalisti, indicando precisamente sia i loro spostamenti sia le motivazioni che li spingevano a muoversi. Ne è venuto fuori un ritratto del duo Alpi-Hrovatin, di due professionisti dediti al loro lavoro, impegnati sì nel sociale ma vogliosi di conoscere la verità sugli strani avvenimenti e gli strani raggiri sul traffico di rifiuti e di armi tra l’Italia e la Somalia. Sono state trascritte anche alcune delle interviste determinanti per risalire alla loro uccisione e alla motivazione di essa. Addirittura Bulgarelli accusa la Commissione di non aver né fatto alcuna perizia sui nastri originali e sugli appunti delle interviste della Alpi né di aver contattato e controllato tutte le fonti individuate dalla Digos di Udine, che condusse le indagini tra il 1994 e il 1997. Bulgarelli cerca di collegare il traffico d’armi, quello dei rifiuti e l’uccisione dei due giornalisti senza pregiudizi sull’operato degli inquirenti e senza condannare o assolvere a prescindere le istituzioni italiane, ricercando la verità sui presunti incontri dei due con Marocchino e con Mugne, mai confermati dagli atti ufficiali e totalmente estromessi come figure di primo piano dalla relazione finale della Commissione. Il documento richiama e ricostruisce anche la vicenda del giornalista Torrealta, che ricevette informazioni importanti dal sultano del Bosaso, il quale poi lo accusò di essere stato pagato per dire il falso sull’omicidio; altri capitoli sono dedicati ai rapporti Italia-Somalia e alla compagnia Shifco. La presidenza Taormina ha fallito miserevolmente, sia per la lunghezza dei tempi di realizzazione di un documento conclusivo, sia per l’imparzialità sul giudizio dell’operato dei giornalisti: “non rientra fra i compiti della Commissione Alpi-Hrovatin esprimere giudizi su come va fatto o non fatto il giornalismo investigativo, men che meno da parte di chi fa un altro mestiere” afferma Bulgarelli nella suo documento alternativo.

Eppure c’era molto da capire e da chiarire. Come per esempio la storia dei bagagli di Miran e Ilaria e di quello che vi era contenuto. Il 22 marzo del 1994 ai coniugi Alpi vennero consegnate tre valigie: una di Miran, una Samsonite di Ilaria, e la sua Mandarina Duck, più piccola e nera. Come evidente dal girato della Rai, fino a Luxor “i bagagli erano sigillati con il piombo, mentre mi risulta – mi è stato detto [sostiene il giornalista Giovanni Porzio] perché non ero presente – che a Ciampino non tutti erano sigillati”. Nel tragitto da Luxor (Egitto) a Ciampino i bagagli sono stati manomessi. In seguito Pucci Bonavolontà, collega di Ilaria, ha ammesso di aver rotto i bolli della mandarina dock per prender elsei cassette che erano contenute. Cosa contenevano? Secondo le dichiarazioni della giornalista Gabriella Simoni colei che, insieme a Vittorio Lenzi, ha personalmente preparato i bagagli dei colleghi nell’Hotel Sahafi, filmando con la cinepresa tutti gli oggetti trovati in camera dei due giornalisti, “…i taccuini [di Ilaria] che ho raccolto erano 4 o 5, sparsi per la stanza: due di questi erano scritti, uno un po’ più grande l’ho messo in valigia ma non era scritto, e gli altri, lo ripeto, li ho messi nella borsa”. “Li abbiamo sfogliati pagina per pagina – continua Porzio – uno era pieno di time codes, conteneva cioè l’elenco dei contenuti delle cassette, minuto per minuto”.

I coniugi Alpi, però, nelle valigie di Ilaria trovarono soltanto 2 block-notes (uno bianco, quello più grande di cui racconta Simoni, e uno con pochi appunti), “ma nessuno di quelli con i time codes nella borsa di Mandarina Duck.” L’esistenza di 5 taccuini viene confermata anche dal generale Fiore il 19 maggio del 1994, tramite un servizio del Tg3. E pochi giorni dopo, per ribadire quanto sostenuto e trasmesso pubblicamente, il generale manda via fax a Torrealta l’elenco (che a due mesi dalla morte, non era mai stato consegnato alla famiglia Alpi), degli effetti personali di Ilaria e Miran. Il 20 giugno ’94 la Rai invierà a Luciana e Giorgio Alpi uno strano foglio: la pagina 3 dell’elenco degli effetti personali di Ilaria. Questo foglio, alla voce “biglietti con numeri telefonici” presentava una nota che lo differenziava dal documento ricevuto via fax dal giornalista del Tg3: la nota manoscritta “trattenuta al Min. Affari Esteri”, firmata Plaja. Il ministro Umberto Plaja, ha dunque frugato tra i bagagli di Ilaria e trattenuto la pagina 3 della lista degli effetti personali, ovvero un foglio protocollo con annotati dalla Alpi dei numeri telefonici e delle frequenze radio. “Non essendo possibile lavare il foglietto [dal sangue], per evitare che si cancellasse quanto vi era scritto, si pensò di toglierlo dal sacco di plastica [degli effetti personali] e di mettere al suo posto uno scritto, firmato dall’ambasciatore Plaja, in cui si precisava che veniva trattenuto”. Le stranezze di questa vicenda portano così alla luce molte e inspiegabili mancanze dato che, nel tragitto da Luxor a Ciampino, per motivi umanitari si è cercato di far maldestramente confusione tra valigie, carte, foto e taccuini.

Sono passati vent’anni dall’assassinio di Ilaria e Miran e l’unico ad aver pagato per la loro morte è Hashi Omar Hassan, un somalo accusato di aver fatto parte del commando omicida. Intanto, mentre la domanda che Ilaria aveva annotato sul suo taccuino continua a rimbombare nel vuoto della giustizia italiana, i traffici di rifiuti e armi molto probabilmente continuano.

LE MOLTE CONTRADDIZIONI DEL CASO ALPI

“Gelle.”

di Giulia Pozzi e Giulia Ugazio

 

C’è più di un anello che non tiene nella “verità di stato” con cui è stato artificiosamente chiuso il caso Alpi-Hrovatin, e oggi, a quasi vent’anni di distanza dal “più crudele dei giorni”, si fa imperiosa la necessità di ricordarlo. L’elemento che più potrebbe rimescolare le carte ha un nome preciso: Ali Rage Ahmed, somalo 49enne, più noto come “Gelle”. Una pista, quella di Gelle, di cui si è parlato poco, perché «la stampa segue questi eventi in maniera sinusoidale» – ha affermato il giornalista Luciano Scalettari –, e «sono sempre di meno i giornalisti che “scavano” nelle vicende».

È del 18 marzo 2010 la notizia della possibile riapertura del caso, che si era concluso con la condanna a 26 anni di reclusione per Omar Hashi Hassan, individuato e arrestato nel 1997 grazie alla testimonianza di Gelle raccolta dall’ambasciatore Cassini. Furono poi gli uomini della Digos di Roma e il Pm Franco Ionta a registrare la deposizione chiave del somalo, che subito dopo fece perdere le sue tracce. Ionta era subentrato alle indagini di Vecchione, procuratore capo quando l’ufficio del funzionario della Digos Michele Ladislao, in servizio alla procura di Udine, individuò alcune fonti confidenziali somale che confermarono l’ipotesi di agguato premeditato. Quel fascicolo terminò con la condanna di Hassan, che si sarebbe rivelato, tempo dopo, probabilmente innocente.

Proprio nel marzo 2010, il gip Maurizio Silvestri, respingendo una richiesta di archiviazione sollecitata dal pm Giancarlo Amato, ha disposto per Gelle l’imputazione coatta. All’epoca, Hassan era in carcere già da dieci anni, a seguito della sua condanna definitiva a 26 anni di carcere. Nel maggio 2010, alla notizia della possibile riapertura del caso, la madre di Ilaria si è costituita parte civile nel processo per calunnia intentato contro Gelle, iniziato il 23 novembre successivo davanti alla II sezione penale del tribunale di Roma. Per l’avvocato Domenico D’Amati, sarebbero esistiti «elementi sufficienti a far ritenere che Ali Rage abbia falsamente accusato del delitto Hashi Omar Hassan», anche lui costituitosi parte civile, «al fine di sottrarre alle indagini i veri responsabili del crimine». Nel 2002, infatti, Gelle aveva confessato in una telefonata a un giornalista della Bbc di essere stato pagato da un’autorità italiana per accusare falsamente Hassan. La telefonata è stata registrata, non però le dichiarazioni che il somalo ha rilasciato alla polizia italiana «nonostante la gravità delle sue accuse» – ha riferito D’Amati. «La sua voce non può essere confrontata con l’altra telefonata. Questo è un esempio di come sono state condotte le indagini».

Il 18 marzo 2013, con un’incredibile assoluzione in contumacia, i giudici competenti hanno sancito la non esistenza di «elementi probatori» per ritenere che «l’imputato abbia voluto scientemente incolpare falsamente Omar Hassan Hashi di aver partecipato al gruppo di esecutori materiali del duplice omicidio consumato in Mogadiscio il 20 marzo 1994 ai danni di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin». Secondo il collegio, infatti, sarebbe mancato «qualsiasi elemento concreto che consenta di elevare la conversazione oltre la soglia dell’anonimo»: infatti, «non è stato possibile disporre di un campione vocale sicuramente attribuibile a persona identificabile con Alì Rage, quindi comparabile con la voce registrata».

Il processo a carico di Gelle, in realtà, non può ancora dirsi concluso. Tra poco, infatti, ci sarà un altro appello, ma le previsioni dell’avvocato D’Amati in proposito non sono ottimistiche. È infatti molto probabile che esso cadrà in prescrizione, tanto più che il somalo non ha alcuna intenzione di farsi trovare. Così, mentre Gelle si nasconde probabilmente a Londra protetto dai servizi, Hassan a breve uscirà di prigione e ad Ilaria e Miran, ancora, non è stata resa giustizia. Un epilogo tutto italiano che ci riporta, secondo Daniele Biacchessi, ai tanti casi simili che costellano la nostra storia: «Portella della Ginestra, piazza Fontana, piazza della Loggia a Brescia, Italicus, Stazione Rapido 904, Falcone, Borsellino, via dei Georgofili a Firenze, via Fauro a Roma, via Palestro a Milano. Noi viviamo in un paese della vergogna dove lo Stato italiano non ha voluto trovare la verità occulta che si cela dietro ai tanti omicidi e stragi».

 

C’è molta logica in quella follia.

di Caterina Gaeta e Beatrice Gelsi

Sono numerose le ombre sui lavori della Commissione d’inchiesta parlamentare, istituita nel luglio 2003, sulla morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin. Insicurezza sulle conclusioni ma, soprattutto, sulla maniera di procedere del presidente della commissione Carlo Taormina. Alla relazione finale è allegata l’analisi di minoranza, espressione delle forze politiche di opposizione, che hanno votato contro le conclusioni del presidente Taormina e contro la relazione di maggioranza. Gli onorevoli Brasi, Motta, Mariani, Pinotti, Deiana, Bindi, Tuccillo commentano con toni negativi le conclusioni, le modalità e la rappresentazione data alla figura professionale della giornalista. Secondo la ricostruzione di Taormina i due giornalisti si trovavano a Bosaso per trascorrere una vacanza e morirono per una fatalità. In un’intervista rilasciata al quotidiano Il Giornale l’onorevole afferma che l’omicidio è un delitto di guerra sul quale è stato costruito, su false prove, il giallo che ne è scaturito in seguito. Dichiarazioni che azzerano numerose evidenze investigative e suscitano anche la richiesta della diffida dell’onorevole dalla presidenza, da parte della Famiglia Alpi.

Che interesse ha avuto l’avvocato Taormina nel confezionare a suo piacimento il risultato dell’inchiesta parlamentare? Qual è l’uso politico che ha fatto della Commissione? La prima picconata verso la verità arriva dall’onorevole Paolo Russo, all’epoca presidente della Commissione Rifiuti, che accusa Taormina di “rapporti diretti o indiretti” con il faccendiere Giancarlo Marocchino.

Cosa lega i due? Il Psi, naturalmente. Facciamo un passo indietro. In seguito alla denuncia di due somali Ali Hasci Dorre e Farah Adid contro Paolo Pillitteri, presidente della Camera di commercio italo-somala, il suo segretario generale Pietro Bearzi, e Bettino Craxi in merito alle mancate provvigioni sugli importi di alcuni affari. La Procura di Milano apre un’inchiesta, il PM Gemma Gualdi ha il compito di approfondire i rapporti tra la Camera di Commercio italo-somala e la rappresentanza somala. La prassi ha un meccanismo ben oliato: attraverso aste truccate e l’aiuto del Ministero degli Esteri – Andreotti e De Michielis-, Bearzi con l’appoggio dell’ingenere Omar Mugne, pattuiva anticipatamente le necessità commerciali delle autorità somale. Così gli appalti erano già decisi presso il DIPCO (Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo) e il Fai (Fondo aiuti italiani), sollecitando delle forniture che calzassero a pennello con le caratteristiche dell’impresa italiana idonea a provvedere.

Chi cura, dunque, gli interessi di Craxi e Pillitteri? Luciano Spada, uomo del PSI, faccendiere ed elemosiniere del partito, che traffica in rifiuti tossici nocivi e radioattivi. Il suo portaborse, Giampiero Sebri, racconta alla Commissione Alpi Hovratin che fu Spada a presentargli Marocchino tra l’87 e l’88. Sebri lo incontrerà nuovamente nel ’93 insieme ad un altro personaggio, Luca Rajola Pescarin, 007 del Sismi. Sebri Rivedrà Pescarin l’anno successivo, ma questa volta Marocchino non c’è. Gli propone di continuare il traffico illegale, ma questi è perplesso e lo 007 lo rassicura dicendo che tutti i problemi sono risolti. Parla anche della Alpi: “quella maledetta giornalista che abbiamo sistemato, quella maledetta giornalista comunista”.

Tornando all’inchiesta del PM Gualdi emergono alcuni nomi interessati tra cui la società Giza spa, la cui vicenda è legata alla Sec (Società esercizio cantieri) ha fornito al governo somalo le famose tre navi da pesca, proprietà dello Stato somalo, poi gestite dalla Somit Fish, (in seguito Shifco), a capitale misto italo-somalo di Mugne. Pozzo era un uomo di Giulio Andreotti, e la vicenda della Sec e dei pescherecci avvalora l’interruzione del monopolio del Psi in territorio somalo. Gualdi dichiara che Pozzo rappresenta, infatti, “il connubio con gli interessi di Andreotti”, l’area politica contrapposta a quella della Camera di commercio italo-somala.

In conclusione, Bearzi e Pillitteri si rifanno dell’aiuto di Spada, uomo di Craxi, e del suo portaborse Sebri che è in affari Marocchino e Pescarin. dopo l’incontro, all’aeroporto di Linate, tra Pozzo e Bearzi per il passaggio di mano delle provvigioni si rendono evidenti i rapporti sugli affari della camera di commercio somala tra Andreotti e il Psi. E così la Commissione guidata da Taormina, ex avvocato di Craxi, si fa carico di mantenere pulita la memoria del malaffare di quegli anni.

 

I giornalisti e la verità sepolta nella sabbia.

di Cristiana Mastronicola e Giorgia De Angelis

“Rimarrà un mistero italiano”: questo è quanto resta delle testimonianze sul caso Alpi- Hrovatin alla vigilia del ventennale della loro scomparsa.

I colleghi della giornalista e dell’operatore, la direzione della RAI di allora e i giornalisti che, dopo l’assassinio a Mogadiscio, hanno investigato sul caso, sono accomunati dalla stessa idea. Diverse sono le ipotesi alle quali si aggrappa chi è stato coinvolto nel caso – amici delle vittime, famiglie e colleghi. Nessuna delle quali escludibile a priori.

Sebbene la maggior parte dei giornalisti che hanno  investigato sul caso  tenda a sostenere la tesi secondo cui a uccidere Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non sia stato un agguato qualsiasi, ma un machiavellico complotto messo su da Servizi Segreti – e quindi Stato stesso – per impedire che venissero alla luce questioni delicate e spinose sui presunti traffici delle “navi dei veleni” provenienti dalle coste italiane e dirette proprio in terra somala, è interessante prendere in considerazione anche una seconda possibilità.

Supposizione meno accreditata, ma da non sottovalutare, è quella espressa, tra gli altri, dal giornalista del Corriere della Sera Massimo Alberizzi, amico di Ilaria e gran conoscitore della cultura somala. A causare la morte di Ilaria e Miran, secondo Alberizzi, sarebbe stato un agguato da parte di un gruppo di uomini somali, figlio di una vendetta seguita allo stupro di una donna somala compiuto da militari italiani, gli stessi che in quei giorni di metà marzo stavano lasciando la Somalia. Gli uomini dell’agguato sarebbero appartenuti allo stesso clan della vittima. Ad avvalorare tale tesi le testimonianze di altri giornalisti che da quei luoghi avevano raccontato l’atrocità della guerra civile che straziava il paese: l’esercito italiano si allontanava dalle sponde somale lasciando dietro di sé un senso di distruzione e amarezza che senza difficoltà avrebbe potuto ispirare la reazione estrema della gente somala. Molto si è dibattuto su questa ipotesi, avallata da un concetto di vendetta inteso come legge non scritta, propria della cultura africana. Tante sembrano essere, però, le incongruenze che, nel corso delle indagini, hanno fatto propendere per altre soluzioni.

Offuscato da una coltre di mistero è anche il motivo che portò i due giornalisti a ritardare il rientro a Mogadiscio e a trattenersi a Bosaso un giorno in più del previsto. La giornalista RAI Carmen Lasorella afferma che per Ilaria e Miran soggiornare ancora a Bosaso non sarebbe stato un problema; Scalettari – fermo sostenitore dell’ipotesi più drammatica che inscriverebbe l’omicidio Alpi-Hrovatin in un affare di Stato legato ai traffici illeciti tra Italia e Somalia – afferma, invece, che quel ritardo sarebbe stato causato da non individuabili forze che li avrebbero “lievemente trattenuti” – come recita il rapporto Sismi. Scalettari rincara la dose rivelando che, oltre al ritardo, ci sarebbe da indagare su un altro mistero legato al viaggio Bosaso-Mogadiscio: su quell’aereo mai preso il 19 marzo, viaggiava, infatti, un italiano, tale Giuseppe Cammisa, uomo dei Servizi Segreti. Perché non si è mai andati a fondo sulla questione? Chi era Giuseppe Cammisa e perché non è mai stato interpellato?

Lo stesso Scalettari non è affatto convinto della ricostruzione dei fatti resa ufficiale. Ci sarebbero falle importanti sull’ultimo tragitto percorso dai due giornalisti prima di essere uccisi. In una intervista telefonica il giornalista infatti afferma che dalla verifica dei tabulati telefonici e dalla testimonianza di alcuni testimoni oculari (mai ufficialmente ascoltati), risulterebbe una chiamata di Ilaria a Marocchino e una visita dei due giornalisti dallo stesso. Essendo costui un vero punto di riferimento per gli italiani sul posto, ciò parrebbe ininfluente, ma perché Marocchino non ha mai confessato di essere stato l’ultimo ad ascoltare e vedere Ilaria prima della sua morte? Cosa si nasconde dietro questo ingiustificato silenzio? La deviazione di percorso, non contemplata nelle carte ufficiali, è sostenuta anche dal Dott. D’Amati, avvocato della famiglia Alpi, e dalle ricerche di Pititto, pm sostituto procuratore cui era stato affidato il caso (poi incomprensibilmente rimpiazzato), ma è una strada mai battuta. Come pure non si spiega il motivo per cui i diversi testimoni oculari, appartenenti alla polizia locale somala di Mogadiscio, non siano stati ascoltati né si è cercato in loro la speranza di una strada nuova, di una svolta.

Sul perché Ilaria e Miran si trovassero a Bosaso per l’ultima intervista – quella celebre, al sultano – non si hanno spiegazioni certe. Sempre Massimo Alberizzi, sostenuto da altri colleghi, afferma che i due avrebbero scelto Bosaso senza uno scopo preciso; secondo Calvi, invece (compagno di lavoro più vicino alla Alpi), quella sarebbe stata la meta più ambita dalla collega: quella che le avrebbe potuto far mettere un punto alla sua esperienza giornalistica nel Paese.

Quando a Scalettari viene chiesto perché abbia rinunciato, nel 2005, al suo incarico di consulente della Commissione d’inchiesta sul caso Alpi, la sua risposta è semplice e illuminante: «Taormina stava mettendo sotto accusa i giornalisti, i magistrati e i poliziotti: spostava l’attenzione su false piste. Una di queste era il fondamentalismo islamico, che all’epoca era del tutto assente in Somalia, stava cercando di perdere tempo. Fu delirante come condusse l’inchiesta: i testimoni venivano interrotti ed instradati nelle risposte, gli si urlava contro». Scalettari, nel febbraio di quell’anno, comprese che la Commissione non era in cerca della verità, ma dell’archiviazione del caso.

Se il movente dell’omicidio, i tragitti effettuati e il materiale raccolto rimarranno un mistero, una cosa è certa: resta la responsabilità – per lo meno – morale della direzione della RAI.

Erano quelli gli anni in cui la TV pubblica italiana viveva un periodo di transizione: cambi di direzione, inchieste per ricevute di rimborso gonfiate da qualche inviato che giocava a fare il furbo e lotte intestine degli inviati intenti a “marcare” i territori di pertinenza erano all’ordine del giorno nelle redazioni di Saxa Rubra. A tutto questo si aggiungono “le miserie umane” di gelosie e antipatie interne, e così giovani giornalisti e operatori alle prime armi erano costretti a partire con budget molto limitati. Forse troppo. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, con poco più di 3 milioni delle vecchie lire e come meta Mogadiscio, si imbarcavano in una missione che non faceva gola a nessuno, venendo, anzi, screditata da molte voci: “E’  troppo poco, non devi partire”. Eppure ancora oggi, fonti confidenziali dalla ex Direzione negano l’evidenza: “La RAI non ha mai fatto problemi di soldi, quando servivano li inviavamo”. È interessante notare come all’interno della stessa “istituzione” le testimonianze siano discordanti, non tanto sulla personale opinione di come andarono i fatti, ma sui criteri con cui la Direzione gestì la vicenda Alpi.

Un Flavio Fusi commosso sente il peso di un’amicizia spezzata e di un non-potere di fronte all’avvenimento: è stato lui a sentire per l’ultima volta la voce di Ilaria, che annunciava un servizio speciale dalla Somalia. Per il giornalista i problemi della partenza sono da attribuirsi alle politiche interne che gestirono male budget e responsabilità.

Rimane, a vent’anni di distanza, un sapore amaro che difficilmente andrà via finché chiarezza non sarà fatta sul caso. La memoria di Ilaria e Miran resta viva nell’impegno di quelli che, ancora oggi, ancora dopo venti lunghi anni, si sforzano di resistere a chi tenta di lasciare all’oblio la vita di due giornalisti e un’inchiesta mai conclusa.