Ecco perché è morta Ilaria

ESCLUSIVO
/ CASO ALPI – Tangenti, traffico d’armi e rifiuti tossici: l’ultima
pista della giornalista Rai

Ecco
perché è morta Ilaria
Diversi
documenti e testimonianze affermano che la Alpi stava arrivando al cuore
dei malaffari che legavano la Somalia all’Italia e ai Paesi dell’Est,
dai quali provenivano gli armamenti, pagati col permesso di seppellire
in loco le sostanze nocive.Da
anni custodisce i suoi segreti. Segreti di morte. Quale mistero nasconde
Bosaso, piccola città del Nord-Est della Somalia affacciata sul golfo
di Aden, ridotta a un ammasso di rovine da 10 anni di guerra civile?
Quale mistero ha intravisto Ilaria Alpi, inquietante al punto da costarle
la vita? Un fatto è certo: tra il 16 e il 20 marzo 1994 la Alpi lavorò
a Bosaso con l’operatore Miran Hrovatin. Qualche ora dopo aver rimesso
piede a Mogadiscio, i due giornalisti furono uccisi in un agguato condotto
da sette killer. Cosa videro, esattamente? La domanda è senza risposta,
perché da allora omissioni, coperture, depistaggi, silenzi hanno impedito
ai familiari, e a tutti gli italiani, di sapere.Nonostante
ciò, sono molti gli indizi che meritano ulteriore attenzione e che potrebbero
gettare luce sull’intera vicenda. Oltre due anni di lavoro permettono
a Famiglia Cristiana di pubblicare elementi utili a squarciare
il velo sui malaffari che hanno visto intrecciarsi a Bosaso traffici
d’ogni genere: armi, rifiuti tossici, scorie radioattive, tangenti e
riciclaggio di denaro sporco. In questo intricato scenario potrebbero
nascondersi movente e mandanti del duplice omicidio.
Marzo
1994. Ilaria Alpi sta seguendo tracce di questi traffici illegali. Al
processo celebratosi un anno fa contro Hashi Omar Hassan (accusato dell’omicidio,
ma definito dalla seconda Corte d’assise di Roma “un capro espiatorio”,
e quindi assolto; a ottobre ci sarà l’appello), qualcuno ha sostenuto
che Ilaria e Miran giunsero a Bosaso per caso. È invece vero il contrario.
La loro, fu una scelta voluta.«Ilaria
intendeva da tempo recarsi a Bosaso», dichiara a Famiglia Cristiana
Alberto Calvi, l’operatore Rai che la accompagnò in Somalia per
ben quattro volte (la prima nel 1992, le rimanenti nel 1993): «Non ci
andammo prima perché impegnati a seguire i fatti di cronaca a Mogadiscio
e perché non avevamo soldi e scorta a sufficienza; c’era il rischio
di lasciarci la pelle». Anche i genitori non hanno dubbi: «Che Ilaria
volesse andare a Bosaso, lo provano gli appunti da lei scritti prima
di partire per il suo ultimo viaggio e ritrovati in redazione, a Roma».
Il suo caporedattore al Tg3, Massimo Loche, ha dal canto suo confermato
in udienza che «sin dalla partenza da Roma Ilaria aveva intenzione di
recarsi a Bosaso».
Di
Bosaso, e del rilievo che assume in relazione a diversi affari illeciti,
parla inoltre Guido Garelli, uno “007” abituato a muoversi con disinvoltura
sullo scacchiere internazionale, uomo dal passato avventuroso. Garelli
dichiara di aver lavorato soprattutto per l’intelligence dell’Autorità
territoriale del Sahara (l’area che da anni punta a staccarsi dal Marocco,
amministrata dal Fronte Polisario), ma è considerato da molti vicino
anche ai servizi segreti statunitensi e italiani. Il 27 maggio 1999,
in una lettera scritta a Famiglia Cristiana dal carcere in cui
è attualmente detenuto, Garelli racconta che il 4 maggio 1994, nemmeno
due mesi dopo il duplice omicidio, a Nicosia, nell’isola di Cipro, incontrò
Ilija Fashoda, «un cittadino somalo, in possesso di passaporto jugoslavo».«Lei
ficcava il naso negli affari del sultano».L';uomo
gli disse: «Ero al Nord della Somalia mentre quella giornalista ficcava
il naso negli affari di Bogor, il sultano di Bosaso, e immaginavo che
l’avrebbero minacciata di non andare più in là di tanto. Quello che
di sicuro le ha creato dei problemi è il fatto di aver “grattato” le
questioni della cooperazione. Ho saputo con certezza», è sempre Fashoda
che parla, «che la giornalista aveva ripreso delle scene nel Nord della
Somalia, con delle lunghe carrellate sulle casse di materiale in mano
alle “bande” di Bosaso: tu sai che origine avevano quelle armi, no?».Garelli
non dice se ha replicato. Alcune risposte si trovano invece nell’inchiesta
condotta dalla Procura di Torre Annunziata, in provincia di Napoli (pm
Paolo Fortuna), e dai Carabinieri di Vico Equense, al comando del maresciallo
Vincenzo Vacchiano, i cui atti all’inizio del 1999 sono stati trasmessi
alla Procura di Roma e consegnati al pm Franco Ionta, titolare delle
indagini sulla morte dei due giornalisti.

«Siad
Barre voleva armi ad alta tecnologia»

Diversi
testimoni raccontano agli inquirenti un articolato sistema di traffici
di armi, rifiuti pericolosi e scorie radioattive, i cui proventi alimentavano
in parte conti neri o finivano in tangenti. Un sistema gestito da faccendieri
italiani e stranieri, che chiamano in causa complicità politiche legate
in special modo all’area socialista. Testimoni e faccendieri fanno ripetutamente
i nomi di Paolo Pillitteri e di Pietro Bearzi, all’epoca rispettivamente
presidente e segretario generale della Camera di commercio italo-somala,
stretti collaboratori di Bettino Craxi, nonché i nomi di uomini dell’Intelligence
dell’Italia e di altri Paesi. In particolare, gli investigatori
di Torre Annunziata, sulla base del materiale raccolto, ritengono che
Ilaria Alpi possa essere stata uccisa non tanto per aver raccolto informazioni
e prove su presunti trasporti di armi fatti con i pescherecci della
società italo-somala Shifco, quanto per aver scoperto a Bosaso depositi
di armi trasportate da Hercules C-130 italiani e ancora recanti l’indicazione
della loro provenienza dai Paesi dell’Europa orientale.
A
indicare questa pista è soprattutto l’imprenditore Francesco Corneli,
ritenuto vicino ai servizi segreti siriani, nonché ex collaboratore
esterno del Sisde (servizio segreto civile italiano), ascoltato più
volte nel giugno 1997. Corneli aggiunge dettagli inediti: sostiene che
per fronteggiare la guerra civile che lo vedeva perdente, il dittatore
somalo Siad Barre, tra il 1990 e il 1991, chiese ai suoi referenti socialisti
in Italia di procurargli «armamenti di alta tecnologia». Secondo Corneli,
il Psi si accordò con il Pci, per aprire un canale di rifornimento con
i Paesi del blocco orientale. «Allora e negli anni successivi», conclude
Corneli, «armi provenienti dall’Europa dell’Est furono veicolate attraverso
l’Italia con voli militari che giungevano in Somalia».

Il
7 agosto 1997 un altro testimone, Marco Zaganelli, dichiara: «Nel periodo
in cui sono stato in Somalia, io e tanti altri abbiamo notato con cadenza
settimanale la presenza di aerei militari non identificati del tipo
Hercules che scaricavano armi in Somalia». Che Bosaso fosse importante
non soltanto per il suo porto, ma anche perché vi potevano tranquillamente
atterrare aerei militari da trasporto, ci è stato confermato di recente
da Guido Garelli. Armi,
insomma. Dall’Italia alla Somalia, via mare e via cielo. Così nel 1992,
nel 1993 e anche nel 1994, sotto gli occhi della missione Onu. Ne parla
diffusamente il collaboratore di giustizia Francesco Elmo, che ha lavorato
nello studio di un avvocato svizzero, a Lugano, dai cui uffici transitavano
documenti relativi a questi traffici (da lui spesso “intercettati”)
e alle relative operazioni bancarie. Francesco Elmo ha altresì precisato
che le armi non finivano soltanto alle fazioni somale in lotta tra loro,
ma pure ad altri Paesi («Eritrea, Yemen del Sud, Sudan»), oltreché ai
guerriglieri palestinesi, irlandesi (Ira) e baschi (Eta). Nel
corso di indagini diverse, altri inquirenti avevano d’altronde acquisito
un documento datato settembre 1992 che ricostruiva, traccia dopo traccia,
una spedizione di componenti di carri armati Leopard 1 e Leopard 2 fabbricati
da una ditta tedesca, partiti dal porto di La Spezia e arrivati a Mogadiscio
(ma forse destinati a rifornire gli arsenali dell’Iran o dell’Irak).
Perfino
il generale Carmine Fiore, comandante del contingente italiano in Somalia
fra il 1993 e il 1994, in un interrogatorio a Torre Annunziata, il 3
dicembre 1997, ammette che «in quel periodo entravano senz’altro armi,
specie dalla strada costiera che dal porto di Obbia arriva a Mogadiscio.
Il traffico di armi avveniva con mezzi navali e anche con piccoli aerei
che atterravano su una striscia di terra battuta ubicata a circa 40
chilometri a Nord-Est di Mogadiscio».Che
i loschi affari fossero in pieno svolgimento proprio nell’anno in cui
vennero uccisi Ilaria e Miran, lo sostiene anche Francesco Elmo. Nel
suo memoriale del 22 agosto 1997 dice: «Nel 1994 un gruppo di personaggi
di area socialista erano posti alla regìa di una vendita di armamenti
“libici” alla Somalia». Elmo fornisce pure dettagli circa la rotta della
nave che li trasportava. Armi,
ma non solo. Nei giorni precedenti la sua partenza per Bosaso, Ilaria
incontra Faduma Mohammed Mamud, figlia dell’ex sindaco di Mogadiscio,
definita dai giudici della seconda Corte d’assise di Roma teste «attendibile
e disinteressata». Nell’aula-bunker di Rebibbia, il 16 giugno 1999,
Faduma racconta: «Ilaria mi aveva detto che seguiva una certa pista,
una pista abbastanza pericolosa… Era una questione delicata, di cui
non dovevo parlare con nessuno, salvo con qualche persona che poteva
aiutarci, di cui potevo fidarmi ciecamente… Lei si interessava a certe
cose orrende che venivano fatte sulle coste somale. Aveva appreso che
erano stati scaricati rifiuti tossici; cose che noi sapevamo già. Ma
eravamo impotenti, non potevamo farci niente».
«Io
le ho detto», prosegue Faduma, «che dal 1988 le cose avevano cominciato
ad andare alla deriva; non avevamo guardiacoste, non avevamo niente.
Avevo sentito che in quasi tutto il litorale somalo, a Merca, a Mogadiscio,
a Obbia, nel Moduk, in Migiurtinia (l’area di Bosaso, ndr) erano
sepolti dei fusti di cui non si conosceva il contenuto. Ho inoltre fatto
notare a Ilaria che erano comparse in Somalia delle malattie nuove,
e che si erano registrate morie di pesci». La
deposizione di Faduma trova riscontro nelle informazioni rese agli investigatori
da Marco Zaganelli il 7 agosto 1997: «Tra il 1987 e il 1989 mi chiamò
una persona che conoscevo, prospettandomi un grosso affare, perché era
stato contattato da alcuni italiani, i quali dovevano sbarazzarsi di
un carico di container fermi al porto di Castellammare di Stabia o a
quello di Gioia Tauro, contenenti rifiuti tossici o radioattivi, e volevano
un referente capace di riceverli e sotterrarli in un’area desertica
della Somalia. Successivamente seppi che un carico di materiale radioattivo
era stato portato in Somalia e i contenitori sotterrati in un’area desertica
nel Nord del Paese». Il
24 marzo 1999, in una delle sue lettere inviate a Famiglia Cristiana,
Guido Garelli accenna all’omicidio dei due giornalisti. «Ilaria Alpi»,
scrive, «aveva delle informazioni buone, forse molto buone. Ritengo
che abbia avuto qualcuno che le ha dato la possibilità di vedere copie
di rapporti… Bisognerebbe sentire con quali accordi si è giunti a
concedere l’uso di parti del territorio somalo, etiopico ed eritreo
per interrare rifiuti», operazioni che sono condotte, stando al Garelli,
da «banditi vestiti con le divise più strane e variegate», insieme a
«membri di organismi di informazione e sicurezza domestici e più in
generale occidentali, operanti a mezzo servizio per conto di imprese
pubbliche e private delle potenze industriali».
Più
avanti, nel corso della stessa lettera, Guido Garelli annota: «Ilaria
Alpi ha toccato il segreto più gelosamente custodito in Somalia, lo
scarico di rifiuti pagato con soldi e armi da non meno di vent’anni.
La regìa di tutto questo è appannaggio dei servizi d’informazione coinvolti
in quello che è sicuramente il business più redditizio del momento.
Non mi riferisco solo al Sismi (servizio segreto militare italiano,
ndr) e al Sisde; vi sono anche gli organismi omologhi dei Paesi
che hanno “usato” vari Stati dell’Africa per smaltire porcherie». Il
30 aprile 1999, citando un rapporto da lui stesso stilato nel marzo
1994, poco dopo la tragedia, Garelli ricorda che ipotizzò sin da subito
l’intervento dell’Intelligence italiana e somala nella vicenda,
perché «era chiaro che Ilaria era capitata su uno dei punti sensibili
che la Somalia cercava affannosamente di proteggere e che l’Italia aveva
la necessità di coprire». Nell’informativa,
Garelli rammenta di aver messo in evidenza «il rapporto che esisteva
tra il traffico di rifiuti e la fornitura d’armi».

Il
premio Saint Vincent ai nostri inviati Barbara
Carazzolo, Alberto Chiara e Luciano Scalettari, gli inviati di Famiglia
Cristiana
che da due anni e mezzo stanno conducendo l’inchiesta
sul caso Alpi, hanno vinto l’edizione 2000 del prestigioso Premio Saint
Vincent (ex aequo con Espresso e Panorama) per il servizio
pubblicato dal nostro giornale nel giugno 1999.
Il 29 maggio, al Quirinale, il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio
Ciampi, consegnerà il riconoscimento.