Il mistero dell’indagine sottratta

ESCLUSIVO
– IL CASO ALPI-HROVATIN – Parla il sostituto procuratore di Roma Giuseppe
Pititto, cui fu revocata l’inchiesta. Il
mistero dell’ndagine “sottratta” . I
genitori di Ilaria Alpi e la famiglia di Miran Hrovatin si accingono
a passare la settima Pasqua senza i loro cari. E senza la verità. I
due giornalisti della Rai furono uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994,
in circostanze ancora oggi tutte da chiarire. Si trattò di un agguato.
Ma chi sparò? Perché? Per ordine di chi? Quali segreti si volevano celare
eliminando i giornalisti? Sei anni di indagini, numerose perizie per
accertare la dinamica dei fatti, tre magistrati succedutisi nella conduzione
dell’inchiesta, addirittura un processo che ha mandato assolto l’unico
imputato (un somalo, accusato di aver fatto parte del commando, ma definito
dagli stessi giudici della seconda Corte d’Assise di Roma un “capro
espiatorio”), non hanno fornito risposte convincenti. All’indomani del
duplice omicidio le indagini furono affidate al sostituto procuratore
di Roma Andrea De Gasperis. Due anni dopo vennero passate al suo collega
Giuseppe Pititto, per approdare infine, nel ’97, nelle mani del pubblico
ministero Franco Ionta, che le conduce tuttora. L’intervista che pubblichiamo,
rilasciata dal pm Pititto, solleva interrogativi inquietanti circa tutti
questi “passaggi di testimone” tra i magistrati. In realtà stanno vacillando
anche le poche certezze faticosamente raggiunte nel processo conclusosi
nel luglio 1999. “Famiglia Cristiana” ha rintracciato uno dei due
testimoni oculari mai sentiti dagli inquirenti. Si tratta del cameraman
Francesco Chiesa, autore delle immagini girate sul posto per conto della
tivù svizzera subito dopo il delitto. Chiesa rivela un particolare importante:
il frammento del proiettile raccolto nella Toyota delle vittime non
fu trovato sul sedile posteriore, accanto alla Alpi, ma su quello anteriore,
al contrario di quanto dichiarato dal giornalista della stessa emittente
Vittorio Lenzi, morto poi in un incidente stradale. Quel frammento (“camiciatura
di proiettile” in termini tecnici) non appartiene alla pallottola che
ha ucciso la giornalista, ma forse a quella che colpì Hrovatin. «Ne
sono certo. Era sul sedile anteriore e sono pronto a dichiararlo davanti
a un notaio, insieme al fonico che era con me», afferma Francesco Chiesa.
Finora le perizie poggiavano su un presupposto errato. Tornano, quindi,
i dubbi sul tipo di arma che uccise Ilaria Alpi e si riapre l’ipotesi
del colpo sparato a bruciapelo. Il
16 giugno 1997 si vide sottrarre l’inchiesta sull’omicidio di Ilaria
Alpi e Miran Hrovatin. La decisione del suo procuratore capo, Salvatore
Vecchione, una decisione tanto severa quanto inusuale, arrivò alla vigilia
dell’interrogatorio-chiave di due testimoni oculari, da lui faticosamente
individuati, in procinto di venire finalmente in Italia a deporre. Giuseppe
Pititto, 58 anni, pubblico ministero presso la Procura di Roma, rompe
il silenzio che s’era imposto. E si sfoga con “Famiglia Cristiana”
Nel
toglierle l’inchiesta il procuratore capo di Roma Vecchione disse
che esisteva una disparità di vedute tra lei e il suo collega De Gasperis. «Così
è scritto. Ma la verità è un’altra».

Quale?


«Il 20 marzo 1996, esattamente due anni dopo la morte dei giornalisti, l’allora
procuratore capo della Repubblica di Roma, Michele Coiro, mi annunciò
la sua intenzione di affidarmi questa inchiesta, che sino ad allora
era stata condotta da Andrea De Gasperis. Andai dal collega per anticipargli
la decisione del capo e chiedergli di concordare il lavoro da svolgere.
De Gasperis si mostrò contrariato e, con estrema fermezza, mi rispose
che non vi erano altre indagini da fare. Gli feci presente che rispettavo
il suo convincimento, ma che per formarmi un’opinione dovevo prima leggere
le carte. De Gasperis mi disse di fare quello che volevo».

Lei cosa fece?

«Ritornai da Coiro e gli riferii l’esito del colloquio. Lui non si mostrò per
nulla sorpreso e mi confermò che mi avrebbe affidato l’nchiesta. Il 21 marzo 1996, prima ancora che io venissi designato formalmente, il dottor De Gasperis restituì tutti gli atti dell’inchiesta al procuratore capo scrivendo che faceva tutto ciò a seguito dell’incontro avuto con me il giorno precedente».

E Coiro come reagì?

«Il
22 marzo 1996 mi affidò l’inchiesta, dicendomi che non riteneva opportuno
revocare formalmente la delega a De Gasperis: mi invitò a procedere
da solo nella ricerca dei responsabili. Sono stato dunque io a ordinare, tra l’altro, la riesumazione del cadavere di Ilaria Alpi per l’autopsia, a iscrivere nel registro degli indagati Abdullahi Bogor, il cosiddetto
sultano di Bosaso che era stato intervistato da Ilaria Alpi qualche giorno prima di venire uccisa, e a interrogarlo nello Yemen. Dopo il
22 marzo 1996 il collega De Gasperis non si è mai più interessato alle
indagini e qualsiasi atto dell’inchiesta porta solo la mia firma».

Ha ricordato l’autopsia di Ilaria Alpi: reputa normale che non sia
stata fatta subito dopo la morte?

«Assolutamente
no, perché in caso di omicidio l’autopsia è un atto indispensabile per ricostruire la dinamica dei fatti. Come si fa, altrimenti, ad accertare
la distanza tra killer e vittima, il numero dei colpi esplosi, il tipo
di arma usata? È semplicemente impossibile».

Perché
il pm De Gasperis non l’ha disposta?

«Non è a me che bisogna porre questa domanda. Non appena l’inchiesta mi è
stata affidata io l’ho immediatamente ordinata. Non ho potuto purtroppo
procedere all’autopsia su Miran Hrovatin, perché il suo cadavere era
stato cremato».

L’inchiesta
le è stata tolta proprio quando stavano per arrivare a Roma due
somali, testimoni oculari dell’omicidio.

«Sì,
è vero. Infatti non ho potuto sentirli. Ma vorrei tornare al provvedimento
di revoca del procuratore capo Salvatore Vecchione, perché accertare
le vere ragioni per cui l’inchiesta mi è stata sottratta è, secondo
me, un passaggio fondamentale per accertare la verità. Vecchione ha
denunciato al ministero di Grazia e Giustizia che io avevo assunto la
gestione del procedimento senza informare De Gasperis, estromettendolo.
Il collega De Gasperis, però, nel corso dell’ispezione ordinata dal
ministero, ha fornito una versione diversa, dichiarando testualmente:
“Il giorno stesso o il giorno prima di quello in cui rimisi il procedimento
al procuratore Coiro, venne nel mio ufficio il dottor Pititto, il quale
mi disse di essere stato incaricato dal dottor Coiro di seguire l’indagine
sull’omicidio in questione. Francamente la cosa mi infastidì non poco;
a quel punto mi limitai a rispondere al collega che avrei rimesso il
procedimento al procuratore, cosa che feci immediatamente. Da quel momento
non ho più avuto notizie del procedimento, né ho cercato di averne.
Da allora ho sempre considerato il processo come se fosse stato assegnato
in via esclusiva al dottor Pititto”. Dunque, è stato lo stesso De Gasperis
a riconoscere che l’unico titolare dell’inchiesta ero io. E, infatti,
anche l’ispettore ministeriale, nella propria relazione del 14 maggio
1998, ha dovuto concludere in questi termini. Leggo testualmente, pagina
42: “Ne deriva che legittimamente il dottor Pititto, ritenendo a ragione
di essere l’unico designato alla conduzione del procedimento, ha omesso
ogni coordinamento con il collega”».

Lei
sta dicendo che il procuratore della Repubblica Vecchione le ha
sottratto l’inchiesta affermando una cosa inesatta?

«Non
sono io a dirlo. L’ha detto De Gasperis e ha dovuto riconoscerlo l’ispettore
ministeriale».

Il
ministro che ha fatto?

«Della
vicenda, in seguito alle interpellanze di decine di parlamentari dei
più vari schieramenti politici, si sono occupati due ministri Guardasigilli:
Giovanni Maria Flick e Oliviero Diliberto. Il primo, il 7 gennaio 1998,
si è limitato a rispondere che il procuratore della Repubblica gli aveva,
anche qui leggo testualmente, “comunicato di aver disposto la revoca
della designazione dopo aver constatato l’esistenza di disparità di
vedute sulle modalità di conduzione dell’indagine”. È una risposta,
a dir poco, indecente».

Perché?

«Perché
è indecente che un ministro di Grazia e Giustizia, interrogato su un
provvedimento di Vecchione ritenuto immotivato e allarmante da alcuni
parlamentari, risponda alle interrogazioni ripetendo in aula quello
che gli aveva comunicato lo stesso Vecchione. È come se un giudice emanasse
una sentenza recependo acriticamente le giustificazioni dell’imputato».

E
il ministro Diliberto?

«Ha
agito ancor peggio. Prima di rispondere, Flick non ha fatto un minimo
di indagini serie, come pure avrebbe dovuto. Diliberto, invece, aveva
la relazione del proprio ispettore datata 14 maggio 1998. Non poteva,
perciò, non sapere che l’unico designato alla conduzione dell’inchiesta
ero io. Tuttavia, il 10 febbraio 2000, rispondendo attraverso il sottosegretario
Marianna Li Calzi all’ennesima interrogazione sul fatto, ha detto il
falso al Parlamento. Ha sostenuto che sussisteva “incompatibilità” tra
me e De Gasperis e che, cito, “in ragione di tale incompatibilità che
si presentava insuperabile, il dottor Vecchione dovette revocare la
designazione”. Come se la menzogna non bastasse, c’è anche il ridicolo»

Cosa
intende dire?

«La
stessa Marianna Li Calzi, che qualche settimana fa in qualità di sottosegretario
ha dato in Parlamento questa risposta, il 12 marzo 1998 aveva, invece,
firmato come semplice parlamentare un’interrogazione in cui si affermava
tutto il contrario. Due anni or sono, la motivazione della revoca addotta
dal procuratore capo Vecchione sembrava alla Li Calzi “assolutamente
pretestuosa”: “il dottor Pititto, con il consenso e su disposizione
del procuratore capo Coiro, ha portato avanti le indagini da solo, in
quanto il dottor De Gasperis non se ne è più interessato”».

Tuttavia,
non ci risulta che il Consiglio superiore della magistratura le
abbia dato ragione…

«Penso
che il Csm sia stato tratto in errore perché ha preso per buone le ragioni
addotte da Vecchione. Di recente però, nel corso di una mia audizione
davanti alla prima Commissione, ho posto in evidenza sia le dichiarazioni
del dottor De Gasperis sia le conclusioni dell’ispettore ministeriale.
Credo che il Csm, alla luce di queste risultanze di cui evidentemente
non era a conoscenza, riprenderà in esame la vicenda. Che è una vicenda
allarmante»

Perché?

«Se
la ragione per cui l’inchiesta mi è stata sottratta non è il contrasto
tra me e De Gasperis, allora dev’essere un’altra: una ragione occulta.
E ciò che è segreto, e incide su un’inchiesta giudiziaria per un duplice
omicidio pregiudicando l’accertamento delle responsabilità, non può
che allarmare».

Parole
dure, le sue…

«Non
sono io ad essere duro, ma le istituzioni a essere deboli in questa
storia. Coiro mi affida l’inchiesta il 22 marzo 1996. Pochi mesi dopo,
nell’estate ’96, viene destituito senza alcuna valida ragione. Arriva
Salvatore Vecchione che, a due mesi e undici giorni dal suo insediamento,
me la sottrae con una motivazione falsa, su cui le istituzioni paiono
determinate a mantenere il silenzio. Neppure l’appello dei coniugi Alpi
al capo dello Stato ha sortito il minimo effetto. Per converso, da quando
l’inchiesta mi è stata tolta, contro di me è iniziata un’opera di persecuzione
senza limiti, né legali, né morali, né di decenza».

L’hanno
definita il sostituto più sostituito d’Italia. Oltre all’indagine
Alpi, il procuratore Vecchione ha riassegnato anche quella sull’acquisto
di cacciabombardieri ed elicotteri da parte del ministero della
Difesa

«Non so se il procedimento
si sia concluso e perciò non posso parlarne. Posso dire, questo sì,
di avere impugnato il provvedimento di revoca davanti al Consiglio superiore
della magistratura: la competente Commissione del Csm ha proposto al
plenum di dichiarare illegittima l’iniziativa di Vecchione. Nel frattempo,
però, contro di me è stato stranamente aperto un procedimento disciplinare
proprio in relazione a questa inchiesta. Mi accusano di aver disposto
il sequestro di un cacciabombardiere e di un elicottero senza prima
aver avvisato il procuratore capo».

E
allora?

«E
allora, fino all’esito del procedimento disciplinare a mio carico, il
Csm ha deciso di non pronunciarsi sull’illegittimità del provvedimento
di Vecchione».

Lei
che ne pensa?

«Se
la proposta della Commissione, come di norma accade, fosse stata accolta
dall’intero Consiglio superiore della magistratura, lo stesso Csm, che
per molto meno aveva liquidato Coiro, avrebbe dovuto agire, a rigor
di logica, anche contro Vecchione. Un magistrato ritenuto responsabile
dal Csm di aver illegittimamente sottratto un’inchiesta al sostituto
designato non potrebbe infatti continuare a fare il procuratore capo
della Repubblica. In questo caso, dev’essersi verificato un miracolo».