Parla Giancarlo Marocchino

SONO INNOCENTE. ECCO PERCHÉ
«Non ho mai trafficato in armi e rifiuti. Questi ultimi, semmai, possono
essere gettati in mare, al largo, dove nessuno vede».
Dicono che sia un poco di buono. È sospettato di aver trafficato armi e rifiuti pericolosi.
Pensano che sia un uomo dei servizi segreti nonostante che il Sismi,
nel giugno scorso, abbia ufficialmente escluso che sia mai stato un
suo confidente.Giancarlo
Marocchino ha 56 anni e la pelle cotta dal sole. Piemontese d’origine
(è nato a Borgosesia, in provincia di Vercelli) ma ligure d’adozione,
non ama perdersi in chiacchiere. Aveva promesso: «Venite, risponderò
a tutte le domande che vorrete farmi». È stato di parola. «Giornalisti,
magistrati, parlamentari mi hanno preso di mira. C’è chi, in Italia
e dunque a migliaia di chilometri di distanza, trancia giudizi senza
conoscere nulla della Somalia, un Paese piagato da un’esasperata frammentazione
sociale e politica, una terra in cui otto anni di guerra civile hanno
dettato rigide regole di sopravvivenza che si faticano a comprendere
fuori da qui», dice salutandoci poco dopo il nostro fortunoso atterraggio
(a Mogadiscio Nord chiamano aeroporto una lunga striscia di terra battuta
circondata da dune di sabbia, dromedari, fuoristrada armati con mitragliatrici
pesanti). Lei è sospettato
di trafficare in armi…
«Ancora quella
storia? Il 29 settembre 1993, in piena missione Onu, gli americani mi
arrestarono con quella precisa accusa. Sono stato espulso da Mogadiscio.
Alla fine, lo stesso Jonathan Howe, comandante di Unosom, ha revocato
il provvedimento nei miei confronti (ecco qui la lettera, datata 18
gennaio 1994) e la Procura della Repubblica di Roma ha chiesto l’archiviazione,
concessa dal Gip il 17 luglio 1995». Ma prima? E dopo? «No, non ho
mai trafficato in armi. La Somalia d’altronde non aveva e non ha bisogno
di importare armi. Fin quando c’era uno Stato, aveva uno dei migliori
eserciti dell’Africa. Allo scoppio della guerra civile gli arsenali
sono stati saccheggiati dalle varie milizie. Altre armi, poi, sono circolate
all’indomani del ritiro dei diversi contingenti Onu. Vuole comprare
un kalashnikov o un bazooka? Solo qui a Mogadiscio lei può scegliere
fra tre differenti mercati». Ha mai trasportato
o interrato rifiuti pericolosi spediti in Somalia in violazione
delle leggi internazionali? «Mai». Lei ha camion,
gestisce un porto…«E allora?
Fino alla caduta di Siad Barre vigilava una dogana ferrea. Liquefattosi
lo Stato somalo, la guerra civile ha bloccato il porto di Mogadiscio
e qui, a Huria Port, dove opero, non si possono scaricare container
ma solo merce sfusa». Forse in qualche
container che lei ha trasportato fino al ’90 – ’91 c’erano rifiuti
tossico-nocivi…«Che cosa
ne so io? Arrivavano sigillati. Mi dicevano: porta questi a Garoe, porta
questi altri a Bosaso. Eseguivo. Punto e basta». Secondo un’ipotesi,
i rifiuti sono stati interrati proprio lungo la strada Garoe-Bosaso
o, in quella stessa zona, sono stati buttati dentro a pozzi non
utilizzati…
Non diciamo
sciocchezze. I pozzi sono stati costruiti per pompare acqua dal sottosuolo.
Hanno tubazioni di 4050 centimetri di diametro. Impossibile buttarci
dentro un fusto. Per il resto, se in Somalia ti metti a scavare una
buca, dopo un’ora hai cento somali che ti chiedono cosa stai facendo;
se sotterri qualcosa, passa mezza giornata e mille somali si accapigliano
per tirare fuori quello che hai cercato di nascondere. Non escluderei
che qualcuno scarichi bidoni pieni di rifiuti in mare, al largo, non
visto». L’ hanno accusata
di essersi indebitamente appropriato di mezzi di alcune aziende
italiane, come la Salini…
L’8 gennaio del 1991 proprio la Salini, che aveva abbandonato la Somalia
per via della guerra civile, mi ha affidato la custodia temporanea di
tutti i suoi mezzi, incaricandomi di recuperare quelli “presi” da questo
o quel clan. Cosa che io ho fatto, pagando di tasca mia il riscatto
dei camion e degli altri automezzi. Da quel momento ho chiesto alla
Salini prima, e ai diplomatici italiani poi, come dovevo comportarmi,
pretendendo unicamente, questo sì, di vedermi rimborsate le spese sostenute.
Aspetto ancora una risposta». Nel 1993 Franco
Oliva, un funzionario del ministero degli Esteri, ha sollevato dubbi
sulla correttezza del suo operato e poi è stato gravemente ferito
in un agguato a Mogadiscio…«Mi state
forse accusando di essere il mandante? Roba da pazzi. Non ho mai conosciuto
Oliva. Quando è stato ferito mi trovavo a Nairobi, cacciato dagli americani.
Ho appreso in seguito che il mattino del 29 ottobre 1993 il dottor Oliva
si recò per motivi personali all’aeroporto internazionale di Mogadiscio,
sebbene l’ambasciata italiana avesse sconsigliato di andare in quella
zona, giacché erano stati segnalati scontri». Conosce Guido
Garelli? «Sì. L’ho
conosciuto a Milano, nell’ufficio di Flavio Zaramella, a capo dell’Associazione
Italia-Somalia. Credo fosse il 1992, ero in Italia, evacuato in fretta
e furia dalla Somalia, come tutti gli italiani allora presenti nel Paese.
Garelli si presentò come ammiraglio dell’Autorità territoriale del Sahara
e mi disse che aveva ingenti quantità di cibo che avrebbero alleviato
le sofferenze dei somali, che erano ridotti alla fame. Io gli consigliai
di contattare un’Organizzazione non governativa, Sos Kinderdorf, con
sede a Nairobi. E a Nairobi rividi Garelli nel luglio-agosto 1992. Poi
lui si recò per qualche giorno a Mogadiscio. So che l’accordo non si
concluse, dal momento che Guido Garelli pretendeva un forte anticipo».
Dagli atti
della “Commissione parlamentare d’inchiesta sull’attuazione della
politica di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo” risulta
che l’archivio del Fondo aiuti italiani, che potrebbe svelare segreti
inconfessabili e inconfessati, sia stato trasportato a Mogadiscio
per un certo periodo. Lei sa qualcosa a questo proposito? Giancarlo
Marocchino lascia passare qualche istante di silenzio. Poi sorride:
«Se mi date un milione di dollari ve lo dò». Subito dopo precisa: «Ovviamente
scherzavo. L’mbasciata è stata saccheggiata. Non ho nulla, se non il
dossier che mi riguarda (poche note, per lo più biografiche) che un
tizio mi diede, facendomelo pagare circa cento dollari». Ha mai lavorato
per il Sismi?
«E come no?
Ecco le ricevute. Al Servizio nucleo sicurezza della nostra rappresentanza
diplomatica ho garantito varie forniture, soprattutto di gasolio. Talvolta
ho riparato il generatore. Tutto lì».
Ha mai svolto
attività di spionaggio? «Spesso sono
stato sollecitato a fornire pareri sulla travagliata situazione somala
da strani “osservatori” di organizzazioni non governative di varia nazionalità:
americane, francesi, e italiane, va da sé. Io a tutti rispondo nella
misura dello stretto indispensabile, per buona educazione e cortesia.
Certe persone si riconoscono lontano un miglio». Il 20 marzo
1994 è stato il primo a correre sul posto dell’agguato che è costato
la vita a Ilaria Alpi e a Miran Hrovatin. A caldo, in una dichiarazione
resa a una troupe televisiva, disse: «Non è stata una rapina, si
vede che sono stati in certi posti in cui non dovevano andare».
È rimasto della stessa opinione? «Ero scosso.
Oggi penso che volevano rapirli o rapinarli. Il 20 febbraio di quest’anno
ho trasmesso una dettagliata dichiarazione alla Digos di Roma». [continua]