Italia coinvolta? risponde il sottosegretario Serri

Italia coinvolta? Risponde il sottosegretario Serri «E
QUALCUNO MI CHIESE…» Al
Governo non risulta nulla, ma «circolano voci. Un giorno si fece avanti
una cooperativa».
«Fin
dal 1987 l’area della Spezia è stata un punto di transito fondamentale.
Sia per le armi che per i rifiuti. Quando in Somalia c’era ancora Siad
Barre, i rapporti erano a tre: Governo italiano, Governo somalo e gruppi
industriali, concentrati soprattutto nel Nord Italia. Gli accordi miravano
allo smaltimento di scorie radioattive, rifiuti tossico-nocivi e materiali
chimici altamente inquinanti. La via dell’Africa, e in particolare della
Somalia, è stata utilizzata per la merce più pericolosa, il resto finiva
soprattutto nelle discariche spezzine (al riguardo si veda la rubrica
“Ambiente e natura” a pag. 209, [ndr])». A parlare
è un ex “gladiatore”, già agente dei servizi segreti e oggi fonte riservata
di una Direzione investigativa antimafia. L’ex agente descrive il connubio
di interessi dei partner in gioco: «La Francia e la Germania», dice,
«traboccavano di scorie nucleari. Gli imprenditori italiani non sapevano
come disfarsi a basso prezzo dei materiali inquinanti. Il business da
migliaia di miliardi era facile da fiutare: ci si sono buttati sopra
personaggi senza scrupoli, gruppi mafiosi, collegamenti internazionali
della massoneria occulta che dovevano curare l’organizzazione e la mediazione,
elementi deviati dei servizi che avevano il compito di proteggere il
traffico, i leader locali africani che finanziavano la guerriglia o
la repressione, cedendo brandelli di territorio. Il meccanismo messo
in piedi in quegli anni funziona ancora, alla perfezione». I carichi
non sono partiti solo dalla Spezia, ma anche da Livorno, Massa Carrara,
Castellammare di Stabia, Trieste, Chioggia. La stessa
fonte ha riferito agli inquirenti i dettagli: presso quali moli è stata
caricata la merce, chi ha gestito l’organizzazione, chi ha chiuso gli
occhi alla dogana, quali destinazioni hanno avuto le navi. «In Somalia
sono state fatte le cose peggiori», aggiunge. «Sugli acquitrini dei
fiumi Juba e Shebeli furono ad esempio effettuati lanci aerei di fusti.
Nel 1990 abbiamo saputo che in quell’area morirono per contaminazione
migliaia di persone. Il fatto fu occultato sparando sui cadaveri per
far credere che si trattasse di vittime di scontri fra clan». Questi traffici
sono al tempo stesso aberranti sotto il profilo morale, e illegali sotto
quello giuridico. Nel 1989 è entrata in vigore la convenzione di Basilea
che vieta l’esportazione di qualsiasi tipo di rifiuti dai Paesi ricchi
a quelli poveri. L’talia l’ha ratificata nel 1994, scegliendo però
la strada meno rigorosa. «Occorre introdurre nuove figure di reati e
inasprire le pene», dichiara il sostituto procuratore di Asti, Luciano
Tarditi. «Perseguire i trafficanti di rifiuti oggi è molto difficile.
A meno che ci si trovi di fronte a profili penalmente più gravi, non
possiamo autorizzare intercettazioni telefoniche né arrestare nessuno,
neppure se colto sul fatto. Il traffico di rifiuti è un reato che attualmente
cade in prescrizione in un periodo che va da tre a quattro anni e mezzo».
Sotto il profilo politico, infine, si apre una nuova stagione nei rapporti
tra Italia e Somalia. Lo assicura il sottosegretario Rino Serri, che
ha la delega per l’Africa e la cooperazione. «Non credo che la soluzione
della questione somala passi attraverso la strada della mediazione con
i leader tradizionali, percorsa mille volte e sempre fallita», dichiara
a “Famiglia Cristiana”. «Vogliamo sostenere le amministrazioni
regionali che hanno già pacificato parte del territorio, come il Somaliland
o il Puntland».«Vincoliamo
la nostra collaborazione al rispetto di due condizioni», prosegue Serri.
«Le autorità locali devono innanzitutto volere la Somalia unita, magari
adottando la forma dello Stato federale. Inoltre, devono impegnarsi
a contrastare le forme criminali, dal traffico della droga al commercio
delle armi, dal terrorismo agli scarichi di rifiuti».Il sottosegretario
non ha dubbi: «Priva di un Governo centrale, la Somalia rischia di diventare
un crocevia internazionale delle attività illecite. Qualsiasi gruppo
può diventare preda di potenze straniere, di mercanti d’armi e di chi
offre laute somme per fare un bel deposito di scorie radioattive». Ha notizie
al riguardo? «Circolano
delle voci».
È coinvolta
«Anni fa,
in relazione al caso Alpi-Hrovatin, si era parlato del traffico di armi
e dell’impresa italo-somala Shifco. In relazione ai rifiuti tossico-nocivi
al Governo, oggi, non risulta nulla. Tempo fa, era venuta da me una
cooperativa che voleva occuparsi di queste attività. Ho risposto che
non era assolutamente possibile».
Ai trafficanti
la Somalia sta bene così com’è…
«È la mia
grande paura. Dobbiamo impedire che la globalizzazione crei aree di
mercato incontrollate».