Civili come dei soldati

Intervista
con il ministro Andreatta «CIVILI
COME DEI SOLDATI» Esercito
più snello e professionale, diritti e responsabilità del servizio civile,
la verità sulla Somalia, il nuovo modello di Difesa, pulizia nei ranghi
dopo i molti scandali di Militaropoli. Ecco i programmi (e le promesse)
del ministro. Un esercito
più snello e più professionale, tanti volontari che fra una marcia e
un tiro di “schioppo” possano anche imparare un mestiere. «Vieni nell’esercito
ed imparerai un mestiere», diceva un manifesto dell’Esercito e il ministro
della Difesa rilancia con una serie di programmi finanziati dalla Comunità
che serviranno a creare dal falegname all’esperto di computer. E tanto
servizio civile: «La Patria», afferma il ministro della Difesa Beniamino
Andreatta in questa intervista esclusiva a “Famiglia Cristiana”,
«non si serve solo in armi ma anche con il servizio civile». Sulle ombre
che gravano sull’ Esercito per le violenze ai danni dei somali durante
la missione del Corpo internazionale dell’Onu, e sul caso della giornalista
Ilaria Alpi uccisa in un agguato, il ministro è prudente sulle responsabilità
ancora da accertare, ma anche convinto di avere imparato una lezione:
«I giornalisti indaghino sulla nostra missione in Bosnia e in Albania,
vedranno che, lì, certi episodi non sono mai accaduti».
Signor ministro,
che cosa vuol dire, più concretamente, valorizzare il servizio civile?
«Il servizio
civile trova il suo fondamento nel servizio militare, ma con una lettura
più attenta della Costituzione esso può trovare un suo fondamento più
autonomo. Io sono convinto che occorre avere un “pool” di manodopera
con la quale si possano affrontare problemi che non possono essere affrontati
con manodopera remunerata. Si può offrire alle famiglie non integrate
nelle associazioni di volontariato di fare un’esperienza di servizio
dal quale altrimenti migliaia di persone rimarrebbero estranee».
Per servizio volontario,
lei intende indifferentemente quello civile e militare? «Intendo le
mille attività dei quattro milioni di volontari di questo Paese. L’obbligatorietà
di un servizio civile o militare è un fatto importante nella costruzione
del carattere del cittadino. Quindi io sono a favore di una soluzione
che impegni i ragazzi, per un anno, in attività di pubblica utilità
che oggi non siamo in grado di finanziare pagando stipendi regolari».
Il nuovo modello
di Difesa va in questa direzione?
«Va in questa
direzione la Corte costituzionale quando ha previsto il servizio civile
per gli obiettori di coscienza; va in questa direzione il fatto che
rispetto ai 180.000 ragazzi di leva di tre anni fa, o ai 140.000 di
oggi, fra qualche tempo avremo bisogno di meno di 100.000 soldati. Insomma,
di motivi per disporre di un vero servizio civile ce ne sono molti,
e d’altronde non possiamo caricare l’istituto dell’obiezione di coscienza
di una difficoltà che non ha nulla a che vedere con la coscienza o con
le motivazioni morali verso il servizio militare. Quindi è giusto che
l’obiezione di coscienza assuma le sue dimensioni fisiologiche, vere».
Anche rendendo
più ostico il percorso dell’obiettore, come sta facendo il Governo
con la legge in discussione in Parlamento?
«Non mi pare.
Abbiamo presentato un emendamento per istituire l’Agenzia nazionale
che gestirà questa parte del servizio al Paese. Poi abbiamo previsto
un periodo di addestramento che prepara ai dieci mesi del servizio civile.
Non possiamo mandare un giovane impreparato in una casa dove ci sono
problemi di tossicodipendenze. Quanto alla questione della sospensione
della chiamata alle armi, non vedo il problema; noi abbiamo semplicemente
accorciato il tempo di risposta fra domanda e assegnazione al servizio
civile. Prima bisognava aspettare 18 mesi, ora 9; parallelamente abbiamo
accorciato il tempo entro il quale bisogna presentare la domanda, ma
per un problema di funzionalità degli uffici».
Lei ha impartito
direttive molto severe contro il fenomeno del “nonnismo” nelle caserme,
che però non sono state rese pubbliche. Come mai?
«Non c’è nulla
di segreto. Sia l’anno scorso che quest’anno ho fatto un richiamo sulla
necessità di impegnare la struttura a considerare senza accondiscendenza
un comportamento che si eredita dal passato. Mi pare, comunque, che
gli ultimi fatti dimostrino la serietà, la severità e il rigore con
cui ci siamo mossi. Il messaggio è stato chiaro».
C’è poi il capitolo
delle violenze in Somalia…
«Vedremo il
rapporto che uscirà dalla Commissione Gallo. Dopo la Somalia, comunque,
abbiamo fatto altre operazioni, in Bosnia e in Albania, e non mi pare
che siano stati segnalati episodi di violenza».In Somalia, però,
sembra che ci siano stati. «In Somalia
sono andati anche molti reparti di volontari che non si conoscevano
tra loro e c’erano forze armate disperse su centinaia di chilometri.
Abbiamo visto che gli episodi di violenza si riferiscono a un numero
molto modesto di fatti, c’è una concentrazione su pochi reparti. Là
dove il comando è stato più attento, dove gli ufficiali hanno girato
tra i vari reparti, non sembra si siano verificati episodi di violenza.
Oggi, comunque, posso dire che c’è una maggiore disciplina. La lezione
che se ne può trarre è che è importante controllare lo spirito di corpo,
aumentare la circolazione di ufficiali nei vari reparti, in modo che
non si determini un cortocircuito di comandanti che non sanno assumere
una neutralità rispetto ai loro soldati. È importante che, soprattutto
nei corpi speciali, non si determini un’eccessiva stabilità degli ufficiali».
Ci sono stati anche
episodi di scarsa professionalità. Dopo l’attacco del 2 luglio al
check-point Pasta, i volontari delle organizzazioni umanitarie rimasti
intrappolati sono dovuti fuggire da soli, di notte.«In una valutazione
serena non si può considerare l’intera missione coinvolta in un atteggiamento
di rilassamento, di indisciplina. In quella missione sono stati impegnati
circa 10.000 uomini».C’è stato anche
il caso Alpi. Sembra che il generale Fiore abbia raccontato delle
bugie alla Commissione parlamentare e ai genitori. «Non conosco
il caso nei dettagli. La magistratura sta facendo, giustamente, il suo
corso. Rilevo comunque che sembra escluso un collegamento con le violenze
come, invece, è stato scritto».
Quali sono stati
i risultati della Commissione Nunziata che si è occupata di “Militaropoli”?
«Ho portato
i risultati in Parlamento. Il fenomeno negli ultimi due anni si è ridotto.
Una parte rilevante dei reati commessi interessava il settore dei rimborsi
spese per missioni e trasferimenti, e noi stiamo lavorando per passare
a un sistema di “forfait” fissi. Per quanto riguarda gli appalti,
ho ottenuto dal Parlamento una delega sulla contrattualistica e stiamo
lavorando su una serie di sistemi di controllo che per un verso non
siano puramente cartacei, e per l’altro non prolunghino i tempi oltre
ogni limite. Nella riorganizzazione del ministero abbiamo istituito
un servizio di controllo di gestione che permette di confrontare la
spesa fatta in reparti diversi e ottenere un monitoraggio sul risultato
delle attività di appalto. Cerco di evitare il più possibile la trattativa
privata e di allargare il numero delle imprese interessate, andando
anche all’estero per favorire una competizione più severa».