E la nave va

Fanno
rotta verso l’Africa, cariche di rifiuti altamente tossici. Le navi
dei veleni continuano a trasportare i loro immondi carichi. Lo ha
reso noto il magistrato Luciano Tarditi, intervenendo a Roma a un
convegno organizzato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul
ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso collegate.
Oggi
come ieri, la Somalia è una delle mete. Anche se non l’unica, pare.
Intrighi internazionali, collegamenti con traffici d’armi, dubbie
operazioni finanziarie: per far piena luce su queste vicende stanno
lavorando diverse Procure italiane, tra cui quelle di Reggio Calabria,
Torre Annunziata e Asti. Altri scandali si aggiungono a quelli che
nel recente passato hanno caratterizzato gli interventi della Cooperazione
italiana, che proprio nel Corno d’Africa ha sperperato miliardi in
progetti finti o inutili. Il problema dell’inadeguatezza delle norme:
«Perseguire i trafficanti di rifiuti», dice Tarditi, «è oggi molto
difficile. Non possiamo autorizzare intercettazioni telefoniche né
arrestare nessuno, neppure se colto sul fatto».
Solcano
ancora le acque del Mediterraneo. Fanno rotta verso l’Africa, le stive
ingombre di carichi immondi. Le “navi dei veleni” continuano ad essere
una triste realtà. Lo ha reso noto Luciano Tarditi, uno dei magistrati
che stanno indagando su questi traffici. «Ci sono imprenditori italiani
che hanno risolto così il problema dello smaltimento dei loro rifiuti»,
ha affermato il 10 marzo, intervenendo in un convegno a Roma organizzato
dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle
attività illecite ad esso connesse. «Si tratta di rifiuti tossico-nocivi
e anche, all’occorrenza, di rifiuti radioattivi», ha precisato Tarditi,
sostituto procuratore ad Asti.
Oggi,
in Italia solo il 15 per cento circa dei rifiuti viene smaltito a norma
di legge. Il resto finisce in discariche abusive, è interrato o gettato
di nascosto in fiumi e laghi. In Italia. O all’estero. Stando a valutazioni
attendibili, questo business “nero” frutta tra i 2 e i 6 mila miliardi
di lire.
Una
delle mete era e potrebbe tuttora essere la Somalia. Nell’agosto 1992,
Mustafà Tolba, segretario dell’Unep, l’agenzia delle Nazioni Unite per
l’ambiente, lancia l’allarme più clamoroso: «Ditte italiane scaricano
rifiuti tossici in Somalia. Non posso fare nomi perché abbiamo a che
fare con la mafia, metterei a repentaglio la vita di molte persone».
Una dichiarazione rilasciata a freddo. Dopo settimane di silenzio, Mustafà
Tolba aggiunge: «Un contratto tra due industrie europee e la Somalia
per il trasporto annuale di circa mezzo milione di tonnellate di rifiuti
tossici in questo Paese è fallito. L’Unep è soddisfatta perché ha evitato
una tragedia ambientale».
Cos’è
successo? La denuncia di Tolba spezza una fitta rete di operazioni finanziarie
e di contatti che si andava costruendo da tempo. Nel maggio 1991, il
ministro della Sanità somalo, Nur Elmi Osman, e il governatore della
Banca centrale, Alì Abdì Amalò, entrambi della fazione di Ali Mahdi,
in quel momento a Roma, si fanno stampare delle cambiali da scontare
in cambio di medicinali da inviare in Somalia. Vengono contattate alcune
imprese italiane con la richiesta di agevolare il pagamento degli effetti
firmati da Nur Elmi Osman e avallate dalla firma del governatore della
Banca centrale somala. L’ammontare complessivo dei finanziamenti richiesti
sfiora i 13 miliardi di lire. Le cambiali vengono intestate e dichiarate
pagabili alla società Finchart.
L’operazione
alla fine fallisce per ostacoli burocratici, ma lascia aperti inquietanti
interrogativi. Com’è possibile spedire medicinali in una nazione dilaniata
dalla guerra civile, con il porto di Mogadiscio inutilizzabile? Come
avrebbero pagato i somali, se i fondi del Governo sono congelati nelle
banche italiane a causa della guerra? Come può la Sace (l’organismo
del ministero del Commercio con l’estero italiano che assicura le operazioni
delle imprese italiane all’estero) farsi garante dell’operazione?
Si
può pagare in altro modo, magari “in natura”, offrendo per lo smaltimento
di rifiuti tossici l’uso del territorio controllato da Ali Mahdi, che
in quel momento ha bisogno di risorse economiche e materiale bellico
per rovesciare finalmente le sorti della guerra.
Infatti
qualche mese dopo, Jagiswar Singh, indiano di nascita e svizzero di
adozione, viene incaricato di reperire una banca o un istituto finanziario
disposto a effettuare l’operazione di sconto delle cambiali della Finchart.
Singh trova la svizzera Achair & Partners che si dice disposta a
provvedere al finanziamento, ma chiede in cambio una concessione per
smaltire rifiuti in territorio somalo.
Si
firma un contratto. Il 5 dicembre 1991 la Achair & Partners è autorizzata
a costruire un Centro polifunzionale per il trattamento, incenerimento
e smaltimento di rifiuti ospedalieri e industriali di tipo speciale
e tossico. In attesa della costruzione del Centro, recita il contratto,
i rifiuti saranno immagazzinati nell’area prescelta per un volume annuale
di 500 mila tonnellate.Il
gioco è fatto. I somali mettono il territorio e possono ottenere le
armi per combattere, in cambio devono accettare i rifiuti. La società
svizzera indica in un altro italiano, Marcello Giannoni, il cervello
dell’operazione. Giannoni è procuratore della Progresso srl, costituita
a Livorno il 9 gennaio 1992, che all’epoca ha come presidente Awais
Nur Osman, ministro del Commercio estero somalo, lo stesso che, nel
novembre 1991, ha dato mandato proprio a Giannoni di trovare sui mercati
internazionali finanziamenti a medio e lungo periodo finalizzati alla
realizzazione di progetti industriali da insediarsi sul territorio somalo.
Nell’agosto e nel settembre 1992, Mustafà Tolba parla. Il business sfuma.
Le
denunce contro i malaffari che hanno per epicentro la Somalia invece
si moltiplicano. Il 25 novembre 1992 Piero Ugolini, funzionario della
Cooperazione italiana, in Somalia nella seconda metà degli anni Ottanta,
presenta un dettagliato esposto-denuncia. Nell’ottobre 1993 Franco Oliva, anch’egli esperto della Cooperazione italiana,
torna a Mogadiscio dopo esserci stato nello stesso periodo di Ugolini.
Vi rimane una ventina di giorni appena, giusto il tempo di rilevare
alcune irregolarità e di venire gravemente ferito in un misterioso agguato.
Diverse
Procure italiane indagano sulle scandalose attività della Cooperazione.
Viene costituita anche una Commissione bicamerale di inchiesta che lavora
tra il 1994 e il 1996 puntando l’attenzione, per quel che riguarda la
Somalia, soprattutto sulla flotta di pescherecci della Shifco (sei navi,
un dono dell’ordine di oltre 70 miliardi fatto dalla Cooperazione italiana
alla Somalia; il sospetto è che le imbarcazioni siano servite a trasportare
armi).
E
oggi? Indicazioni che la Somalia è ancora al centro di un possibile
traffico di rifiuti arrivano dall’Olanda, sede di Greenpeace International.
Alcuni mesi fa, l’associazione è contattata da ufficiali del Governo
dello Yemen, che segnalano lo spiaggiamento sulle loro coste, soprattutto
nella zona orientale che si affaccia sul Golfo di Aden, in corrispondenza
della costa somala, di decine di barili carichi di sostanze non meglio
identificate.
Già
in passato, sempre in quella zona, erano stati denunciati episodi di
scarico in mare di bidoni sigillati. L’ 11 novembre 1995, poi, un altro
episodio viene segnalato alle competenti autorità dell’Onu e dell’Organizzazione
mondiale della Sanità da un organismo non governativo a Bosaso.
La
Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha scritto
di recente: «Si è accertata l’esistenza di attività di trivellazione
e inabissamento in mare di container, al largo della costa nord-orientale
della Somalia». Anche nel Sud, a Merca, nell’estate 1993 si arena una
nave con a bordo i sette membri dell’equipaggio morti in circostanze
oscure, vittime forse di esalazioni emanate dal carico trasportato.
Nel
gennaio 1996, d’altronde, Giancarlo Marocchino, un imprenditore italiano
da tempo in Somalia, davanti alla Commissione parlamentare sulla cooperazione
aveva affermato di avere notizie sullo scarico di rifiuti radioattivi
nel Nord del Paese. Marocchino, però, è stato indicato da altri testimoni
come l’intermediario per accordi finalizzati al trasporto in Somalia
di rifiuti tossici provenienti dall’Europa.Sospetti,
notizie, intrighi. Nel tentativo di fare piena luce stanno lavorando
diverse Procure italiane, tra cui quelle di Reggio Calabria, Torre Annunziata,
Asti.
L’inchiesta
di Reggio Calabria, in particolare, parte dall’affondamento, il 21 settembre
1987, della motonave Rigel al largo di Capo Spartivento. Una soffiata
e alcune intercettazioni telefoniche mettono i magistrati sulle tracce
di un possibile traffico di rifiuti tossici e radioattivi. L’inchiesta
si allarga: nel dicembre del 1990 la nave Rosso, ex Jolly Rosso già
coinvolta nel traffico dei rifiuti, si incaglia a Capo Suvero.
Nel
’96 l’inchiesta passa alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio
Calabria. Alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti il pm
Alberto Cisterna dichiara che alcuni personaggi legati alle cosche ioniche
della provincia di Reggio Calabria, in parte residenti in territorio
tedesco, sono cointeressati all’attività di società tedesche che già
figurano nei libri contabili e nelle documentazioni acquisite nel corso
delle indagini sull’affondamento delle navi. Un collaboratore straniero,
inoltre, collega l’affondamento delle navi cariche di rifiuti a un traffico
di armi sbarcate in Calabria e destinate alle cosche dell’Aspromonte.
Tra lo Ionio e il basso Adriatico si sarebbero nel tempo inabissate
32 navi. Sono in corso operazioni di ricerca della Rigel, coordinate
dall’Anpa, Agenzia nazionale protezione ambiente.
Al
vaglio degli inquirenti delle varie Procure si susseguono episodi e
personaggi in parte noti e in parte no.
Ad
esempio, chi è davvero Guido Garelli, un pugliese di 54 anni dalle molteplici
identità e mestieri, segnalato nell’Amministrazione territoriale del
Sahara controllata dal Fronte Polisario, quindi in Somalia a proporre
vendite d’armi, e ancora a Nairobi, in Kenya, per sottoscrivere (24
giugno 1992) un accordo di natura economica con altri due italiani,
tra cui Marocchino.
«Combattiamo
a mani nude contro i carri armati», conclude Tarditi. «Occorre introdurre
nuove figure di reati e inasprire le pene. Perseguire i trafficanti
di rifiuti è oggi molto difficile: non possiamo autorizzare intercettazioni
telefoniche né arrestare nessuno, neppure se colto sul fatto. Il traffico
di rifiuti è attualmente un reato che cade in prescrizione in quattro
anni e mezzo».