La verità è ancora lontana

Dopo
quattro anni la verità sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
è lontana. Abbondano, invece, omissioni, mezze verità. E menzogne. Il 20
marzo 1994 Ilaria Alpi e Miran Hrovatin venivano uccisi a Mogadiscio.
Quattro anni dopo non si conosce ancora la verità sull’omicidio
e sui mandanti. Si sa, invece, che sono state raccontate molte menzogne
e inesattezze.
È per
primo l’esercito a non farci una gran figura: confusione, ritardi,
colpevoli assenze. E vere e proprie bugie. Queste ultime sono confermate
da ben due gradi di giudizio presso il Tribunale di Bergamo e la
Corte d’appello di Brescia, ai quali il generale Carmine Fiore,
capo del contingente italiano dal settembre 1994 alla fine della
missione, si era rivolto per querelare Luciana Alpi, per averlo
accusato di essere bugiardo e inaffidabile.
Anche
la sentenza di appello (la notizia è di questi giorni) ha dato ragione
alla madre di Ilaria: il generale Fiore ha mentito in almeno tre
occasioni. Quando ha affermato che furono i Carabinieri a recuperare
i corpi di Ilaria e Miran (mentre è accertato che furono Giancarlo
Marocchino e i giornalisti Porzio e Simoni). Quando ha sostenuto
che gli stessi Carabinieri, insieme a Porzio, Simoni e Marocchino,
recuperarono anche i bagagli di Ilaria e di Miran Hrovatin dal loro
albergo, compresi i famosi taccuini di appunti poi scomparsi. E,
infine, quando ha dichiarato che tutto il materiale rinvenuto in
albergo e sui corpi fu inventariato e rispedito in Italia, affidato
a Simoni e Porzio.
Bugie,
dicono i giudici. I Carabinieri hanno avuto un ruolo molto marginale
nel soccorso dei giornalisti e nelle indagini svolte sul campo e
nessun ruolo nel recupero dei bagagli. Le autorità italiane, in
Somalia, sembrano aver brillato per assenza anche quando, pur avendo
avvertito tutti i giornalisti presenti a Mogadiscio del pericolo
crescente, trascurarono di avvisare Ilaria, anche con un semplice
messaggio in albergo.< Ma che bisogno aveva il generale Fiore di raccontare bugie? E perché di bugie, mezze verità, omissioni sembrano essere pieni i verbali delle audizioni dei militari coinvolti alla Commissione parlamentare che si occupò del caso? Fiore afferma che anche il Sismi (servizi segreti militari), aveva contatti "informativi" con Marocchino (l’italiano che ha recuperato i corpi dei giornalisti, ma che è stato anche accusato di truffe e traffico d’armi). Diversa la versione del colonnello Raiola, responsabile del Sismi in Somalia: «Con Marocchino non ho mai avuto contatti... Noi, come Sismi, con questo signore non abbiamo avuto niente a che fare». Chi dei due dice la verità? C’è un’altra inesattezza attribuibile a Fiore: quando i commissari parlamentari gli chiedono informazioni su un capitano di una nave civile (la 21 Ottobre III della Shifco), prelevato da un elicottero
della Garibaldi e ricoverato in infermeria per un sospetto
infarto, il generale resta sul vago: non ricorda il nome dell’uomo
né della nave e sposta l’avvenimento al 21 marzo. Dai registri di
bordo risulta invece che l’episodio è del 19, il giorno prima dell’omicidio.
Non è
tutto. Il colonnello Vezzalini, capo di Stato Maggiore delle forze
Onu a Mogadiscio, interrogato dalla Commissione, ha affermato che
una sua pattuglia era vicina al luogo dell’agguato ma che, pur essendo
armati, gli uomini non erano organizzati a sufficienza per intervenire:
«La pattuglia», dice, «ha chiamato Unosom e le è stato detto di
andare a vedere immediatamente che cosa era successo. Ma a vedere
che cosa? Già sapevamo dalle notizie che erano morti e io ho detto
di cercare di recuperare i corpi e di trasportarli… Uscire fuori
quando si spara è cosa da evitare». Per fortuna né Marocchino, né
i giornalisti Porzio e Simoni, che si sono precipitati sul luogo
dell’agguato, hanno avuto gli stessi timori.
Mariangela
Gritta Grainer, della disciolta Commissione d’inchiesta sulla cooperazione,
dice: «Proprio il colonnello Raiola del Sismi si offrì di aiutare
la Commissione, che era in partenza per l’Africa, a organizzare
una puntata a Mogadiscio per interrogare Marocchino, l’autista di
Ilaria, il capo della polizia somala Gilaw e, a Gibuti, il sultano
di Bosaso, l’ingegner Mugne (proprietario dei pescherecci della
Shifco sospettata di traffico d’armi). Arrivati ad Addis Abeba,
però, sorsero mille difficoltà e alla fine mi fu detto (dal maggiore
dei Carabinieri D’Agostino, collaboratore del magistrato Paraggio,
ndr) che solo se non fossero andati né deputati né senatori
il viaggio sarebbe stato possibile. Che senso aveva un’audizione
della Commissione parlamentare senza i parlamentari? In quegli stessi
giorni, in un’intervista, il colonnello Raiola dichiarò che, forse,
la verità su Ilaria Alpi era vicina. Quale verità ci aspettava in
Somalia? E perché un mese dopo, quando raggiungemmo Mogadiscio,
quella verità non c’era più?».