Somalia, ecco la verità

«I
lavori della Commissione stanno per finire: presto presenteremo
le nostre conclusioni. Vi sono alcuni fatti che abbiamo accertato,
e che riferiremo nella relazione: episodi molto antipatici, gravi,
ma che non si possono addebitare all’intero contingente italiano».
A parlare è il presidente della Commissione Somalia, Ettore Gallo,
che sta indagando sui presunti episodi di violenza commessi dai
militari italiani nella missione “Ibis”.

Quanti
testimoni avete sentito, fra i militari?

«Molti,
intorno alla cinquantina. Di tutti i gradi, fino ai comandanti in
capo».

Il
risultato?

«Non
posso anticipare le conclusioni collegiali della Commissione. Posso
dire che le versioni dei testimoni non coincidevano: ci sono state
contraddizioni e reticenze, che abbiamo vinto».

È
possibile che comandanti e ufficiali non fossero a conoscenza
degli episodi che avete accertato?

«Fino
a un certo livello è difficile che non sapessero. Quanto al Comando
generale, poteva conoscere solo i fatti che venivano riferiti dagli
ufficiali superiori».

Dove
si fermavano le notizie?

«Al
capitano, al tenente. C’è anche chi ha cercato di negare. Quando
li abbiamo messi alle corde sono crollati. Qualcuno ha pianto, segno
che c’è almeno il rimorso. Le ammissioni sono venute soprattutto
dai militari di truppa: soldati, caporali, caporali maggiori».

Nella
missione sono stati rimpatriati soldati?

«Sì.
Abbiamo esaminato tutti i provvedimenti disciplinari presi. Ma le
motivazioni erano generiche, non facevano riferimento a episodi
di maltrattamenti».

< p>Risulta
che avete interrogato anche il somalo, Hashi, accusato dell’omicidio
di Alpi e Hrovatin…

«Hashi
ha deposto liberamente sull’episodio di cui era stato vittima: ha
raccontato di essere stato gettato in mare dai soldati italiani
legato e incappucciato. Va detto, però, che non l’avevamo chiamato
noi in Italia, è stato segnalato dalla Società degli intellettuali
somali. Non sapevamo assolutamente che l’autorità giudiziaria avesse
in serbo di arrestarlo. Davanti alla Commissione, Ali Abdi, l’autista
della Alpi che accusa Hashi, disse di non poter riconoscere nessuno
degli aggressori, e spiegò che due killer spararono da lontano ai
giornalisti. Circostanza smentita dalla perizia sul corpo di Ilaria
Alpi, che parla di colpo a bruciapelo. A noi l’autista ha detto
il falso».