Cronache dalle macerie. Intervista a Sergio Cecchini di Medici senza frontiere

Cronache dalle macerie. Intervista a Sergio Cecchini di Medici senza frontiereLa sciagura, si sa, all’inizio fa sempre audience. Ma troppo spesso i media internazionali dimenticano emergenze umanitarie e situazioni di conflitto. Il silenzio mediatico da un lato, e la spettacolarizzazione delle tragedie e della violenza in tutte le sue forme, contribuiscono a quell’assuefazione alle notizie che non produce alcuna forma di conoscenza. Ieri al Premio Ilaria Alpi, l’incontro tra Luciano Scalettari di Famiglia Cristiana, Mimmo Càndito di Reporter senza frontiere e il direttore della comunicazione di Medici senza frontiere Sergio Cecchini, ha trattato proprio il tema del rapporto tra il giornalismo e le crisi internazionali.

Il dibattito si è aperto con i video “Violenze e saccheggi a Port au Prince” di Tiziana Prezzo e Flavio Maspes (oggi vincitore del Premio Ilaria Alpi nella sezione Tg) e “Mattatoio Port au Prince” di Lucia Goracci e Gianfranco Botta del Tg3. Due servizi che raccontano la storia di una delle emergenze umanitarie più gravi degli ultimi anni. E proprio da Haiti siamo partiti nella nostra intervista a Sergio Cecchini.

Che tipo di emergenza ha rappresentato il terremoto ad Haiti?
“Si è fatto il parallelismo con lo tsunami, una catastrofe che ha toccato più paesi parallelamente, ma il terremoto ad Haiti ha avuto un numero di feriti quattro volte superiore. Già questo dato dimostra come il tipo di emergenza medico-umanitaria sia stato enorme. L’altro aspetto complesso è stato il coordinamento degli aiuti umanitari, in particolare per il fatto che da subito le forze armate statunitensi hanno preso il controllo dell’aeroporto di Port au Prince, e questo ha creato una serie di problemi per far atterrare gli aerei, anche i nostri. Momenti drammatici che ci hanno costretti a denunciare il fatto”.

La stampa italiana non si occupa quasi più di Haiti, se si esclude qualche articolo sporadico. Quale dovrebbe essere l’equilibrio tra la spettacolarizzazione della notizia e il fare informazione?
“Di Haiti se ne è parlato soltanto dopo il terremoto. Ma è il paese più povero dell’emisfero occidentale, con un tasso di violenza urbana spaventoso, un sistema sanitario a pagamento e quindi inaccessibile alla popolazione. È arrivato il terremoto e, come spesso accade in situazioni di disastro, si è messo in moto il meccanismo dell’interesse internazionale: ora il rischio è che l’emergenza ‘terremoto’ cannibalizzi tutti le altre”.

Che rapporti Medici senza frontiere ha con il mondo del giornalismo?
“Cerchiamo da sempre i mezzi di informazione. Un conto sono le newsletter, i libri che possiamo produrre, le gallerie fotografiche, ma non possiamo fare a meno del lavoro dei giornalisti per portare all’attenzione dell’opinione pubblica tragedie come quella che si sta consumando ora in Darfur, sebbene nessuno ne stia parlando. Per noi è fondamentale trovare con i giornalisti obiettivi comuni, ma nel rispetto dei ruoli. Solo così si riesce ad avere un rapporto sano e veritiero”.

Qual è la sua opinione riguardo la cancellazione mediatica di moltissime crisi umanitarie?
“Quello che spesso si dice è che le crisi umanitarie non facciano audience e che un servizio sulla Somalia nel Tg delle 20 possa far scappare via il pubblico. C’è da chiedersi, però, se al contrario le scene di violenza negli stadi o i tanti servizi di cronaca come quelli sull’omicidio di Garlasco, aumentino davvero gli ascolti. Il servizio pubblico, inoltre, avrebbe il dovere di non seguire l’audience. E’ vero che oggi, con internet, ci sono fonti di informazioni alternative che permettono di bypassare i media tradizionali. Ma a mio avviso si tratta di scelte politiche”.

Cioè?
“Basta un esempio. Noi abbiamo denunciato la situazione dei migranti nella Piana di Gioia Tauro molto prima che scoppiassero i fatti di Rosarno, ma paradossalmente la prima tv a interessarsene è stata la Bbc. Questo testimonia che la notizia c’era, ma che in Italia non si è voluto seguirla”.