Riccardo Bocca: “Greenpeace rivela il mandante dell’esecuzione di Ilaria e Miran”

Riccardo Bocca: “Greenpeace rivela il mandante dell’esecuzione di Ilaria e Miran”Qualcuno diceva che quelle navi non c’erano, che era solo allarmismo. “Ma i fatti certi ci sono e ci sono pure i morti”. Riccardo Bocca, firma di punta dell’Espresso, ieri ha presentato al Premio Ilaria Alpi il suo libro “Le navi della vergogna” . Un’inchiesta sulle imbarcazioni piene di veleni affondate al largo delle coste calabresi, che oggi l’attualità ricollega direttamente alla vicenda di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, assassinati sedici anni fa a Mogadiscio.

“Hanno scritto che Ilaria era in vacanza – esordisce il giornalista -. Non esiste pudore per chi associa un’esecuzione con la villeggiatura”. Bocca fa il nome di Giorgio Comerio, un faccendiere che ora vive sotto protezione e che all’epoca dei fatti aveva in progetto lo smaltimento di rifiuti nei fondali marini tramite missili. L’Unione europea era contraria, ma ad un certo punto pare che la Somalia accettò l’offerta. Da una perquisizione nella sua abitazione spuntò addirittura il certificato di morte Ilaria Alpi. “Strano, perché neanche la famiglia l’aveva ricevuto”.

Chi sta mentendo? Chi vuole insabbiare tutto? Oggi su L’espresso esce un dossier di Greenpeace che svela un nuovo retroscena: “Una storia incredibile – afferma Bocca – sulla figura di Giancarlo Marocchino, l’uomo che arrivò per primo sul posto dell’agguato a Ilaria e Miran. L’uomo del quale Marcello Fulvi, dirigente della Digos romana, scriveva in un’informativa del 3 febbraio 1995: “Si comunica che il personale di questo ufficio ha avuto un incontro con una fonte confidenziale di provata attendibilità, la quale ha confidato che il mandante dell’omicidio di Ilaria Alpi e del suo operatore sarebbe Giancarlo Marocchino”. “Siccome noi siamo persone per bene – precisa Bocca – aggiungiamo che Giancarlo Marocchino non è stato né indagato né processato per l’omicidio Alpi”.

Nel 1997, Giancarlo Marocchino costruisce a sue spese un porto in Somalia, vicino a Mogadiscio, in un modo perlomeno originale: centinaia di container messi sotto la banchina di cemento. Nel 2005 gli viene chiesto il perché. Lui rivela che erano container abbandonati e servivano per strutturare nel modo migliore il porto. Greenpeace ha avuto accesso a fotografie e atti della procura di Asti, che si è occupata dei traffici con la Somalia: in un documento del 24 giugno del 1992 si legge che Giancarlo Marocchino ha firmato accordi confidenziali per esportare rifiuti nel corno d’Africa. Anche l’ultimo rapporto delle Nazioni Unite dichiara che ancora oggi vengono “smaltiti” così i rifiuti europei. Nel 1996, scrivono i magistrati e riporta il dossier di Greenpeace, Marocchino proponeva di trasportarli nel suo porto. Si parla anche di rifiuti nucleari.

Ci dobbiamo ancora chiedere cosa facesse lì Ilaria Alpi?”, si domanda Riccardo Bocca. Forse sì, perché quella delle navi a perdere, nonostante anni di ricerche, “è una vicenda che purtroppo nel nostro Paese non ha preso i sentimenti, ma tutto il resto del mondo se n’è accorto”. Il libro di Bocca cerca allora di spiegare i link che collegano le navi calabresi con la vicenda Alpi. Il suo obiettivo è svelare chi si nasconde dietro a questi veleni: istituzioni, aziende, mafie.

Esemplare il caso della nave Rigel. Affonda nel 1987 in Calabria, dove i fondali sono molto profondi ed è facile “far sparire” i rifiuti. Una sentenza lo conferma, ci sono intercettazioni e testimonianze che inducono a pensare che sia proprio una nave dei veleni. Anche l’antimafia si occupa del suo ritrovamento: di mezzo ci sarebbe la ‘ndrangheta. Ma quelle navi i governi finora non hanno voluto trovarle. “Nel settembre scorso – continua Bocca – un pentito ha raccontato di aver disperso una nave. Anche i pescatori calabresi da tempo denunciavano la sua presenza. Ebbene l’imbarcazione viene trovata proprio nel punto indicato. La trova la regione Calabria con un Rov, un piccolo robot sottomarino, e i giornali iniziano a scrivere che si vedono dei bidoni. Finalmente si ha un segnale di libertà”.

A quel punto il governo dice che si vuole impegnare perché si comprenda la verità. Ma il 27 ottobre il ministro Prestigiacomo annuncia che il relitto non corrisponde alle caratteristiche descritte dal pentito e non c’è traccia di radioattività. Per il governo, insomma, non ci sono problemi. Dopo 13 minuti da questa dichiarazione, però, arriva una smentita dall’azienda che sta facendo i rilievi. La rilancia l’Adnkronos: “Abbiamo fatto solo esplorazione acustiche, ma non possiamo dire nulla con certezza”. Dal governo non una parola. Neppure il ministro replica. “Non sono complottista – confessa amaramente Bocca -, ma ci sono fatti oggettivi e nessuno vuole affrontare questa vicenda. Per i rifiuti tossici, industriali, radioattivi sparsi per la Penisola la gente si ammala. E tutto è taciuto”.