L’intervista a Danilo Chirico

Non solo Ilaria e Miran. Anche quest’anno il premio Ilaria Alpi allarga lo spettro dei mondi “raccontabili” e tra i tanti, più o meno noti e vicini, punta su Rosarno e sui fatti che l’hanno “infiammata” lo scorso gennaio. Venerdì 18, infatti, alle 16.00 al Palazzo del Turismo, si terrà il dibattito Rosarno, una storia d’Italia in collaborazione con daSud, associazione che “nasce dalla volontà di un gruppo di donne e di uomini che sono partiti dal Mezzogiorno, ma non intendono lasciarlo nelle mani di ‘ndrangheta, camorra, cosa nostra e sacra corona unita” e che sui fatti di Rosarno ha redatto un dossier Arance insanguinate – Dossier Rosarno. Questa non è la prima occasione di incontro tra l’Associazione Ilaria Alpi e daSud che, già lo scorso anno, intrecciava una collaborazione con Stopndrangheta, il primo archivio multimediale sulla criminalità organizzata in Calabria. In questo contesto il Premio Ilaria Alpi, ha messo a disposizione dei visitatori di stopndrangheta.it un filo diretto con l’archivio audiovisivo riccionese. “Quando cinque anni fa abbiamo fondato l’associazione daSud sentivamo l’esigenza forte di fare un viaggio nel nostro passato, di ricostruire e raccontare storie dimenticate, lavorare per creare un tessuto di memorie condivise. Nasce così l’archivio multimediale Stopndrangheta.it, che mette a disposizione di tutti le informazioni e le notizie sulla criminalità organizzata in Calabria e su chi l’ha combattuta. In questo percorso, l’avvio di una partnership con il premio Ilaria Alpi – della quale andiamo fieri – è stato più che naturale”. A parlare è Danilo Chirico, di daSud, presente a Riccione in occasione del dibattito.
Ilaria come le vittime di mafia?
“Conoscevo Ilaria Alpi. Era uno dei modelli per noi che pensavamo di diventare giornalisti. Il suo omicidio è stato un shock e un profondo dolore. Personale e collettivo. E ha messo in luce un sistema perverso fatto di mafiosi e faccendieri, governanti e trafficanti, corrotti e traditori. Hanno tentato di insabbiare, occultare, depistare. Come succede in Italia per ogni omicidio di mafia. La sua morte ha dimostrato quanto sia importante per ogni Paese democratico avere un buon giornalismo”.
Rosarno al Premio Ilaria Alpi, perché?
“Credo che sia fondamentale. I fatti di Rosarno del gennaio di quest’anno rappresentano una sconfitta per tutti, ci interrogano, mettono in crisi le nostre certezze. Del nostro Paese e del nostro giornalismo. I lavoratori africani hanno abitato le campagne di Rosarno nell’indifferenza di tutti, anche della stampa. Ci sono state violenze sui lavoratori e istituzioni assenti con la ’ndrangheta a spadroneggiare. In questo contesto, e in quasi totale solitudine, i migranti a Rosarno hanno rappresentato un esempio: pur essendo trattati alla stregua di fantasmi, si sono comportati da veri cittadini e, in un territorio difficile, si sono rivolti alle istituzioni chiedendo servizi, assistenza, denunciando i soprusi e ottenendo le condanne degli aggressori e degli sfruttatori. Non hanno ricevuto le risposte dovute. Lo scorso gennaio, dopo il ferimento di alcuni di loro, hanno deciso di ribellarsi: lo Stato non è stato alla loro altezza, li ha deportati e non è riuscito ad assicurare la loro sicurezza. L’informazione, insieme alle istituzioni, è arrivata in ritardo. E forse se n’è andata troppo presto”.
Come nasce il dossier Arance insanguinate?
“Siamo molto legati a Rosarno. Ce ne siamo occupati già cinque anni fa. È stato Alessio Magro, il presidente della nostra associazione, a pubblicare sul Manifesto iil primo articolo della stampa italiana sull’inferno vissuto dai lavoratori migranti. Il dossier Arance insanguinate è un pezzo naturale di un percorso che va avanti da anni. Nasce subito dopo i fatti di Rosarno perché sentivamo la necessità di fare di quelle vicende un caso nazionale. Credo che il nostro lavoro sia servito, che le arance insanguinate – che abbiamo portato anche in piazza Navona a Roma – siano servite a costruire un immaginario. Abbiamo raccontato la storia di quei luoghi, ricostruito vicende dimenticate, spiegato che i lavoratori africani sono impiegati nella Piana di Gioia Tauro da almeno venti anni, svelato che ci sono state violenze e persino omicidi, che la ’ndrangheta ha esercitato un ruolo centrale nell’economia di quel territorio, sottolineato che non è accettabile che certi pezzi di territorio siano off limits per i cittadini comuni”.
Rosarno per voi non è solo questo, è anche Peppe Valarioti. Vuoi dirci qualcosa di lui?
“Rosarno è anche la storia di Peppe Valarioti, è vero. Era un insegnante precario. Pensava che la politica e la cultura fossero strumenti per sconfiggere la ’ndrangheta e offrire un’opportunità ai giovani del suo paese. È stato ucciso a trent’anni, la notte tra il 10 e l’11 giugno 1980, mentre usciva dalla cena con cui il Pci festeggiava la vittoria alle elezioni. Il suo è il primo omicidio politico in Calabria, quello che affossa il movimento anti ’ndrangheta. È il battesimo di sangue della Santa, la nuova ’ndrangheta, che cambia il destino della Calabria. Per sempre. Da allora Rosarno e la Calabria non hanno trovato la loro strada. Una vicenda giudiziaria lunga undici anni: testimonianze coraggiose e ritrattazioni repentine, un superpentito che parla e non viene creduto, interi faldoni smarriti e un omicidio senza giustizia”.
(Anche lui sarà al Premio. Nell’ambito dello spazio dedicato alla cittadina calabrese, infatti, sarà presentato Il caso Valarioti di Alessio Magro e Danilo Chirico).
E chiudiamo con Ilaria e Miran. La riapertura del caso Ilaria Alpi e l’appello dell’associazione.
“Abbiamo sottoscritto l’appello dell’associazione e consideriamo necessaria la riapertura del processo. Bisogna lavorare per restituire memoria e giustizia a Ilaria, alla sua famiglia, a questo Paese pieno di misteri.

a cura di adr