Mariangela Gritta Grainer: “Firmare l’appello è una scelta di responsabilità per rendere migliore il nostro Paese”

Mariangela Gritta Grainer: “Firmare l’appello è una scelta di responsabilità per rendere migliore il nostro Paese” Il 20 marzo 1994 è domenica. A casa Alpi verso le tre del pomeriggio arriva una telefonata dalla redazione di Rai3. A rispondere è Luciana: “… Ilaria è morta…” le dicono. Incredula e disperata è la sua reazione. Aveva parlato poche ore prima con Ilaria al suo rientro a Mogadiscio da Bosaso. Che cosa poteva essere successo… e come dirlo a Giorgio che, rassicurato dalla telefonata ricevuta da Ilaria, riposava…tranquillo (da Giornalismi e Mafie. “L’omicidio di Ilaria Alpi – Alta mafia fra coperture, deviazioni, segreti").

E’ “il più crudele dei giorni” in cui la vita di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin veniva stroncata a Mogadiscio in un agguato. E’ “il più crudele dei giorni” che sconvolge la vita di Luciana e Giorgio Alpi, i genitori di Ilaria, e di Patrizia e Ian, moglie e figlio di Miran.

Da subito si tenta di accreditare la tesi dell’incidente: un attentato dei fondamentalisti islamici; una rappresaglia contro i militari italiani; un tentativo di sequestro; un tentativo di rapina. Ma fu un’esecuzione. E’ ciò che è stato confermato in tutti questi anni dalle inchieste giornalistiche, dalle commissioni parlamentari e governative che se ne sono occupate, dalle sentenze della magistratura. E’ quanto ha sostenuto il dottor Emanuele Cersosimo respingendo la richiesta di archiviazione del procedimento penale presentata dalla Procura di Roma:

“… la ricostruzione della vicenda appare essere quella dell’omicidio su commissione, assassinio posto in essere per impedire che le notizie raccolte dalla Alpi e dal Hrovatin in ordine ai traffici di armi e di rifiuti tossici…venissero portati a conoscenza dell’opinione pubblica…”.

Dunque traffici illeciti, che solamente organizzazioni criminali come la mafia, l’ndrangheta e la camorra possono gestire, come negli ultimi mesi indagini di procure, specialmente calabresi, dichiarazioni di pentiti e collaboratori di giustizia hanno riconfermato a partire dalle “navi dei veleni”. Organizzazioni criminali che possono crescere ed estendere le loro ramificazioni in tutti i territori e in tutti i mercati perché godono di coperture, silenzi e complicità nelle strutture di potere pubbliche e private. Tutta la vicenda delle navi dei veleni e delle dichiarazioni del pentito di ‘ndrangheta Francesco Fonti, riemerse ultimamente, ne è solo un esempio.

Nei mesi scorsi su queste rivelazioni c’è stato un gran baccano: ne hanno parlato procure, esperti, commissioni parlamentari, governo; giornali, interviste, trasmissioni televisive. E poi? E’ caduto un silenzio “agghiacciante”, assordante . E non è la prima volta che accade. In tutti questi anni, appena ci si avvicinava alla verità, ecco che si costruiva un depistaggio, un occultamento, bugie, carte false…

Per restare ai traffici illeciti basta ricordare che Francesco Fonti non è una scoperta del 2009. E’ un pentito di ‘ndrangheta che dal 1994 ha collaborato con la DDA di Reggio Calabria e che nel 2005 rende noto un “memoriale” con le informazioni ritornate alla ribalta di recente. Si tratta di informazioni che aveva già reso davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi (e anche a quella sul ciclo dei rifiuti) dopo che l’Espresso del 2 giugno 2005 pubblicava parti consistenti del memoriale con un titolo forte: “Parla un boss. Così lo Stato pagava la ‘ndrangheta per smaltire i rifiuti tossici”.

Il 5 luglio 2005 Fonti racconta alla commissione: delle due navi della Shifco (una carica di rifiuti compresi fanghi di plutonio, l’altra di armi) che dall’Italia vanno in Somalia tra Mogadiscio e Bosaso (fine gennaio 1993); di un altro carico con stessa destinazione tra il 1987 e il 1989; di Giancarlo Marocchino come persona che ha fornito gli automezzi da Mogadiscio a Bosaso; di altri nomi “interessanti” per l’inchiesta, compresi quelli di chi ha trattato con lui (italiani e somali) e di chi si è occupato dell’occultamento dei carichi. Ma tutto è stato messo in segretezza. E mettere il segreto, si sa, è un modo per occultare, impedire di indagare o peggio fare carte false.

Il Pm Francesco Neri, nell’audizione del 18 gennaio 2005, davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi, ha raccontato della sua indagine sui rifiuti tossici e sulle navi, iniziata nel 1994. Dice il dottor Neri: “Mi sono occupato dell’affondamento della Rigel perché si legava a Comerio… Nella perquisizione (a casa di Comerio, ndr.) trovammo due carpette: e la cosa che ci incuriosì più di ogni altra fu il ritrovamento del certificato di morte di Ilaria Alpi proprio nella carpetta della Somalia”.

Tre anni dopo (l’Espresso del 17 aprile 2008), lo stesso Pm Francesco Neri denuncia la violazione del plico dove erano protetti i documenti scoperti da Natale De Grazia, il capitano di corvetta morto il 13 dicembre 1995 in circostanze mai chiarite, e la sparizione “di documenti di undici carpette numerate” compreso il certificato di morte di Ilaria Alpi rinvenuto durante quella perquisizione a casa di Giorgio Comerio, definito noto trafficante di armi, e coinvolto secondo gli investigatori nel piano per smaltire illecitamente rifiuti tossico nocivi. “Fatti gravissimi che richiedono l’intervento di magistrati e istituzioni. Chi ha avuto accesso a quella preziosa documentazione?”, commentarono con allarme Luciana e Giorgio Alpi.

Sarebbe lunghissimo l’elenco degli indizi e anche delle prove che sono stati accumulati in questi anni. Il dottor Maurizio Silvestri ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal Pm Giancarlo Amato della Procura di Roma disponendo invece l’imputazione coatta per il reato di calunnia per Ali Rage Hamed detto Jelle, testimone d’accusa chiave nei confronti di Hashi Omar Hassan in carcere da dieci anni dopo la condanna definitiva a 26 anni. Un procedimento controverso per la diversità delle sentenze (innocente versus colpevole) e che forse dà ragione a chi ha scritto (anche in una sentenza) che si è voluto costruire in Hashi un capro espiatorio. Ci sono testimoni che hanno dichiarato che Jelle non era presente sul luogo del duplice omicidio; Jelle non ha testimoniato al processo (era già “irreperibile”) e dunque non ha riconosciuto in aula Hashi; c’è una conversazione telefonica registrata in cui Jelle dichiara di essere stato indotto ad accusare Hashi ma di voler ritrattare e raccontare la verità.

Per questo si può e si deve riaprire il processo per la morte di Ilaria e Miran. Ci sono documenti, testimonianze, informative, inchieste: un materiale enorme, accumulato in 16 anni dalle inchieste giornalistiche, della magistratura, delle commissioni d’inchiesta parlamentari e governative, che “custodisce” le prove. Cercarle con determinazione è un dovere della magistratura e delle istituzioni.

Dopo 16 anni, quindi, un appello per la verità e giustizia sul quale raccogliere migliaia e migliaia di firme. Perché? Perché sono tantissime le persone che hanno sostenuto la battaglia civile di Luciana e Giorgio Alpi e della nostra associazione. Perché sono centinaia le istituzioni, le scuole, le biblioteche, che hanno intitolato a Ilaria e Miran un concorso, una targa.

Ci rivolgiamo a loro in primo luogo, ma a tutti i cittadini e cittadine italiani che amano questo Paese e vogliono renderlo migliore. In questo è importante l’iniziativa parlamentare di Giuseppe Giulietti, che ha rilanciato il nostro appello alla Camera.

Firmare l’appello è una scelta di responsabilità per tutti, soprattutto nei confronti di chi ci rappresenta nelle istituzioni. Una firma per la verità e per la giustizia è un impegno personale: è un gesto significativo per ricordare Ilaria e Miran e onorare la loro vita.

Mariangela Gritta Grainer, portavoce dell’Associazione Ilaria Alpi

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