Abbate, il coraggio di chi rompe il silenzio

Giornalisti minacciati dalle mafie ce ne sono molti e purtroppo in passato non pochi sono stati assassinati, ciò che di per sè rende terribilmente realistiche le ripetute intimidazioni e i minacciosi avvertimenti ricevuti da Lirio Abbate. E’ storicamente vero oltrechè logico che Cosa Nostra non ami le luci dell’informazione, diversamente ad esempio da quella sorta di ribaldo protagonismo intriso di falsi miti che affiora qua e là fra i capi-clan e gli aspiranti tali della camorra napoletana e casalese.

La genesi e l’evoluzione della minaccia mafiosa alla vita di questo coraggioso cronista palermitano, aprono tuttavia uno scenario diverso, perché vanno ben al di là dell’ostilità pregiudiziale e ambientale della “cultura” mafiosa e richiedono nella loro novità una più attenta riflessione. A differenza di altri colleghi caduti per mano mafiosa per ciò che cercavano di svelare con il proprio lavoro (si pensi solo a Mauro De Mauro, a Pippo Fava o a Ilaria Alpi) Lirio Abbate non è stato preso di mira nell’ambito di una specifica inchiesta investigativa, cioè per quanto aveva scoperto o si accingeva a denunciare su uomini rivolti a perseguire nel segreto un obiettivo criminale o su una specifica vicenda illegale destinata dagli artefici a rimanere sott’acqua, ma per avere scritto e pubblicato pochi mesi fa uno straordinario libro-documento, “I complici”.
Assieme a Peter Gomez, Lirio Abbate vi analizza con impressionante precisione l’evoluzione avvenuta nel sistema criminale, la metamorfosi che fa dell’organizzazione mafiosa il centro-motore di una complessa galassia dove attorno ai padrini vecchi e nuovi, a partire dall’immarcescibile “capo dei capi” Bernardo Provenzano, si intrecciano poteri legali e istituzionali, ruotano politici ai vari livelli rappresentativi, dalla Regione e dagli enti locali siciliani al Parlamento, amministratori e imprenditori, funzionari e tecnici, banchieri e professionisti. Sia pure con ovvie differenze, non c’è partito in Sicilia che sia rimasto estraneo a questo intreccio, né attività economica, né settore dell’amministrazione pubblica.

Dati alla mano, citando testualmente e intersecando una enorme mole di atti giudiziari, testimonianze, deposizioni, intercettazioni telefoniche, i due giornalisti tracciano l’anatomia di una potente holding a più facce, dove i “colletti bianchi” e i laureati si sono da tempo affiancati ai figli dei contadini e ai nipoti dei campieri. I “pizzini” di Provenzano, simbolo primordiale quanto brutalmente efficace, sembrano in questo scenario come i pallottolieri mantenuti fisicamente accanto ai super-computer nelle sedi della Nasa e delle multinazionali. In realtà “I complici” è l’affresco di una gigantesca tangentopoli, moltiplicata e resa ancora più putrescente per l’innesco fra i proventi del crimine, l’economia e la finanza legali, gli apparati pubblici. Una palude i cui miasmi si stanno velocemente espandendo con esiti finali imprevedibili nel resto d’Italia e nel mondo, come ha confermato il clamore delle armi che a Ferragosto hanno fatto strage a Duisburg, nel cuore dell’Europa. L’intreccio della galassia fra criminalità organizzata, economia legale, imprenditoria, pubbliche amministrazioni, in forme e con modalità diverse, ma con la stessa logica e con eguale capacità di metamorfosi e di espansione , si è infatti riproposto su scala nazionale e internazionale per la ‘ndrangheta e per la camorra, nel silenzio o, peggio, nella passività o nella complicità di una parte della politica, delle istituzioni, dell’informazione.

Questo silenzio è stato rotto da Lirio Abbate, con un magnifico lavoro di cronista, profondo conoscitore della Sicilia, delle sue storie, delle dinamiche del potere, ma senza penetrare in nuovi segreti, solo con la buona qualità della scrittura e l’intelligenza di cercare nei materiali esistenti, ma frammentati, nessi in grado di dare il senso dell’intera figura del mosaico. Sono caratteristiche che dovrebbero e potrebbero sempre essere alla base dell’informazione ed è dunque su questo che occorre prima di tutto riflettere. E’questo del resto che chiede con grande dignità e con lucidità Lirio Abbate, di poter semplicemente continuare a fare bene il proprio mestiere a Palermo, da professionista e da uomo libero.
Se è da quel mondo paludoso dell’intreccio di poteri, descritto e bene interpretato, che è venuta la minaccia, come una sorta di esemplare atto terroristico-mafioso, è qui che è necessario andare a fondo e con ben maggiore incisività da parte di tutti.

E’ dunque giusto e doveroso rafforzare le misure di protezione personale nei confronti di Lirio Abbate ed è certo importante una solidarietà concreta da parte di tutto il mondo dell’informazione e soprattutto dei cittadini di Palermo, chiusi finora in un’indifferenza e in un’apatia che non fanno davvero onore ai tantissimi siciliani onesti, che altre volte hanno saputo trovare scatti di rivolta morale e di impegno civile.
Ma ancora più importante è allargare la finestra aperta dal documento di Abbate e Gomez sulla metamorfosi della mafia, sui suoi testimoni passivi e sui suoi complici a ogni livello, innestandovi il potente motore degli interventi legislativi ed organizzativi dello Stato e delle istituzioni, facendo pulizia sul piano politico ed amministrativo, imponendo nuove regole di trasparenza e un codice etico di comportamento nelle responsabilità pubbliche, portando finalmente la lotta per la legalità e contro le mafie ai primissimi posti nell’agenda nazionale del Parlamento e del Governo. I segnali in questa direzione sono ancora molto timidi e incerti, se non addirittura negativi come in alcune parti della controversa riforma Mastella sulla giustizia, i ritardi enormi e incomprensibili. Così lascia davvero increduli l’omogeneizzazione e la confusione che sta avvenendo sul terreno della sicurezza fra i fenomeni di microcriminalità, che pure sono legittimamente avvertiti come minaccia dai cittadini (a parte la risibile dichiarazione di guerra lanciata alla disperata “armata” dei lavavetri) e l’espandersi mortale della criminalità organizzata, nelle città, nel commercio, nelle banche, nelle Borse italiane ed estere, in settori vitali dell’economia. Se tutto questo non avverrà e molto rapidamente, con la giusta scala delle priorità, si dovrà dolorosamente prendere atto che l’incapacità e la superficialità di un mediocre ceto di governo hanno definitivamente preso il sopravvento o che la commistione dei poteri criminali con le responsabilità e le rappresentanze politiche ha assunto una tale forza di scambio, a partire dalla cinica ricerca del voto a ogni costo in gran parte del Meridione, da sovrastare qualsiasi sforzo per invertire la rotta.

Quanto all’informazione, c’è grande spazio e un solo modo per allargare la finestra, facendo semplicemente bene e con dignità il proprio mestiere, applicando il principio che lo stesso Lirio Abbate ha sottolineato: “Non sono una testa calda, non sono un estremista. Sono un cronista e credo che il mio impegno sia stretto in poche parole: raccontare quello che posso documentare”.
La solitudine, prima che dalla protezione armata dei suoi angeli custodi, deve essere spezzata dal moltiplicarsi delle inchieste, delle denunce documentate, della ricerca di testimonianze, della difesa della memoria, dall’accendersi nella palude e in ogni direzione di tanti altri riflettori. Che devono restare accesi.