Il disarmo, un vero rompicapo (A.Ferrari)

IL CONFLITTO SOMALO
Il disarmo, un vero rompicapo. E oggi vertice a Bruxelles

Tre giorni per disarmare Mogadiscio. Il governo di transizione somalo ha lanciato il suo ultimatum: civili, milizie e chiunque possieda armi deve riconsegnarle, spontaneamente, entro tre giorni.
Un lavoro arduo. Nel governo, tuttavia, c’è la consapevolezza che di armi ne verranno riconsegnate meno di quante ce ne siano a Mogadiscio. Ma allora cosa accadrà dopo lo scadere dell’ultimatum? Il premier somalo Ali Mohamed Gedi userà la forza? Andrà di casa in casa? Di certo il governo dovrà mettere in campo una politica equilibrata ed equidistante.
Disarmare un sotto-clan e non un altro creerebbe tensioni inaccettabili per la Somalia di oggi.
Non solo. Secondo fonti governative quello che sta vivendo la Somalia è un momento importante in cui occorre dare risposte credibili ai somali, ma anche alla comunità internazionale.
Questa è una settimana cruciale per la diplomazia.
Oggi a Bruxelles si riunisce il Gruppo internazionale di contatto per la Somalia: Italia, Gran Bretagna, Svezia e Norvegia.
Una nota del gruppo ha fatto sapere che lo scopo della riunione è quello di «fare il punto della situazione e coordinare gli sforzi europei per contribuire alla pace e al processo di riconciliazione del paese». Il disarmo, per essere credibile, deve andare nel senso della riconciliazione.
Il presidente somalo Abdullah Yusuf Ahmed, intanto, è volato a Nairobi dove, dopodomani, si riunirà l’Igad, l’organismo che dei paesi dell’area, presieduto dal Kenya. Infine, il 6 gennaio si riunirà il Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’Etiopia, il cui intervento è stato determinante per la cacciata delle Corti islamiche dalla Somalia, ha annunciato che il suo paese potrebbe lasciare il Corno d’Africa entro due settimane, ma tutto dipenderà dai tempi dell’invio di una forza di pace internazionale.
Addis Abeba ha chiesto anche che non venga permesso il ritorno dei signori della guerra che hanno gettato nel caos la Somalia negli anni novanta.
Richiesta che arriva proprio quando per le strade di Mogadiscio è tornato a farsi vedere Mohammed Qanyare Afrah, uno dei più spietati e ricchi capi milizia del paese.
«Chiediamo al governo somalo – ha detto il premier etiopico Meles Zenawi – di lavorare a pieno regime per creare un clima che permetta ai somali di partecipare al governo». Meles, pur annunciando un ritiro in tempi brevi, ha precisato che «dipenderà da quanto tempo ci vorrà per ottenere la stabilità», e si è affrettato a chiedere aiuti economici alla comunità internazionale per mantenere le sue truppe in territorio somalo in attesa dell’intervento di un contingente di pace. «Non abbiamo i soldi necessari – ha sottolineato Meles durante un suo intervento al parlamento di Addis Abeba – per assumere questo compito da soli. La comunità internazionale dovrebbe provvedere al finanziamento.
Sta alla comunità internazionale dispiegare senza ritardi una forza di pace in Somalia che impedisca ai terroristi e agli insorti di approfittare del vuoto di potere».
Gli unici, per ora, che possono mantenere l’ordine sono proprio gli etiopi. Il governo somalo, in questi giorni, deve affrontare il problema delle delazioni, sempre più numerose, che denunciano la presenza di armi in città. A volte queste sono credibili, altre sono soffiate tese a regolare vecchi conti che non hanno nulla a che fare con ciò che è accaduto negli ultimi dieci giorni.
C’è molta tensione alla frontiera con il Kenya.
Ieri sono stati arrestati dalle forze di sicurezza kenyote dieci persone, otto delle quali con passaporto eritreo, che secondo il governo somalo sarebbero ufficiali di Asmara, e due con passaporto canadese.
Secondo Nairobi si potrebbe trattare di «presunti» sostenitori delle Corti islamiche. L’Egitto, inoltre, ha chiesto il salvacondotto per nove suoi cittadini, a detta sua diplomatici, anche se a Mogadiscio non c’è nessuna rappresentanza egiziana.
Se gli stranieri che hanno sostenuto le Corti stanno cercando di lasciare il paese, gli islamisti più duri si stanno asserragliando nella zona di Burr-Gaabo, poco prima di Ras Kamboni, in prossimità della frontiera del Kenya. Proprio da questa zona di fitta boscaglia si teme che possano riorganizzarsi e mettere in atto qualche attentato.
Il governo e la comunità internazionale devono, dunque, fare in fretta.