Parla Raffaelli: «La diplomazia ora è al lavoro»(A.Ferrari)

Parla Raffaelli: «La diplomazia ora è al lavoro»

Il presidente somalo ad interim, Abdullahi Yusuf, è entrato a Mogadiscio. Un fatto nuovo e una svolta nella situazione somala. Èla prima volta, infatti, che Yusuf entra nella capitale da quando ha assunto la massima carica dello stato, nel dicembre 2004. Il presidente è stato accolto dal primo ministro Ali Mohamed Gedi e insieme si sono diretti a villa Somalia, il palazzo presidenziale nel sud di Mogadiscio, usato dal dittatore Siad Barre fino alla sua caduta nel 1991.
Intanto, dal governo di transizione arrivano le prime aperture a esponenti delle Corti islamiche, purché moderati, nell’ottica di ricostruire il paese.
Il portavoce del governo, Abdirahman Dinari, ha precisato che dal processo di riconciliazione saranno esclusi quanti sono, sia pur minimamente, sospettati di avere rapporti con al Qaeda. «Gli islamisti – ha detto Dinari – sono benvenuti se deporranno le armi, fermeranno la violenza e dimostreranno la volontà di unirsi a noi nella ricostruzione del paese».
L’arrivo a Mogadiscio di Yusuf ha il significato di portare al centro della scena politica una figura di prestigio storico, ridimensionando la posizione dei cosiddetti “duri”, cioè il premier Gedi e il suo vice Hussein Aidid.
Una politica della riconciliazione pienamente appoggiata dagli Stati Uniti. Attraverso l’assistente del segretario di stato, Jendaye Frazer, gli Usa hanno iniziato un giro di consultazioni con le parti, tra cui la società civile e lo stesso presidente del parlamento Sherif Hassan Sheikh Aden, nonostante sia accusato dal governo di aver negoziato con le Corti senza autorizzazione. Aden e Gedi, tuttavia, non si sono ancora incontrati. Il primo obiettivo, dunque, è arrivare ad una riconciliazione tra le istituzioni.
Mario Raffaelli, inviato speciale dell’Italia per la Somalia e capo della task force comunitaria, guarda a questo giro di incontri con grande attenzione perché occorre «arrivare, prioritariamente, alla riconciliazione tra le istituzioni». Decisivo è stato l’incontro della settimana scorsa del gruppo di contatto: in quell’occasione «si è trovato un punto di equilibrio comune – spiega Raffaelli – perché una comunità internazionale divisa sarebbe la cosa peggiore per la Somalia. Sono state colte le opportunità che dovevano essere colte». Un equilibrio tra l’invio di truppe africane neutrali e il loro inserimento in un quadro politico chiaro, insomma.
«Innanzitutto il supporto alla stabilizzazione, anche attraverso un missione militare di pace che, tuttavia, deve essere rivista alla luce della situazione attuale. Ma un successo ci sarà se il processo di riconciliazione andrà avanti».
Un nodo che dovrà essere sciolto è quello del disarmo della popolazione, dopo la marcia indietro del governo che aveva imposto un ultimatum, peraltro fallito. «Inevitabilmente – continua Raffaelli – il disarmo di Mogadiscio deve avvenire attraverso le autorità locali e non con un ultimatum.
Per questo il processo politico deve prevedere la costruzione, dal basso, delle amministrazione locali.
Così si costruiscono gli amministratori che possono disarmare. Occorre un allargamento delle istituzioni e queste debbono essere sostenute con convinzione dalla comunità internazionale. Non solo. Il presidente si è impegnato a far sì che i signori della guerra non tornino a Mogadiscio. La popolazione non accetterebbe mai il loro ritorno».
Si è dunque vicini a una svolta in Somalia, anche grazie alla determinazione degli Usa a seguire la via del dialogo. «Gli incontri della Frazer, a Gibuti e nello Yemen, hanno questo significato, così come l’incontro con la società civile, che ha una piattaforma simile a quella emersa dal gruppo di contatto, e con il presidente del parlamento e il primo ministro. C’è un impegno vero. Potrebbe essere la svolta se questa strada venisse perseguita con determinazione».
Una determinazione che ora deve essere supportata da fatti concreti. Il primo nodo da sciogliere è quello della presenza delle truppe etiopiche, che non hanno raccolto il favore di buona parte della popolazione, e il loro rapido ritiro. Occorre che il consiglio di sicurezza dell’Onu, alla luce del mutato scenario sul terreno, voti una risoluzione per l’invio di truppe dell’Unione Africana, percepite come neutrali, e delinei un quadro dentro il quale avviare il processo di riconciliazione che porti a un governo di unità nazionale