La Somalia come l’Iraq e l’Aghanistan. La sfida di al Qaeda nel Corno d’Africa (A.Ferrari)

La Somalia come l’Iraq e l’Aghanistan. La sfida di al Qaeda nel Corno d’Africa
Il pericolo che a Mogadiscio attecchisca il terrorismo islamico si fa sempre più concreto. Ayman al Zawahiri, attraverso un messaggio via internet ha esortato gli jihadisti a combattere.

Quello che si temeva è accaduto. Al Qaeda ha invitato gli integralisti islamici a lanciare una campagna di attacchi suicidi e imboscate contro le forze etiopiche in Somalia. L’Etiopia, con il suo appoggio al governo di transizione, ha sbaragliato le Corti islamiche, le ha ricacciate nella loro enclave e le tiene sotto assedio. Gli irriducibili, i più duri, si sono nascosti nella fitta boscaglia di Ras Kamboni, a ridosso del confine con il Kenya. Ed è proprio da lì che potrebbero partire gli attacchi suicidi e le rappresaglie sullo stile afghano.
Il numero due di al Qaeda, Ayman al Zawahiri, attraverso un messaggio via internet ha esortato gli jihadisti a combattere: «Come accaduto in Iraq e in Afghanistan – ha fatto sapere Al Zawahri – quando la potenza più forte del mondo è stata sconfitta dalle campagne delle truppe dei mujahedin diretti in paradiso, così i suoi alleati saranno sconfitti nella terra musulmana di Somalia».
Affermazioni che complicano ancora di più il quadro somalo. Non solo. Il nodo centrale è la permanenza delle forze di Addis Abeba sul territorio somalo, dietro le quali ci sono gli Stati Uniti d’America. Un fatto di non poco conto. Se da un lato il sostegno dato dall’Etiopia ha consentito al governo di transizione di riprendere il potere e di arrivare a Mogadiscio, dall’altro in molti vedono la presenza etiopica come una vera e propria occupazione.
Ma ancora. Addis Abeba è l’unica forza che può garantire la stabilità e la sicurezza del paese.
Una loro partenza, in tempi brevi, signifi- cherebbe la sconfitta per il governo del presidente Abdullahi Yusuf e per la Somalia ripiombare nei tempi bui dell’anarchia, con ill ritorno dei signori della guerra. La permanenza dei militari etiopici, d’altro canto, significa alimentare l’antipatia nei suoi confronti da parte della popolazione creando, così, quel brodo di coltura dove, con disinvoltura, si può alimentare la guerriglia jihadista.
La Somalia, dunque, sembra essere ad un bivio.
E la strada, che viene indicata dalle diplomazie internazionali, per scongiurare i due pericoli, è quella della ripresa del dialogo per un processo di riconciliazione del paese e l’invio di una forza di pace composta principalmente da truppe africane con la guida affidata all’Uganda, che si è già detta disponibile se il quadro dell’intervento sarà chiaro e condiviso.
Il pericolo che in Somalia attecchisca il terrorismo islamico si fa sempre più concreto. A Nairobi, nella giornata di ieri, sono stati arrestati quattro deputati somali. Si tratta di parlamentari, rintracciati durante una riunione nell’albergo “Bakrat” dalla polizia kenyota, che si erano pubblicamente opposti alla presenza delle truppe etiopiche in Somalia. Per scongiurare la deriva esrtemistica il presidente Yusuf ha chiesto l’intervento internazionale: «Se non si agirà immediatamente – ha detto – si arriverà a un vuoto che certamente sarà sfruttato dai signori della guerra e da altre forze estremistiche».
Intanto, sempre ieri, si è tenuta nella capitale del Kenya, la riunione del gruppo di contatto sulla Somalia che si è conclusa con questo accordo: aiuti e truppe ma in un quadro politico che non guarda solo alla Somalia ma all’intera area del Corno d’Africa. Un accordo frutto di una mediazione.
La proposta, sostenuta soprattutto da Usa e Kenya, che dava un via libera senza particolari condizioni non solo agli aiuti strutturali e finanziari alla Somalia, ma anche all’invio di truppe di pace pan-africane, è stata “ritoccata” con tre emendamenti proposti dall’Unione Europea, in particolare dall’inviato italiano per la Somalia e capo della task force comunitaria, Mario Raffaelli.
L’accordo finale prevede: aiuti, missione di pace già approvata dall’Onu, ma in un contesto, soprattutto per quanto riguarda la missione militare di pace, condizionato all’avvio di un processo politico di contatti tra le parti. In sostanza il governo di transizione dovrà aprire un dialogo con tutti gli attori del teatro somalo anche, dunque, con quegli elementi moderati delle Corti islamiche, per arrivare ad un governo di unità nazionale.
Dialogo che deve riguardare anche il parlamento somalo che, ora, sembra essere ai margini delle decisioni. Non a caso il suo presidente, Sharif Hassan Sheik Aden, nei giorni scorsi, ha inviato una lettera al presidente della Commissione europea Manuel Barroso, nella quale chiedeva l’immediato ritiro dei soldati etiopici e la loro sostituzione con una forza di pace africana.
Secondo Aden l’intervento dell’Etiopia in Somalia a fianco delle forze governative costituisce «una chiara violazione della risoluzione 1725 del Consiglio di sicurezza, che impedisce agli stati confinanti di inviare truppe in Somalia».