Ong italiane: le truppe straniere lascino la Somalia

 

"Le truppe etiopiche devono lasciare al più presto la Somalia e dare spazio a una forza riconosciuta dalla comunità internazionale". Richiamandosi alla risoluzione 1725, votata all’unanimità dal Consiglio delle Nazioni Unite il 6 dicembre scorso, in cui si chiede "l’invio di una forza internazionale africana per mantenere la sicurezza in Somalia e proteggere le istituzioni federali", l’Associazione delle Ong italiane ritiene che lo sgombero dei militari stranieri è una condizione necessaria per il raggiungimento di una pace duratura. "L’Etiopia dovrà uscire subito dalla Somalia per lasciare libero spazio a questa nuova presenza internazionale e favorire i tentativi di pacificazione e riconciliazione di tutti i somali. Se invece ritenesse di potere continuare ad agire «da arbitro e da giocatore», mantenendo presenze armate nel paese, allora si svelerebbe il suo disegno egemonico di controllo del Corno d’Africa e di “stato gendarme” che agisce per procura nella “guerra al terrore” senza averne alcun legittimo mandato" – affermano le Ong italiane in Somalia.

La risoluzione Onu 1725 contiene "due importanti affermazioni": il principio secondo cui "la Carta costituzionale e le istituzioni federali transitorie offrono l’unica strada percorribile per raggiungere pace e stabilità in Somalia"; e "la necessità del coinvolgimento di tutte le parti attraverso un dialogo politico che includa anche l’Unione delle Corti islamiche". Le Ong italiane ritengono necessario che in Somalia venga intrapresa "la via del dialogo e del negoziato politico". Le Ong fanno si appellano all’Europa, affinchè eserciti il "necessario peso politico", e all’Italia, un Paese che "potrebbe fornire un importante contributo" attraverso una "mediazione politica con una concreta e forte azione di cooperazione". Infine, le organizzazioni chiedono al "governo italiano il necessario sostegno per poter essere, da subito, più fortemente presenti, per continuare a portare aiuto alle popolazioni e favorire il dialogo politico e la riconciliazione".

Intanto i rappresentanti di Stati Uniti, Unione Europea, Unione Africana e Lega Araba, il cosiddetto "Gruppo di Contatto", si sono incontrati stamattina in un vertice diplomatico a Nairobi per cercare di risolvere la crisi somala. Il documento comune riconcilia le posizioni americana e europea, che all’inizio del meeting sembravano piuttosto inconciliabili. Su proposta dell’inviato del governo italiano, Mario Raffaelli, nel documento è stato inserito il capoverso nel quale si afferma che «l’aiuto internazionale per essere effettivo, ha bisogno di un processo di dialogo politico e riconciliazione – che coinvolga i rappresentanti dei clan, i religiosi, gli uomini d’affari, la società civile, le donne e i gruppi politici che rigettano la violenza e l’estremismo – da lanciare immediatamente». Si chiede poi che a Mogadiscio venga organizzata una amministrazione locale. In definitiva è stata data fiducia al Governo Federale di Transizione, ma viene condizionata a un processo di pace che comprenda tutti e all’attivazione di strutture democratiche.

All’inizio della riunione il presidente somalo ad interim, Abdullahi Yusuf, aveva chiesto l’invio «immediato» di una forza di pace internazionale. «In Somalia si presenta finalmente l’occasione per mettere fine alla guerra civile. Abbiamo bisogno di aiuti che ci permettano di bloccare la minaccia dei signori della guerra e dei fondamentalisti: i cui fini e le cui idee sono fuori dalla realtà attuale del nostro Paese. Abbiamo tentato senza successo tutte le soluzioni negoziali, prima di metter mano alle armi». Anche Yusuf ha richiamato la risoluzione 1725 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che aveva autorizzato l’invio di un contingente di peacekeeping escludendo però i paesi confinanti come l’Etiopia, presente invece in Somalia con oltre 12.000 soldati a fianco delle milizie governative.

Poche ore prima, anche il nuovo Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, aveva auspicato che il dispiegamento della forza multinazionale avvenisse al più presto possibile, anche per permettere alle truppe etiopiche in territorio somalo di ritirarsi. Secondo fonti delle Nazioni Unite, che hanno chiesto l’anonimato, oltre all’Uganda anche Nigeria, Sud Africa, Ruanda, Tanzania e Egitto avrebbero dato la loro disponibilità a dare il loro contributo in truppe e materiali.

Per Stefano Manservisi, direttore generale per lo Sviluppo della Commissione europea, l’operazione non deve essere solo militare, ma deve essere in grado di ricostruire il tessuto sociale distrutto negli ultimi 16 anni dall’assenza di uno stato centrale. Resta il fatto che gli Stati Uniti intendono salvaguardare l’accesso al mar Rosso per il passaggio delle petroliere americane e si può credere che siano disposti a mobilitare tutte le forze della regione. "È alto il rischio che si ripeta lo scenario del 95, quando le forze di pace Onu furono costrette a partire" – commenta Euronews. [GB]