Cade Mogadiscio. E riecco i “signori della guerra” (A.Ferrari)

IL CONFLITTO IN SOMALIA
Cade Mogadiscio. E riecco i “signori della guerra”

Le truppe etiopiche e quelle leali al governo di transizione sono entrate a Mogadiscio. Le Corti islamiche hanno abbandonato la capitale somala ripiegando a Chisimaio nel Basso Shabelle. La presa di Mogadiscio è avvenuta senza spargimento di sangue. L’incertezza, tuttavia, regna ancora in tutta la Somalia. Se nella capitale non si registrano combattimenti, per le strade ha ripreso fiato la criminalità comune che, con il ripiegamento delle Corti, ora hanno mano libera nel saccheggiare, rubare e seminare il terrore per le strade.
Come d’incanto sono ricomparsi i blocchi stradali con le relative gabelle per attraversarli. Il problema che deve affrontare il governo di transizione è proprio quello della sicurezza e impedire che i signori della guerra, sconfitti dalle Corti, riprendano il controllo della città.
Per scongiurarlo il primo ministro Mohamed Ali Gedi ha tenuto una “grande riunione” nella città di Afgoye, trenta chilometri a ovest di Mogadiscio, con gli anziani dei principali clan somali. Il nodo principale della discussione è come gestire la sicurezza della città.
Le truppe etiopiche, ora, si sarebbero attestate a nord delle capitale, mentre nel sud non sarebbero ancora giunte. Ciò potrebbe accadere nelle prossime ore, non prima, però, di aver raggiunto un accordo con gli anziani dei clan. A Mogadiscio la tensione è palpabile, la popolazione non ha ancora capito quello che è successo.
C’è chi teme un ritorno dei signori della guerra e della loro politica di sopraffazione, c’è chi teme attentati e azioni di guerriglia delle Corti islamiche e chi, invece, prevede un ritorno al caos e all’anarchia istituzionalizzata che per anni ha regnato a Mogadiscio.
Che i signori della guerra che con il sostegno della Cia, all’inizio dell’anno, diedero vita all’Alleanza del ripristino della pace contro il terrorismo, sconfitti dalle Corti, tornino ad avere un ruolo determinate in capitale, è fuor di dubbio. Gli interessi in gioco, il controllo del porto di Mogadiscio in particolare, sono talmente alti che il negoziato con il governo sarà difficile. Come è difficile, che i capi clan rinuncino a riprendere il controllo degli affari e lo lascino al governo di transizione.
Le Corti islamiche, per bocca del loro capo Sharif Sheik Ahmed, hanno annunciato il ritiro spiegando che «nessuna forza delle Corti si trova più a Mogadiscio.
Non abbiamo lasciato la capitale nel caos, abbiamo solo voluto risparmiare alla città e alla popolazione i bombardamenti delle forze etiopiche che si stanno dando al genocidio contro il popolo somalo». Di fatto si è assistito al collasso delle Corti che hanno negoziato la resa, e in molti hanno deposto le armi, con gli anziani dei loro clan di appartenenza. Secondo molte fonti il nocciolo duro delle Corti, inclusa l’ala più radicale quella accusata di legami con il terrorismo internazionale, potrebbe decidere di asserragliassi nella piccola isola di Ras-Kamboni, nell’estremo sud della Somalia, la loro base storica, non lontano dal con- fine con il Kenya. I carri armati etiopici si sono assestati nella zona degli animali “Suqa Holaha”.
Il presidente del governo, Abdullai Ysuf Ahmed, che a differenza di Gedi è rimasto a Baidoa, la città a Sud della Somalia sede del governo, ha voluto rassicurare la popolazione che le truppe governative non rappresentano un pericolo. Il primo ministro di Addis Abeba, Meles Zenawi, ha confermato che le truppe sono entrate nella periferia di Mogadiscio e che si faranno carico della sicurezza per evitare che la città ripiombi nell’anarchia. «Stiamo discutendo sul da farsi – ha detto il premier etiopico – perché Mogadiscio non precipiti nel caos. Non permetteremo che bruci.
I capi delle Corti islamiche, gli eritrei e i jihadisti internazionali stanno scappando, ma noi continueremo a inseguirli. Ecco il nostro programma».
Zenawi ha inoltre fornito un primo bilancio delle vittime dicendo che sono fra i due e i tremila i miliziani delle Corti uccisi dalle truppe etiopiche. Molto dipenderà, ora, dalle diplomazie internazionali. Le Nazioni Unite, però, per il secondo giorno consecutivo, non hanno trovato un accordo su un progetto di dichiarazione che chiede a tutte le forze straniere di cessare le operazioni militari in Somalia e abbandonare il territorio. L’Etiopia, che ha sostenuto il governo di transizione, dovrà rimanere a lungo in Somalia se vuole garantire la sicurezza del aese, anche se un ruolo importante lo dovranno avere anche gli Stati Uniti che hanno appoggiato l’invasione etiope. Non è escluso che l’amministrazione americana debba giocare un ruolo ancora più attivo in Somalia. Anche se i fantasmi del passato non inducono certo gli americani ad impegnarsi sul territorio somalo.