Ma «se cade, è catastrofe umanitaria», dice Raffaelli (A.Ferrari)

IL CONFLITTO IN SOMALIA
Ma «se cade, è catastrofe umanitaria», dice Raffaelli

Mogadiscio è stretta d’assedio dall’esercito etiopico e dalle forze fedeli al governo di transizione. Le Corti islamiche si sono rintanate in città e aspettano un attacco della capitale Somala. La situazione militare sta evolvendo di ora in ora a favore del governo e dell’Etiopia. L’esercito è ormai a trenta chilometri da Mogadiscio e ha preso Balad, una delle principali basi militari e strategiche delle Corti islamiche e ultimo insediamento abitato sulla via della capitale.
Un attacco alla capitale sembra imminente anche se l’Etiopia lo ha smentito: «Non combatteremo a Mogadiscio – ha detto l’inviato somalo in Etiopia Abdikarin Farah – per evitare perdite tra i civili. Il piano è tenere sotto assedio la città fino a quando le milizie islamiche non si arrenderanno».
Di avviso diverso, invece, sembra essere Mohammed Dheere, l’ex responsabile governativo della città di Jowhar, ex capitale del governo presa dalle Corti e ora riconquistata dai contingenti somalo-etiopici. Parlando alla gente della sua città ha detto che «attaccheremo Mogadiscio domani (oggi, ndr) da Balad e Afgoye», cioè da nord e da sud.
Mentre la confusione cresce in Somalia, le diplomazie sono al lavoro, dietro le quinte, ma anche attraverso iniziative tese a far maturare le condizioni per la ripresa del dialogo tra le parti per raggiungere un compromesso che eviti lo “scontro finale” e una “catastrofe umanitaria”. L’Unione Africana ha intimato all’Etiopia di richiamare subito i militari impegnati in Somalia. «Chiediamo – si legge in una nota diramata ad Addis Abeba dal presidente dell’Ua Omar Konare – il ritiro immediato delle ruppe etiopiche».
Il ministro dell’informazione etiopico Berhan Hailu ha detto che le truppe del suo paese «stanno combattendo per proteggere la nostra sovranità da gruppi terroristici ed elementi anti-etiopici (chiaro il riferimento all’Eritrea,ndr). L’Etiopia ha ribadito più volte che le sue forze si ritireranno non appena porteranno a compimento la loro missione».
La domanda principale dal punto di vista militare, ma che ha anche un risvolto, rilevante, dal punto di vista politico, è se l’Etiopia sferrerà o meno l’attacco a Mogadiscio. Secondo l’inviato italiano per la Somalia e capo della task force comunitaria per il paese del Corno d’Africa, Mario Raffaellli, non attaccare Mogadiscio significa «evitare una catastrofe umanitaria gravissima» e si eviterebbe uno spargimento di sangue senza precedenti. Anche perché sotto la pressione dell’esercito somalo- etiopico, la gente ha lasciato i propri insediamenti per rifugiarsi in capitale, oltre a quelli che stanno attraversando la frontiere con il Kenya.
L’alternativa è tra «un’azione diplomatica – sostiene Raffaelli – e quindi fermare l’avanzata dell’esercito, per una ripresa delle trattative tese a raggiungere il compromesso oppure assistere al collasso delle Corti islamiche, ma anche al collasso umanitario. Tutto ciò porterebbe a una situazione di instabilità politica. L’Etiopia non potrebbe rimanere a lungo in Somalia », e quindi si ricreerebbe la situazione di instabilità che ha caratterizzato gli ultimi decenni della storia somala, dando ancora fiato alle divisioni claniche. Raffaelli, inoltre, è convinto che «non esiste una soluzione militare» e l’Italia è impegnata, con forza, sul «fronte del dialogo. Questa è l’opzione.
L’Italia – ha detto Raffaelli – è impegnata a sostenere tutte le iniziative di dialogo», come quella che oggi è arrivata dal Kenya, e sostenuta dall’Unione Europea. Un’azione diplomatica verso le Corti islamiche perché si possa trovare una piattaforma accettabile per poi «arrivare ad un compromesso con il governo di transizione».
Un’altra incognita, sul fronte diplomatico, è la posizione degli Stati Uniti d’America che appoggiano con convinzione l’Etiopia in funzione anti terrorismo islamico e che ora, invece, avrebbero assicurato una pressione nei confronti di Addis Abeba perché “limiti” la sua azione militare. Almeno questo è quello che gli Usa hanno detto alla comunità internazionale, in via ufficiale. Ma sono in molti a dubitarne. L’interruzione dell’azione militare dipende molto, infatti, dalla volontà americana che ha sempre sostenuto, prima direttamente sul campo, poi attraverso l’Etiopia, tutte le forze ostili alle Corti islamiche.
Washington accusa le Corti di essere legate ad Al Qaeda.
Non a caso alle Nazioni Unite è fallito il negoziato diplomatico per un appello al ritiro delle truppe straniere. Oltre che dal punto di vista militare e politico, la situazione in Somalia sta degenerando anche dal punto di vista umanitario. Il Programma alimentare mondiale ha deciso di sospendere tutte le operazioni e di ritirare il proprio staff dal paese del Corno d’Africa.
Gli aiuti alle popolazioni sono diventati impossibili.
Non solo per quelli che sono stati coinvolti negli scontri, e le operazioni militari non consentono nessun intervento, ma anche per quelle migliaia di persone che hanno dovuto lasciare la loro terra a causa delle alluvioni di queste ultime settimane.
Le sorti della Somalia, dunque, sono legate a ciò che farà l’Etiopia, da un lato, e cioè se deciderà di ascoltare la comunità internazionale e sospendere l’attività militare e se il nemico di sempre, cioè l’Eritrea che sostiene le Corti islamiche deciderà di intervenire, in maniera decisa, a fianco delle Corti per affrontare l’offensiva etiope e sistemare contenziosi del passato, infiammando tutto il Corno d’Africa.
Etiopi vicini a Mogadiscio.