La nuova guerra del corno d’Africa (A.Ferrari)

L’AVANZATA ETIOPICA IN SOMALIA Gli scontri armati si stanno rapidamente trasformando in un complesso conflitto regionale

Grazie all’intervento dell’aviazione, le truppe di Addis Abeba sono ormai pronte a prendere Mogadiscio. L’offensiva è sostenuta dagli Usa ed è approvata dall’Unione Africana. Le Corti islamiche, col sostegno del nemico di sempre dell’Etiopia, l’Eritrea, parlano di «ritirata strategica» per riorganizzare le forze.

In Somalia è guerra vera. Da più di sei giorni le truppe di Addis Abeba hanno sferrato una “caccia” ai miliziani delle Corti islamiche che, dopo una campagna militare di mesi, avevano il controllo di due terzi della Somalia. Una guerra che ha radici lontane.
Uno scontro che usa la terra somala per risolvere vecchie questioni tra due stati dell’area: l’Etiopia, appunto, e l’Eritrea. La prima a maggioranza cristiana e l’altra islamica che non ha mai negato, anzi se ne è fatta bandiera, di sostenere la “guerra santa” delle Corti islamiche in funzione anti-etiope. Ma vi è un altro attore che sta giocando un ruolo fondamentale: gli Stati Uniti d’America. Questi ultimi non hanno mai visto con favore il dilagare dell’islamismo in Somalia. Anzi. L’hanno sempre osteggiato, tentando, mesi fa, attraverso il sostegno militare e logistico ai signori della guerra di Mogadiscio di frenare l’avanzata delle Corti. Tentativo fallito miseramente.
La strategia americana è cambiata.
Dall’appoggio diretto a fazioni sul territorio si è trasformato in appoggio militare all’attore più importante e amico dell’area: l’Etiopia. L’atteggiamento americano è sempre stato controverso. Se a parole ha sempre sostenuto il governo di transizione somalo, nella sostanza non ha mai creduto che potesse avere il controllo del paese. Non solo. Non ha mai accettato che ci potesse essere un riaprirsi di un fronte islamico visto, dagli Usa, come la possibilità per il terrorismo internazionale di avere una base logistica protetta in Somalia. Ecco perché il cambiamento di “tattica” dell’Etiopia. Le truppe etiopiche erano da tempo schierate in Somalia a sostegno del governo, insediato a Baidoa e legittimato dalla comunità internazionale, in funzione difensiva. Ora hanno deciso di cambiare strategia e passare all’offensiva.
Offensiva che dal punto di vista militare, grazie anche al sostegno dell’aviazione, sta dando i risultati che Addis Abeba si aspettava: far ripiegare verso Mogadiscio le Corti e tentare di dare legittimità al governo.
Le truppe di Addis Abeba sono pronte, ora, a prendere Mogadiscio. Ne è convinto l’inviato del governo somalo che fa base a Baidoa, incalzato fino a pochi giorni fa dall’avanzata delle Corti islamiche in tutto il paese.
Dopo l’offensiva delle truppe etiopiche, foraggiate e sostenuta dagli Stati Uniti d’America, e la ritirata dei miliziani islamici dal confine, secondo il diplomatico le forze che sostengono il governo sono a settanta chilometri dalla capitale somala e potrebbero conquistarla «nelle prossime 24 o 48 ore». Poco prima che Abdikarin Farah annunciasse ai giornalisti che «le truppe etiopiche sono sulla strada di Mogadiscio», il portavoce delle Corti aveva ammesso che le milizie avevano subito perdite in un raid dell’aviazione di Addis Abeba, ma si era rifiutato di parlare di ritirata quanto piuttosto di «riposizionamento strategico ».
Il premier etiopico Meles Zenawi. Zenawi ha confermato, secondo quanto riferito da Radio Nairobi, che le truppe del suo paese, insieme a quelle del governo di transizione somalo, sono a circa settanta chilometri da Mogadiscio, base delle Corti islamiche; mentre altre sei importanti località nei pressi di Baidoa (245 km a nord ovest della capitale, sede provvisoria delle istituzioni transitorie somale) e lungo il confine sono state abbandonate dai miliziani islamici.
L’offensiva in corso – ha spiegato il premier etiopico – ha l’obiettivo di eliminare «le forze del terrorismo internazionale», in particolare gli eritrei che lo appoggiano e lottano al loro fianco numerosi, per garantire la sicurezza etiopica. Zenawi ha anche affermato che la grande maggioranza delle milizie islamiche è composta da cittadini non somali, e che un paio di centinaia di combattenti da loro catturati hanno passaporto britannico. Da segnalare, inoltre, che il governo federale di transizione nazionale – internazionalmente riconosciuto, ma debolissimo (è sopravvissuto solo grazie all’appoggio militare etiope) – ha dichiarato che sarà concessa l’amnistia ai combattenti islamici che deporranno le armi. L’obiettivo dell’Etiopia, dunque, non è quello di marciare su Mogadisco. Non solo. Terminata l’operazione militare in corso, gli etiopi potrebbero ritirarsi.
In Somalia, tuttavia, regna la confusione e le diplomazie stanno lavorando dietro le quinte. L’inviato speciale italiano per la Somalia e capo della task force comunitaria per il paese del Corno d’Africa, Mario Raffaelli, ha spiegato che sono «in corso, dietro le quinte, iniziative informali da parte di alcuni paesi per cercare di fermare il conflitto e riannodare il dialogo tra le parti etiopica e somala. Noi supportiamo tali iniziative ». Raffaelli non ha voluto fornire altri particolari, limitandosi a dire che l’obiettivo è quello di potare le parti a parlarsi informalmente per poi avviare un tavolo negoziale. All’Etiopia, intanto, arriva l’appoggio dell’Unione Africana, almeno stando a quanto dichiarato del vicepresidente della Commissione Patrick Mazimhaka, che ha detto: «Èdiritto di ogni paese prendere le misure necessarie per difendersi contro quanto arrechi minaccia alla sua sovranità». Lo riferisce oggi la Bbc on line.
Le Corti islamiche, intanto, hanno avvertito che ogni tentativo di riprendere la capitale si trasformerebbe in un bagno di sangue. «Sarà il giorno del giudizio per gli etiopici e segnerà la loro distruzione – ha detto il portavoce delle Corti, Abdi Kafi – è solo questione di tempo, poi cominceremo ad attaccarli da ogni parte». Anche per questo un portavoce del governo di Baidoa e l’esecutivo di Addis Abeba hanno assicurato che non è loro intenzione muovere contro Mogadiscio. «Le Corti si stanno ritirando – ha sottolineato Abdirahman Dinari –, questa è la prima fase della vittoria. Quando tutto sarà finito, entreremo pacificamente a Mogadiscio e non ci prenderemo alcuna vendetta ». Dinari ha anche offerto l’amnistia ai miliziani islamici che abbandoneranno le armi. Le Corti, sostenute dal nemico di sempre dell’Etiopia, l’Eritrea, parlano di «ritirata strategica» per riorganizzare le forze e prepararsi a uno scontro prolungato.
Migliaia di guerriglieri si sono spostati verso la capitale a bordo di camion su cui sono montati cannoni antiaerei.
«Combatteremo fino all’ultimo uomo – ha detto Kafi – e fino a quando non saremo sicuri che neppure un soldato etiopico è rimasto nel paese». L’aviazione di Addis Abeba ha sparato sulle truppe in ritirata e secondo fonti della milizia islamica, tre guerriglieri sono morti nel raid su Leego, a est di Burr Hakaba. I combattimenti più violenti sono iniziati il 20 dicembre, quando, scaduto l’ultimatum imposto dalle Corti alle truppe etiopiche per lasciare il paese, Addis Abeba ha deciso di cambiare strategia.
I caccia etiopici hanno colpito l’aeroporto di Mogadiscio e le altre piste in mano alle Corti, infliggendo gravi perdite «umane e materiali» alle milizie fondamentaliste il cui obiettivo, secondo l’Etiopia, è creare in Somalia uno stato fondato sulla sharia. Secondo il governo etiopico, al fianco dei guerriglieri somali combattono estremisti del Fronte di liberazione Oromo e del Fronte nazionale Oghaden: due gruppi il cui scopo è l’autonomia dell’Etiopia meridionale. Secondo la Croce Rossa, i combattimenti hanno causato 800 feriti e migliaia di sfollati.
L’intervento dell’esercito etiopico in Somalia, tuttavia, non va letto come la fine di una lunga fase di guerra e instabilità che in Somalia dura ormai dagli inizi degli anni ‘90. Anzi. Lo scontro in atto potrebbe allargarsi a tutto il Corno d’Africa e coinvolgere l’Eritrea, che non mai negato il suo sostegno alle Corti islamiche, anzi ne ha accolto l’appello alla scharia, e il Sudan. Uno scenario che farebbe tornare indietro di decenni il Corno d’Africa e vanificherebbe gli sforzi, fino a qui prodotti, dall’Unione Europea, e dall’Italia in particolare, per favorire il dialogo tra il governo di transizione e gli islamismi. Dialogo che ora è stato interrotto dai caccia etiopici.