Un bel premio per Sergio Calabrese

Ci voleva, ci voleva proprio; a Vigevano, dunque, non si fanno solo scarpe e macchine per calzature ma anche giornalismo televisivo di ottimo livello.
Vincendo il premio intitolato a Ilaria, Sergio Calabrese ha contribuito a sostenere la necessità di una informazione intelligente, vivace ma non urlata, fatta di profondità e qualità.
Ha vinto con un reportage girato a Milano, vicino alla Borsa, dove centinaia e centinaia di persone vivono nel degrado, nell’emarginazione e nella disperazione di vivere nella città dell’opulenza e di non poterne usufruire. Non sono solo immigrati i milanesi poveri, nonostante ciò che ci vogliono far credere, Calabrese ci mostra anche volti italiani, volti lombardi. Sono volti di cittadini esclusi dal nuovo trend politico ed economico della Milano di questi ultimi anni.
La Milano che qualcuno finge di non vedere è al centro di questa testimonianza audace, un coraggioso atto di civiltà di un giornalista che, dopo aver lavorato tra Somalia e Mozambico e tra Beirut e Belfast, ha saputo ben individuare il sincretismo sociale di vivere nella città più ricca, di uno dei Paesi più ricchi, in condizioni disastrose.
E’ un bel riconoscimento quello conquistato da Calabrese. E’ bello perché intitolato ad una brava giornalista Rai, morta sul campo, mentre lavorava. E’ bello perché è la vittoria di un giornalismo non omologato, ma cosciente e discreto. E soprattutto libero.