Guerre: lampi nel buio?

Chissà cosa ne direbbe Ernest Hemingway di questo modo di raccontare la guerra, lui, che dalla prima linea portava storie di uomini in carne ed ossa, con le loro paure, gli incubi e le speranze. Oggi il dolore e il sangue delle battaglie, l’eco delle bombe, le case distrutte, viaggiano per migliaia di chilometri non più sulla bocca dei protagonisti estremi, ma attraverso immagini, fotogrammi, schegge d’una umanità calpestata che entrano nelle nostre case ordinate tra una pubblicità e un talk show velocemente masticate e digerite. E altrettanto rapidamente dimenticate. Schegge che tornano a interrogare nella mostra «Frame. Frammenti di guerra» (in programma fino al 24 giugno a Riccione, ingresso libero), volti che chiedono di non essere dimenticati, storie che non «meritano» di finire nell’oblio.

Organizzata dalla cooperativa Comunità Aperta nell’ambito del premio giornalistico televisivo «Ilaria Alpi», «Frammenti di guerra» è un crudo zapping su una serie di conflitti (Algeria, Balcani, Etiopia ed Eritrea, Israele e Palestina, Liberia, Ruanda, Sierra Leone, Somalia e Sudan) come la tv ce li ha proposti. E altrettanto arbitrariamente li ha «spenti». Non a caso, la tavola rotonda svoltasi nei giorni scorsi, in occasione dell’inaugurazione, aveva per tema provocatoriamente «Quando si spegne la guerra» e ha visto confrontarsi sul tema dell’informazione di guerra o di guerra all’informazione i più famosi inviati italiani dal fronte come Ettore Mo, Mimmo Candito, Tony Capuozzo ed Ennio Remondino, sollecitati da membri di associazioni di volontariato come «Emergency» e giornalisti di «Nigrizia». E’ previsto anche un collegamento da Gerusalemme con Zvi Shuldiner.
«Sì, è vero, esiste ancora l’inviato che salta in trincea (ci sono ancora anche quelle) e condivide con questa o quella parte il punto prospettico, proprio come Hemingway – ammette Alessandro Banfi, vice direttore del TG5.-La stragrande maggioranza degli addetti dell’informazione è altrove: alla ricerca di una rappresentazione visiva, a volte impossibile o impraticabile, della guerra moderna». Il linguaggio scritto, insomma, è stato scalzato dai lampi, dagli effetti, dalle camere a spalla del linguaggio visivo e soprattutto televisivo. Per questo, continua Banfi, «Bagdad avrà per sempre il cielo verde nei racconti sulla guerra del Golfo, quello fatto vedere dalla Cnn». Per questo l’Intifada dello scorso autunno rimarrà impressa a fuoco nella memoria per due sequenze che hanno squarciato il piccolo schermo: quello del linciaggio degli israeliani a Ramallah e quella del padre palestinese, il cui figlio muore sotto i colpi del fuoco incrociato.
Giusto o sbagliato che sia, la mostra videografica allestita al Palazzo del Turismo di Riccione, ha l’indubbio merito di riportare a galla frammenti altrimenti seppelliti da una «informazione in tempo reale – sono parole di Italo Moretti – che privilegia sempre più l’emotività e il sensazionalismo a danno della comprensione e dell’analisi».
Attraverso un notevole impianto scenico fatto di giochi di luce, di buio percorso dai lampi delle granate, di schermi esplosi e immagini disturbate, si ripercorrono dieci anni di conflitti, molti dei quali stanno ancora martoriando la terra. Il sipario si alza con Sarajevo: immagini disposte ad altezze diverse per permettere una lettura il più possibile realistica dell’avvenimento. La mitragliatrice puntata contro la finestra del Grand Hotel si trova così posizionata in alto, mentre quasi a terra c’è il frame riguardante la guerra del pane. Dedicate a questa drammatica vicenda, sono le scene teatrali che hanno contrappuntato l’inaugurazione, al termine delle quali il padre e il bambino hanno lasciato il campo ad un intenso pannello illuminato con il volto del bimbo in questione. I volti di queste vittime innocenti della guerra sono una delle tre sezioni in cui è divisa l’esposizione, che apre una finestra anche sui danni collaterali e i colpevoli.
Dalla Serbia al Sudan, dalla Palestina al Ruanda, è un susseguirsi di 57 grandi pannelli 155 cm x 155. L’impatto finale è lo stesso di un diretto allo stomaco: città devastate e armi che tutto sono fuorché intelligenti. Scioccanti, «perché vorrebbero indurre ad approfondire, ad andare oltre il fermo immagine», spiega Francesco Cavalli, uno dei curatori.
Al di là del frame, infatti, c’è una realtà che non si spegne con un colpo di telecomando. Ferite aperte al cuore dell’umanità. Tra grandi e piccoli, dimenticati e sconosciuti, si calcola siano una trentina i conflitti aperti. «La prima vittima di ogni guerra è l’informazione – attacca provocatoriamente Luca Ajroldi di Tmc – E il suo assassino è la televisione». E il detto che recita che vale più una immagine di cento parole? «Non dategli retta, sono balle». A sostegno della sua tesi, Airoldj racconta nell’introduzione al libro che accompagna, puntella e allarga gli orizzonti della mostra, del come e perché la Cnn, e solo la Cnn, poté trasmettere le immagini della guerra del Golfo. Storia di un giornalismo sacrificato sull’altare della mondovisione, storie di freddi e imparziali obiettivi di cinepresa che troppo spesso in cambio del dono dell’ubiquità defraudano della capacità di sapere.