La Somalia che resiste

Riprendiamo I Martedì dell’Africa, i nostri appuntamenti mensili di approfondimento rispetto alle realtà africane, affrontando il difficile tema della Somalia, doloroso sotto tutti i punti di vista. Ci accolgono anche in questa edizione la libreria Odradek di Roma e il sito di Carta.
Per noi italiani Somalia vuol dire una suora uccisa recentemente, e a ritroso una guerra incomprensibile, una missione (quella di Restore Hope) "umanitaria" fallita, poi Craxi e tanti soldi a Siad Barre, e ancora più indietro il sogno coloniale, le belle strade italiane e i tanti morti (quelli tutti africani) taciuti. La Somalia è proprio un "argomento pericolo", così tanto che non ne parla più nessuno. Se non ci fosse stata la tragica morte di suor Lionella Sgorbati, forse avremmo continuato a tacere anche noi di Chiama l’Africa di questo pezzo di terra travagliato.
Ci è sembrato invece giusto partire da qui, dal Corno d’Africa e dalla guerra più silenziosa che ci sia, per ribadire che l’Africa c’è. Per questo, la Somalia esiste, e ce ne ha parlato Ibrahim Hagi Abdulkadir, presidente di Save Somalia, associazione di intellettuali somali presenti in Italia.
"Non auguro a nessuno di vivere quello che sta passando il mio popolo, neanche il peggior dittatore potrebbe tanto". Ibrahim ci descrive un paese completamente abbandonato a se stesso, in cui i clan dei Signori della guerra si combattono da ormai 16 anni, senza che si riesca ad uscire da tutto ciò. Questo medico per metà italiano ("la mia vita è stata metà in Somalia, e metà qui in Italia"), ribadisce più volte che, benché ci sia da anni un embargo internazionale, di armi in Somalia ne girano tante, tutte quelle che sono servite in questo lungo tempo di terrore. Mogadiscio è scenario quotidiano di scontri, il governo provvisorio continua perché ha sede nel sud del paese, ma ugualmente la soluzione non si trova. Ibrahim ci spiega che tante responsabilità non sono solo locali, ma che le nazioni civili (Ialia e Stati Uniti compresi) hanno messo intorno al tavolo che avrebbe poi portato all’attuale composizione governativa quegli stessi war lords che militarmente si affrontano e si affrontavano nelle città e nelle aree rurali somale.
"Sono soprattutto le donne che pagano questa situazione". Dopo 16 anni, non esistono più leggi né regole, non ci sono strutture. Neanche i matrimoni sono celebrati, a che comunità presentare il proprio marito o la propria moglie? E poi i miliziani non hanno bisogno di spose, i figli sono ormai solo della madre, quasi fossero stati concepiti solo da una lei, senza la partecipazione maschile.
È difficile, da Roma, entrare nell’ottica di una guerra totale e continua da così tanto tempo. È difficile spiegarsi come possano resistere quelle persone in quella realtà. E’ difficile credere che la Somalia non sia stata abbandonata da chi da questa guerra non ha nessun vantaggio da trarre. Eppure la vita va avanti anche così. Ibrahim ci spiega che le corti islamiche sono automaticamente una speranza per i somali. Anche se in modo opportunistico, il ritorno a un Islam più vincolante appare una speranza nuova. Paese di tradizione islamica moderata, la Somalia sembra ora più attenta alla propria religione proprio perché è dentro una guerra civile infinita: come sempre accade nei momenti estremi della vita, la speranza passa spesso per le entità sovrannaturali. I somali stanno dimenticando in alcuni casi la propria moderatezza religiosa proprio perché non hanno più speranze, e le corti islamiche diventano un modo per credere in un futuro migliore.
L’elenco delle responsabilità è lungo: da chi vende le armi, a quei paesi che pretendono di imporre dall’esterno una mediazione politica, alla solita disattenzione mediatica verso ciò che è lontano. Ibrahim ha parlato spesso del suo paese con i nostri rappresentanti politici, e dice che la risposta più onesta che ha sentito è stata quella di chi ammette che sulla Somalia non si capisce nulla.
A noi italiani rimane il dubbio e il timore di affrontare questa situazione, la Somalia per noi è una presenza scomoda nella nostra storia. Ci ricorda anche Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, morti per aver cercare di capire la guerra somala. La Somalia è la testimonianza di come, nonostante tutte le nostre vanterie, tuttosommato gli italiani non sono solo brava gente.