I Signori della guerra sfidano i fondamentalisti.
Somalia nel caos, forze americane nella regione

I signori della guerra sfidano i fondamentalisti. Somalia nel caos, forze americane nella regione

di ANGELO FERRARI

Somalia senza pace. Nonostante abbia un governo ad interim non riesce a uscire dal girone dantesco dell’orrore, della violenza e della guerra. Da qualche giorno la capitale Mogadisco è teatro di durissimi scontri tra le Corti islamiche e l’Alleanza per la restaurazione della pace e contro il terrorismo. Più di dieci anni di anarchia sono difficili da superare e per chi è sempre stato abituato a dirimere le controversie con le armi, non vuole proprio saperne di entrare in un’aula di parlamento per ragionare e discutere, magari trovare un compromesso.Gli scontri di questi giorni, una vera e propria guerra civile, sono lì a dimostrarlo. E oggi ci si è messo anche il radicalismo islamico a incendiare la miccia.I combattimenti sono iniziati sabato scorso quando un’inedita alleanza tra alcuni clan e signori della guerra, che controllano la città ha “dichiarato guerra” alla milizie legate ad alcuni clan che controllano le Corti islamiche. L’Alleanza per la restaurazione della pace e contro il terrorismo è composta da almeno otto in- fluenti personaggi tra ministri dell’attuale governo, uomini d’affari e signori della guerra, che ha il preciso scopo di cacciare da Mogadisco le Corti islamiche, una sorta di coalizione di gruppi di interesse che non ha alcuna intenzione che in Somalia venga restaurata una qualsivoglia autorità statale.I primi scontri, tuttavia, erano avvenuti a metà del mese di gennaio tra i clan di due signori della guerra, Bashir Ragae e Ahmed Hagi Ali Adani, entrambi tra i principali azionisti, il secondo ne detiene la maggioranza, del porto di El Man a Nord di Mogadiscio. Questo porto è fondamentale perché da qui passano tutte le merci in arrivo dalla penisola araba e garantisce notevoli introiti illegali ai sotto clan che lo gestiscono in modo congiunto. Lo scontro tra le fazioni di Adani, che gode del sostegno di gruppi islamici locali, e di Ragae, considerato più vicino agli Stati Uniti, che da tempo appoggiano alcuni signori della guerra in chiave anti-islamica, ha provocato la reazione di altri clan della capitale.L’Alleanza, nei giorni scorsi, ha diffuso un comunicato a Mogadiscio nel quale si annunciava l’inizio di una campagna per sbarazzarsi delle milizie al comando delle Corti Islamiche, perché considerata la responsabile di una catena di omicidi mirati, intellettuali, politici e militari, in corso da un anno. Una vera e propria dichiarazione di guerra. Accanto a Adani, invece, si sono schierati alcuni islamismi radicali, un po’ perché avevano sempre ricevuto finanziamenti, un po’ perché considerano Ragae vicino agli Usa. La situazione, in questi giorni è precipitata, grazie alla presenza, al largo di Mogadiscio, di una nave da guerra americana e perché la città è sorvolata da elicotteri statunitensi. Per questo gli scontri hanno assunto una colorazione diversa e una connotazione politico-religiosa che non c’era mai stata. Il sentimento comune nella capitale è che gli americani vogliano tornare al ’93, controllare Mogadiscio, perciò gli islamisti hanno gioco facile nel radicalizzare il conflitto colorandolo da guerra santa.Ma non solo. Gli islamismi ritengono che l’obiettivo dell’Alleanza non sia quello di debellare il terrorismo, ma nel mirino ci sia l’Islam.Tutto ciò avviene alla vigilia della prima riunione del parlamento che si dovrebbe tenere il 26 febbraio a Baidoa. Una riunione estremamente importante dopo che il presidente somalo Abdulahhi Yusuf, con il forte contributo della comunità internazionale, era riuscito a ricucire lo strappo con i signori della guerra. Alcuni, ora, chiedono il rinvio della seduta parlamentare. Mario Raffaelli, inviato speciale del governo italiano per la Somalia, non nasconde che il «consolidamento istituzionale viene messo in difficoltà », dagli attuali scontri. «Crediamo – ci spiega Raffaelli – che la riunione prevista per il 26 si debba tenere. Noi stiamo spingendo perché ciò accada e ci sia, di conseguenza, una risposta politica. Occorre dimostrare che c’è un’alternativa e che dal dialogo e dal rafforzamento delle istituzione si può arrivare a comporre le dif- ficoltà. I somali vogliono tenere questa sessione parlamentare e noi stiamo facendo di tutto perché ciò avvenga. Noi ci saremo per dimostrare l’appoggio politico. Siamo convinti che portare le istituzioni in varie parti del paese, abbinate agli aiuti, sia l’unica risposta politica all’instabilità».Gli avvenimenti di questi giorni, inoltre, dimostrano come la decisione di non portare il governo, da subito, a Mogadiscio sia stata lungimirante.Il nocciolo della questione sembra, invece, proprio essere l’ambiguità della politica americana nei confronti del governo ad interim somalo: da una parte e pubblicamene incoraggiano il fatto che si tenga la seduta del parlamento, dall’altra fanno svolazzare i loro elicotteri sulle case di Mogadiscio.