Dopo la Conferenza di Arta, l’inviato del Governo
Mario Raffaelli
racconta la nuova sfida del Paese
che ora ha un governo e una costituzione

DOPO LA CONFERENZA DI ARTA L’INVIATO DEL GOVERNO MARIO RAFFAELLI RACCONTA LA NUOVA SFIDA DEL PAESE, CHE ORA HA UN GOVERNO E UNA COSTITUZIONE
«Nella terra di nessuno barlumi di pace e legalità. La Somalia può uscire dal tunnel»

di ANGELO FERRARI

Somalia terra di nessuno. Per quattordici anni è stato l’unico paese al mondo senza governo, senza istituzioni, lasciato alla deriva dalla comunità internazionale. Un luogo franco dove accade di tutto. L’anarchia, l’economia di guerra, il fondamentalismo terrorista hanno trovato nella Somalia il terreno di cultura più adatto. Ora, dopo 14 anni, è stata approvata una costituzione provvisoria, c’è un presidente, un primo ministro, un governo che faticosamente stanno cercando di pacificare il paese. Un compito che non è riuscito all’Onu, agli Stati Uniti, alle numerose conferenze di pace.Perché stavolta, dovrebbe funzionare? La domanda l’abbiamo girata a Mario Raffaelli, inviato speciale del governo italiano per la Somalia.«Vi sono, essenzialmente, tre differenze positive rispetto agli altri tentativi – risponde Raffaelli – Per la prima volta hanno partecipato tutti gli attori somali e le principali realtà territoriali, con la sola eccezione del Somaliland. Non solo. Per la prima volta i paesi della regione hanno lavorato insieme, la conferenza di Arta era stata organizzata solo da Gibuti, quella di Sodere solo dall’Etiopia, quella del Cairo solo dall’Egitto e la continuità di questo coinvolgimento, anche dopo la conclusione della Conferenza è stata assicurata dall’organismo (Igad) di cooperazione fra i paesi del Corno d’Africa».Tre elementi positivi e qualche punto interrogativo, soprattutto dovuto alla presenza, all’interno delle istituzioni, di uomini legati ai signori della guerra.Questi elementi positivi non possono oscurare le difficoltà del processo. Dobbiamo tenere presente che la Conferenza si è svolta totalmente fuori dalla Somalia con delegati che, formalmente, erano espressi da tutte le realtà della società somala ma, in realtà, fortemente condizionati dalla presenza dei warlords, interlocutori inevitabili, perché rappresentanti delle fazioni armate, ma, altrettanto inevitabilmente, legati al passato.La presenza dei warlords pone condizionamenti pesanti e, non a caso, i problemi principali sono nati da alcuni di loro residenti a Mogadiscio.I nodi, però, riguardano la composizione della forza di pace e la scelta del governo di non stabilirsi a Mogadiscio, che nelle carta costituzionale è la capitale.La comunità internazionale, e l’Italia in essa, ha sostenuto con forza l’inopportunità della presenza di truppe etiopiche in relazione non solo alle vicende storiche della Somalia, ma anche e soprattutto del crescente ruolo dei fondamentalisti all’interno del paese. Sul secondo punto, poi, appare infondata la critica dei warlords. Il governo non mette in dubbio che la capitale, costituzionalmente, debba essere a Mogadiscio. Si limita a sostenere che, per ragioni di sicurezza, ciò deve essere fatto con gradualità, usando come base provvisoria Johwar, situata a 90 chilometri da Mogadiscio. Ciò per evitare di trasformare Mogadiscio in una piccola Bagdad. Non vi è alcun dubbio, infatti, che Mogadiscio, al momento, sia insicura e non solo per la molteplicità di milizie presenti. Le cellule integraliste sono in grado di portare avanti azioni destabilizzanti, 15 omicidi mirati negli ultimi mesi, che sarebbe difficile controllare prima di un graduale consolidamento delle nuove istituzioni».Su quest’ultimo punto, però, la comunità internazionale è divisa.Dopo la dislocazione del governo e del parlamento in Somalia, l’Italia, la Commissione europea, l’Unione Africana, la Lega Araba, l’Igad, si sono schierati apertamente a favore di un sostegno immediato al governo, sia pure selettivo e graduato in relazione all’allargamento della sicurezza e del consenso, anche come strumento per convincere i warlords di Mogadiscio ad accettare il compromesso.Altri invece, e soprattutto gli Usa, hanno sostenuto la necessità di subordinare il supporto politico e finanziario al raggiungimento di un accordo preventivo con i gruppi dissenzienti.La posizione degli americani, e in parte dell’Onu da essi influenzato, appare incomprensibile, visto che sostiene coloro che hanno fatto diventare Mogadiscio la terra dei fondamentalisti? La Somalia è normalmente considerata un paese totalmente musulmano ma, storicamente, non integralista. Ciò è ormai vero solo in parte.In questi anni, purtroppo, anche grazie al vuoto istituzionale esistente, la presenza fondamentalista si è sensibilmente rafforzata e, all’interno di essa, sono cresciute anche alcune cellule terroristiche apertamente legate al network internazionale.È noto, tra l’altro, che gli attentati alle ambasciate americane di Nairobi e Dar el Salam, così come quelli all’hotel fatto saltare in aria a Mombasa e dell’aereo israeliano che si è tentato di abbattere, sono stati organizzati proprio partendo da basi in Somalia. Si sa, inoltre, che esistono in Somalia campi di addestramento con il coinvolgimento di elementi provenienti dall’estero. Questa presenza terroristica e, più generalmente, integralista è particolarmente forte a Mogadiscio e lungo la costa fino a Chisimaio.Nonostante ciò, questa occasione di riportare pace e legalità, per la Somalia potrebbe essere l’ultima? È fondamentale far crescere la consapevolezza della necessità di non perdere questo momento favorevole e attivare il sostegno internazionale che, fino a oggi, è stato dato con il contagocce. In teoria sono previsti due strumenti di sostegno: il Rap (Rapid Assistance Program), pensato per sostenere le istituzioni nel primo anno di vita e, successivamente, una Conferenza dei donatori che l’Italia si è impegnata a convocare a Roma, insieme alla Svezia, per mobilitare le risorse a medio periodo per un supporto più strutturale. Della prima iniziativa, gestita attraverso l’Undp, sono state anticipate, fino ad oggi, solo piccole parti. L’Italia è stata ed è in prima fila nel cercare di sbloccare questa situazione e nel fornire un supporto anche bilaterale all’insediamento del governo.Rimane irrisolta la questione del Somaliland che non vuole saperne di unirsi al resto del paese?Nella Dichiarazione dei principi è inserito l’impegno a ‘not undermining existing aereas of tranquillities’. Ossia un implicito riconoscimento che non è opportuno, in questa fase, porre alcun tipo di problema al Somaliland. Si è scelta una linea speculare a quanto è stato fatto in Sudan. In quel caso si è stabilito formalmente che le due entità, nord e sud, devono convivere per cinque anni e poi decidere se stare insieme ancora o separarsi. Nel nostro caso la decisione è quella di lasciare le due parti separate per cinque anni e, poi, iniziare un dialogo su se e come ricongiungersi, federazione, confederazione o altro. Preliminare ad ogni ragionamento, ovviamente, sarà la capacità o meno di rimettere ordine nella ex Somalia italiana per trasformarla in un interlocutore credibile, per di più dotato di una forma di riconoscimento internazionale.Non dimentichiamo, infatti, che le Nazioni Unite sono sempre state granitiche nel sottolineare l’unità e l’integrità territoriale della Somalia.Fondamentale, in ogni caso, è che tale tema venga affrontato, oggi e in futuro, esclusivamente attraverso il dialogo pacifico.