I segreti dei Servizi

Il dirigente del Sismi è l’obiettivo principale dei sospetti che molti hanno sul ruolo dell’intelligence italiana nell’omicidio dei due giornalisti. Ecco come ha risposto al magistrato.

Lo dipingono come il grande burattinaio, l’uomo che tutto sa e tutto copre. Esponente di spicco dei Servizi segreti, dicono che conosca protagonisti e retroscena dei tanti misteri che hanno caratterizzato la storia della Somalia degli ultimi vent’anni: il viavai di tangenti; i traffici di armi, materiale radioattivo e rifiuti tossici; la morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin; i successivi depistaggi.

Ascoltato in passato da numerose procure e commissioni d’inchiesta, si è sempre difeso affermando che i suoi compiti erano altri: lo studio e l’analisi, a supporto della politica estera italiana, di quanto accadeva nelle aree “calde” del mondo, dal Corno d’Africa al Golfo Persico, dai Balcani all’America latina e alla Palestina. «Svolgo un serio lavoro di intelligence, non sono un assassino».

Luca Rajola Pescarini (nato a Napoli l’8 febbraio 1936; agli amici ha confidato di voler andare in pensione alla fine del mese) è uno dei più potenti e temuti 007 nostrani. Proviene dall’Esercito, è generale: dal 1967 opera nel Servizio segreto militare. Con lo stesso stile raffinato, riconosciutogli da amici e avversari, frequenta sia le zone del globo dilaniate dalle guerre, sia le stanze del potere: Quirinale, Palazzo Chigi (è stato più volte consultato dalla Presidenza del Consiglio del Governo D’Alema), Farnesina, ministero della Difesa. Oggi è responsabile del primo reparto del Sismi, il più importante, quello che si occupa di controspionaggio.

Il 19 dicembre scorso, insieme ai generali Bruno Loi e Carmine Fiore, che comandarono le truppe italiane inviate in Somalia durante la missione Onu, Rajola è stato sentito come persona informata dei fatti dal pm romano Franco Ionta, titolare dell’inchiesta “Alpi bis”, che punta a svelare moventi e mandanti del duplice omicidio. Ionta aveva tra le sue carte una memoria riservata dell’avvocato Domenico D’Amati, legale della famiglia Alpi. Nel documento, sei pagine datate 28 novembre 2000, D’Amati chiede di «verificare l’ipotesi che nei traffici di armi e di rifiuti tossici sui quali Ilaria Alpi stava indagando fosse in qualche misura coinvolto il Sismi, eventualmente per finalità di autofinanziamento». Oggetto principale degli accertamenti, proprio lui: Luca Rajola Pescarini.


Militari italiani a Mogadiscio.

L’avvocato lo chiama in causa ripetutamente. La prima volta lo fa in relazione alle intercettazioni telefoniche disposte dalla Procura di Asti, nelle quali Faduma Aidid, figlia del defunto generale somalo (riascoltata il 25 settembre 2000 su richiesta dello stesso avvocato della famiglia Alpi), attribuisce pesanti responsabilità a Rajola in relazione all’agguato. Il suo nome, prosegue poi l’avvocato, è stato fatto anche dall’ex trafficante Gianpiero Sebri. Sarebbe stato proprio Rajola, durante un incontro avvenuto a Milano nella primavera del 1994, a dire che la situazione somala era stata risolta e che «quella maledetta giornalista comunista era stata sistemata». Sebri fece quel nome il 9 novembre, alla Digos di Roma.

L’avvocato D’Amati, infine, rileva alcune contraddizioni nelle dichiarazioni rese come teste da Rajola nel processo di primo grado contro Hashi Omar Hassan (il somalo allora assolto e poi condannato all’ergastolo per omicidio in appello). Tra l’altro, l’avvocato punta il dito contro la sua affermazione di non aver mai conosciuto Giancarlo Marocchino, nonostante che alcuni testimoni lo indichino come collaboratore del Servizio segreto a Mogadiscio.

Ma il legale degli Alpi sottolinea soprattutto il fatto che Rajola «non ha potuto fornire alcuna attendibile spiegazione in ordine alla cancellazione, da parte dei dirigenti del Sismi, di un brano del messaggio inviato dall’agente Alfredo Tedesco», nel quale si riferiva che «Ilaria Alpi, il giorno prima della sua uccisione, era stata minacciata, in Bosaso, di morte».

Rispondendo alle domande del magistrato, Rajola ha ribadito di non aver mai conosciuto Giancarlo Marocchino e di aver ordinato ai suoi uomini di non avere rapporti con lui. Nelle carte di un’altra inchiesta, quella condotta ad Asti su presunti traffici di rifiuti tossico-nocivi e di scorie nucleari tra l’Italia e la Somalia, c’è invece chi sostiene il contrario. Il trafficante d’armi Franco Giorgi afferma di aver contattato Rajola, per conto di Marocchino, nell’agosto 1996, di ritorno da Mogadiscio. Rajola, dice Giorgi, si sarebbe informato delle condizioni di Marocchino e, appreso che non se la passava tanto bene dal punto di vista economico, avrebbe promesso un suo interessamento.

Davanti a Ionta, Rajola ha definito Faduma Aidid una teste inaffidabile. Tuttavia, si sa che mantiene ottimi rapporti con i fratelli Hussein e Hassan Aidid, “padroni” di mezza Mogadiscio, tanto da aver accompagnato il sottosegretario agli Esteri Rino Serri nella sua ultima visita nella capitale somala. Rajola ha anche negato di aver conosciuto Sebri, il quale, peraltro, avrebbe descritto l’”uomo dei Servizi” da lui incontrato a Milano, di 20 centimetri più alto e più imponente di quanto non sia il generale.

Risulta, invece, che nell’interrogatorio non sia stato esaminato il rapporto dell’agente del Sismi Alfredo Tedesco. Al riguardo, Rajola aveva dichiarato che la frase sulle minacce di morte alla Alpi sarebbe stata cancellata perché già riportata “in bella” dal funzionario del Sismi incaricato di riordinare gli appunti spediti dagli agenti all’estero. Tedesco, si è appreso poi, avrebbe saputo delle minacce di morte alla Alpi, a Mogadiscio, conversando con alcuni giornalisti italiani.

Nell’interrogatorio, Rajola ha ribadito di aver lasciato la Somalia il 16 marzo 1994 e di essere rientrato a Roma a bordo di un G-222 che avrebbe fatto tappa, nell’ordine, a Nairobi, Addis Abeba, Asmara e Luxor. Oltre alla copia dei visti sul passaporto, il generale ha citato anche i piani di volo. La sua ricostruzione smentisce una nota del direttore del Sismi, l’ammiraglio Gianfranco Battelli, del 10 novembre 1997, in cui si afferma che Rajola sarebbe stato a Mogadiscio dal 12 al 23 marzo 1994, e quindi anche il 20, giorno dell’uccisione dei due giornalisti. Dopo la pubblicazione del documento su Famiglia Cristiana (luglio scorso), e la conseguente richiesta di spiegazioni di Ionta, pare che lo stesso Battelli abbia mandato al magistrato una rettifica.