Chi ha ucciso ilaria e miran?
19 MARZO 2001
Presentato
il libro "L'esecuzione", un'esclusiva inchiesta sul delitto in Somalia
dei due giornalisti
Chi
ha ucciso Ilaria e Miran?
Roma.
Domenica 20 marzo 1994. È la giornata che precede il rientro della Somalia
del Contingente italiano. Per Giorgio e Luciana Alpi genitori della
giornalista della Rai, Ilaria è una domenica importante: termina il
viaggio della loro figlia, inviata del Tg3 in Somalia. Intorno alle
12,30 in casa Alpi squilla il telefono. Luciana si precipita a rispondere.
È Ilaria, da Mogadiscio. (...) La telefonata (...) tranquillizza i coniugi
Alpi. (...) Verso le ore 15 il telefono di casa Alpi squilla di nuovo,
risponde ancora Luciana. In linea c'è una collega di Ilaria, la giornalista
del Tg3 Bianca Berlinguer, che le dice: «Luciana, devo darti una brutta
notizia... Ilaria è morta». La notizia è già stata diffusa dal Tg di
Italia-1 Studio Aperto e dall'Agenzia Ansa. (...) Da questo momento
comincia la lunga battaglia solitaria di Giorgio e Luciana Alpi per
capire come e perché è stata uccisa la loro figlia. Cioè, i due elementi
che mancano nella notizia diffusa dall'Ansa e dalla televisione». Così
comincia il libro "L'esecuzione, inchiesta sull'uccisione di Ilaria
Alpi e Miran Hrovatin" di Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta
Grainer - ex membro della Commissione parlamentare d'inchiesta sulla
Cooperazione - e Maurizio Torrealta - giornalista Rai -, edizioni Kaos,
presentato ieri nella sala stampa estera di via della Mercede, a Roma. Insieme
ad Ilaria, quel 20 marzo di cinque anni fa, venne assassinato anche
Miran Hrovatin, operatore della Videoest di Trieste, che aveva conosciuto
la giornalista del Tg3 in Bosnia ed in Slovenia. Prima di allora non
era mai stato in Somalia, ma non era nuovo a situazioni difficili: il
suo primo servizio di guerra lo aveva realizzato nelle zone del deserto
sahariano, dove i guerriglieri del Fronte del Polisario combattevano
l'esercito del Marocco. Il libro ricostruisce tutti i contorni del delitto
di Mogadiscio e attraverso notizie inedite arriva nei "pressi" della
verità. Una pubblicazione che pone interrogativi inquietanti, partendo
- come ha detto Giorgio, il papà di Ilaria - da «fatti realmente accertati
come veri». Chi
ha ucciso Ilaria e Miran? E perché? Le prime prove di depistaggio tentarono
di accreditare la versione dell'incidente, fino a raggiungere il grottesco:
«Escludo che siano stati sparati colpi a bruciapelo - così il 22 marzo
'95 risponde alla Commissione parlamentare il colonnello Fulvio Vezzalini,
presente a Mogadiscio il giorno del duplice delitto. Posso azzardare
l'ipotesi - continua - che ritengo veritiera, che vi sia stato un colpo
di Ak che ha colpito la persona che stava sul davanti della macchina,
il cineoperatore, ha passato il suo corpo e ha preso in testa la ragazza
(Ilaria, ndr) che era accucciata dietro». Una testimonianza che fa a
pugni con l'evidenza: le perizie accertano che nel capo di Ilaria è
stata trovata l'anima della pallottola che l'ha uccisa, e che una seconda
pallottola è stata trovata nel capo di Miran. Quelle due morti, dunque,
non furono affatto accidentali. Trova conferma la ricostruzione effettuata
dall'Ansa subito dopo l'agguato mortale: l'agenzia aveva parlato dell'autista
e della scorta fatti allontanare prima di procedere alla spietata esecuzione
di Alpi e Hrovatin. «E che dire - dichiara sgomenta Luciana Alpi - del
generale Luca Rajola Pescarini, colonnello del Sismi a Mogadiscio, che
cercò di convincerci che Ilaria e Marin erano stati uccisi dai fondamentalisti
islamici? Cosa ha fatto Rajola per prevenire quegli omicidi?»
Le "menzogne" di Rajola sono le menzogne di un sistema che ha operato senza scrupoli, passando dal traffico di armi a quello di rifiuti tossici, utilizzando a fini niente affatto umanitari i soldi della Cooperazione. Proprio attraverso le navi della Cooperazione pare che avvenissero scambi illeciti fra esponenti dei servizi segreti militari, funzionari del nostro ministero degli Esteri e mercanti Internazionali. Intercettazioni telefoniche della Procura di Asti si stanno rivelando preziose ai fini dell'inchiesta sulla morte della giornalista e del cineoperatore. In una telefonata tra Faduma, figlia del generale Mohamed Farah Hassan Aidid, e un tale Ahada - sta scritto nel libro - la donna fa riferimento ad alcuni nomi, tra cui quelli di due italiani, affermando che «hanno ucciso la ragazza e il vecchio (Aidid, ucciso in circostanze mal chiarite). La ragazza morta e il vecchio sono stati eliminati da loro. Adesso io li ho coperti. Non ci conviene accusarli, lo faremo una volta che il nostro governo sarà riconosciuto. Non è conveniente, sono più forti di noi».«Il caso Alpi-Hrovatin come Ustica - ha detto ieri il segretario dei Ds Walter Veltroni -. Che fine hanno fatto gli appunti di Ilaria?» È lo stesso interrogativo che si pongono gli autori del libro. E cosa contenevano? L'ipotesi oggi più accreditata vuole che Ilaria e Miran fossero venuti a conoscenza di verità scottanti, come le prove documentali delle sovrafatturazioni che hanno finanziato i diversi traffici nascosti dietro la Cooperazione. «Perché - si è domandato ieri Gianni Minà, curatore il 23 luglio '98 di una trasmissione-chiave dedicata al caso Alpi - le valigie di Ilaria sono partite da Luxor sigillate e giunte a Roma aperte?» Anche quelle, cosa contenevano? Le indagini hanno accertato che Ilaria sia rimasta viva per almeno un'ora ed un quarto (Miran morì sul colpo) e che Giancarlo Marocchino, il faccendiere-autotrasportatore italiano a Mogadiscio, con il quale i nostri vertici concludevano rilevanti affari, con il suo radio-telefono chiamò il comando militare per chiedere aiuto. Il colonnello Giorgio Cannarsa lasciò correre. In una videocassetta-shock si sente Marocchino che dice: «Maledetti, non mandano nessuno perché hanno paura». Il 23 luglio '98, il giorno della trasmissione di Minà, Giovanni Montana, cappellano militare della nave Garibaldi in Somalia, ora cappellano del Quirinale, confessa di aver amministrato ad Ilaria l'estrema unzione. La giornalista, quindi, era viva. Ed era trascorsa oltre un'ora dall'attentato. Perché si è saputo solo a distanza di 4 anni e 4 mesi? C'è di più: nelle ore del delitto - e questo si legge nei registri di bordo della Garibaldi, dove poi fu trasportato il corpo di Ilaria - i soldati praticavano gare di pesca. Possibile che il comando militare non abbia ritenuto opportuno inviare immediatamente un medico a soccorrere Ilaria? «Quando il corpo di mia figlia - è ancora Luciana Alpi a parlare - è giunto a Ciampino, non era avvolto neppure da un lenzuolo. Era tanta l'urgenza di chiudere il caso. Ricordo ancora quel pomeriggio del 20 marzo del '94 passato in compagnia di Walter Veltroni e Sandro Curzi»
(Liberazione 16/01/99)
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